Da Guernika a Venezia

Terminate ormai le festività per il 25 aprile, giorno di San Marco e della Liberazione dal nazifascismo, quest'anno non prive di fermenti e spunti che pongono i presupposti per l'inizio di un nuovo indipendentismo veneto, più ricco, forte e trasversale, vorremmo spendere del tempo per ricordare un altro anniversario, al quale non siamo riusciti a dare il giusto spazio, svoltosi ieri, il 26 aprile, che interessa noi tutti, indipendentisti e non. 
 
In Euskal Herria (Paesi Baschi) il 26 aprile 1937, ottant'anni fa, si compie un massacro.
 
Parliamo di un'azione di guerra la cui sistematica esecuzione, innovativa per il tempo, diverrà prassi nella storia immediatamente successiva (la Seconda Guerra Mondiale), fino ai giorni nostri, tanto da essere tutt'ora tristemente contemporanea: parliamo infatti del bombardamento di Gernika. E' il primo bombardamento su popolazione civile, il primo bombardamento terroristico.
Questo massacro è importante da ricordare non solo per la sua contemporaneità (pensiamo agli orrori di Aleppo), ma anche perché l'Italia fu direttamente coinvolta. L'Italia si sporcò le mani con la polvere degli edifici distrutti e il sangue dei civili ammazzati: l'incursione aerea fu infatti compiuta dalla "Legione Condor" tedesca e dall'"Aviazione Legionaria" italiana, entrambe in appoggio degli sforzi bellici nazionalisti franchisti. Uno dei tanti episodi che sfata il nazionalistico e assurdo adagio "italiani brava gente". Subito dopo il bombardamento e la reconquista i moros di Franco usarono la città come accampamento, obbligando la popolazione civile a ripulire la città in segno di umiliazione, negando e smentendo ogni tipo di responsabilità del governo. 
 
Nello stesso anno, Pablo Picasso realizzò "Guernica", una delle sue opere più importanti e celebri: nata con l’intento di rappresentare, alla sua maniera, la guerra civile spagnola, allora in pieno svolgimento. 
Col tempo l’imponente quadro è diventato un simbolo universale contro la brutalità della guerra e un manifesto dell'opposizione alla violenza.
Quest'anno la festa nazionale del popolo basco, l'Aberri Eguna (il giorno della patria) è stata festeggiata proprio a Gernika, in ricordo dell'anniversario di questo terribile evento e Sanca, invitata da Gazte Abