Articoli filtrati per data: Settembre 2016 - Sanca \ Sinistra Veneta

Sbrissa el Referendum, Zaia in fallimento.

[vec]
 
Ghemo savesto dai media del sbrissamento 'n vanti del referendum autonomico Veneto al 2017. Un fato assè grève de na zonta veneta che delude e desmentega le promesse che gà fato a i çitadini veneti. Zaia no gà vu gnanca el corajo de disarlo lu, demandando a l'asesor Botacin de anonsiàr n'altro falimento de la Liga Nord in ogni banda de la bataja par l'autogoerno pa'l Veneto
 
Un goerno veneto che el fa la voze granda so l'independensa, ma che no el vanta convocar inte i tenpi zusti un referendum so na conçession spaizega de autonomia, dopo gaver riçevuo el refudo del goerno sentral par l'election day. Na someja pesima par davero de la politega veneta d'ancò e futura. 
 
Cuesta la xe n'altra ocasion perdua de la zonta rejonal par esar primo ator de la trasformasion del Veneto. N'altra proa (se ghin'era besogno) de la mancansa de projeto e autonomia ne l'asion politega de Zaia, dei filistei de la so zonta, co bona paze de i  indipendentisti ch'i le sostien.
 
'Nte el steso tenpo seitemo co la nostra condana del governo sentrale talian, che no parmetendo  de zontar el referendum autonomego a quelo costitusionale, el ga demostrà e el seita demostrar la so dilangante demofobia

 

[ita]
 
Apprendiamo dai media lo slittamento del referendum autonomico in Veneto al 2017. Un fatto molto grave di una giunta veneta che puntualmente delude e dimentica le promesse fatte alla cittadinanza veneta. Zaia non ha avuto nemmeno il coraggio di annunciarlo di persona, delegando all'assessore Bottaccin l'annuncio dell'ennesimo fallimento della Lega Nord su tutti i fronti della battaglia per l'autogoverno del Veneto. 
 
Un governo veneto che fa la voce grossa sull'indipendenza, ma non riesce a convocare in tempi congrui un referendum su una timida concessione di autonomia, una volta ricevuto il diniego dal governo centrale all'election day. Un'immagine veramente pessima del presente e futuro della politica veneta. 
 
Ciò costituisce un'altra occasione persa della giunta regionale per essere protagonista della trasformazione del Veneto. Riprova della mancanza di progettualità ed autonomia politica di Zaia, dei filistei della sua giunta con la buona pace degli indipendentisti che lo sostengono.
 
Allo stesso tempo restiamo fermi nella nostra condanna al governo centrale italiano, che non permettendo l'accorpamento del referendum autonomico insieme a quello costitutizionale ha dimostrato e continua a dimostrare la sua dilagante demofobia.
 
 
 
[eng]
 

We’ve learnt from local media the delaying of the referendum on autonomy in Veneto to 2017. A very serious matter, shedding light on a Venetian Council who constantly delude and forget the promises made to Venetians during election time. Zaia (Veneto's governor) did not even show the courage to announce it in person, delegating instead to the council member Bottaccin the announcement of yet again a new failure of the North League on every front of the fight for Venetian self government.

We’re facing a venetian government that raises it's voice about independence, but it's then not even able to call, within a reasonable time, a referendum concerning a very moderate level of autonomy within the italian state, after receiving a refusal from the central government to an election day (together with the referendum on the constitutional reform). How embarrassing for the present and future of Venetian politics.

This constitutes another lost occasion of the Venetian council to lead the change in Veneto. A matter that demonstrates the lack of political planning and independence of Zaia, the philistines of his council and the pro independence members of the coalition governing Veneto.

Moreover, we keep on firmly condemning the italian central(ist) government, that not allowing the merge of the autonomic and constitutional referendums has yet another time demonstrated its rampant demophobic attitudes

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DI PLEBISCITO, TRUFFE E UNITÀ

INTRODUZIONE. Vogliamo commentare sulla recente distribuzione da parte della regione Veneto del libro "1866, la grande truffa" di Ettore Beggiato. Una spesa di 900 euro che ha fatto sollevare l'opposizione in regione, i mezzi di informazioni e le forze centraliste italiane più di ogni altro scandaloso project financing multimilionario o caso di corruzione. Premesse tutte le legittime critiche a Beggiato e all'istituzione regionale, che distribuisce un testo marcatamente politico (non per contenuto ma per forma), ci sembra che le forze già nominate ci abbiano fornito un classico esempio di: "non voglio che questa storia sia raccontata, non rientra nella mia narrazione" - una gran brutta figura. Allo stesso tempo, non condividiamo il torcicollo verso il passato di molta parte dell'indipendentismo tradizionale. Seppure riteniamo essenziale che si costruisca una nuova riflessione ed un più serio approfondimento relativamente alla storia veneta, crediamo che, anche come sovranisti veneti, i problemi fondamentali che oggi dobbiamo affrontare siano i problemi propri del 21esimo secolo come la crisi climatica, la gestione dei flussi migratori, la protezione dei dati personali da multinazionali e governi autoritari etc, e non certo pianificare spedizioni navali a Lepanto o cacce ai pirati uscocchi. In poche parole, occhi fissi verso il futuro con uno sguardo critico al passato.
 
A centocinquant’anni dall’annessione del Veneto all’Italia il “plebiscito” con cui si sancì l’unione di Venezia al neonato Regno d’Italia fa ancora discutere.
 
Lo abbiamo visto anche dalle decine di polemiche scaturite sui giornali, alla cui origine sta la distribuzione da parte della Regione Veneto alle biblioteche di un libro che parla di “plebiscito truffa”. A prescindere dalle fonti utilizzate e dal significato politico del libro e della sua distribuzione, è utile fare una riflessione sul 1866 e sul Risorgimento tutto.
 
Partiamo dai “plebisciti”, con i quali grandi porzioni della penisola hanno sancito o confermato la loro annessione. Come si svolgeva un plebiscito e chi votava? Si trattava di un atto di legittimazione, un atto politico e propagandistico, con il quale si confermava un accordo diplomatico già preso. A confermare ciò sono le modalità del plebiscito: il suffragio universale maschile e le dubbie modalità di voto
 
Qualcuno potrebbe pensare che si trattava di un atto di grande democrazia, ma bisogna anche tener conto che si trattava pur sempre del XIX secolo e che quindi gran parte delle masse erano analfabete. L’elite intellettuale e nobiliare si allineava all’onda romantica che aveva investito l’Europa ottocentesca, mentre il resto della massa votante era facilmente influenzabile, in quanto illetterato e ignorante. 
 
Non è un caso che le percentuali a favore dell’annessione fossero a dir poco “bulgare”, tanto che in Veneto, ad esempio, su oltre seicentomila votanti si espressero come contrari solo in sessantanove (69!). Pensare che così tante persone fossero a favore dell’unità italiana sotto la corona sabauda è decisamente irreale
Pertanto, indignarsi perché i plebisciti non erano “democratici” è inutile, visto che parliamo di un periodo in cui i valori democratici per come li conosciamo oggi non esistevano. Tuttavia, per gli stessi motivi, esaltarli è solo retorica unionista e nazionalista
 
Aggiungiamo poi il fatto che la guerra del 1866 fu una sconfitta netta per l’Italia, il Veneto fu ceduto dall’Austria alla Francia (intermediaria), che poi lo girò all’Italia. Gli Asburgo si rifiutavano di cedere territori ai Savoia, in quanto non si consideravano sconfitti da loro. In sostanza, quella guerra fu vinta dagli alleati Prussiani a Sadowa, tutto il resto per il Regno d’Italia fu una sequela di umiliazioni.
 
In secondo luogo, il Risorgimento è un fenomeno complesso, vissuto da ogni parte della penisola in maniera diversa e in tempi diversi. L’unico sentimento realmente dominante tra la popolazione a un certo punto era la delusione. E non si parla soltanto della delusione di “chi non voleva l’Italia”, ma soprattutto di “chi voleva un’Italia diversa”, a partire da chi viveva in meridione e si è visto schiacciare con le tasse sul macinato e con l’occupazione militare, passando per coloro che sono dovuti emigrare per avere una vita degna e, in particolare, i repubblicani, ovvero coloro che sognavano un’Italia unita e repubblicana, magari federale, e che alla fine si sono ritrovati sudditi di una famiglia di origine francese.
 
Tra i più critici nei confronti del Risorgimento ci furono personaggi della caratura di Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci: il primo, antifascista e federalista, si scagliò appunto contro il centralismo e contro le classi dominanti dell’Italia unita, responsabili delle distruzione del Mezzogiorno e della mancata democratizzazione del paese; il secondo, marxista, lo definiva in sostanza un’occasione persa per fare una rivoluzione agraria, denunciando ancora una volta i soprusi delle classi dominanti nei confronti di proletari e contadini, in particolare meridionali. Esaltare quel momento storico, può essere quindi definita una “cosa di sinistra”?
 
Aggiungiamo inoltre che la cosiddetta unità d'Italia era una questione che faceva gola ad una vasta rappresentanza della nascente classe industriale. Molti “imprenditori” veneti, che poi per inciso diventeranno senatori o deputati del neonato Regno d'Italia, spinsero fortemente i loro “pari classe” a votare per la stessa unità durante il plebiscito. Figure come il conte Alessandro Rossi (tanto per fare un esempio), pioniere dell'industria laniera nel Veneto, capì immediatamente che l'unità d'Italia andava fatta, non per spirito nazionalistico ma per puro calcolo finanziario ed imprenditoriale. Il liberare nuovi mercati per il nascente capitalismo italico, era un'occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire, considerando anche il fatto che saldando l'asse monarchico-borghese-finanziario, si sarebbero definitivamente messe all'angolo quelle aspirazioni fortemente democratiche (nel senso moderno del termine) e popolari, nonché quelle federaliste che comunque esistevano e resistevano durante e dopo il “risorgimento” italiano. 
 
Vien da fare un appunto critico a coloro che oggi distribuiscono un libriccino di un ex assessore della giunta regionale del Veneto, diventato oggi funzionario a tempo pieno di un movimento ondivago e compromesso con chi, gettando fumo negli occhi dei Veneti, straparla a volte di federalismo, a volte di autonomia e a volte ancora di indipendenza per lasciare, in combutta col potere romano-centrico, tutto com'è.
 
Un appunto che, a parte lo scarno supporto storico e storiografico del libro succitato, a sentir certi “storici” parlare di plebiscito ci si rende conto che gli stessi che spinsero per l'unità d'Italia nel 1866 sono molto probabilmente dietro, mutatis-mutandis, a chi fortemente detiene il potere nella nostra regione, così carica di speranze ma così povera di ideali coerenti con un sano indipendentismo culturale, politico e soprattutto sociale.
 
Renzo Vendrasco, Giovanni Novello
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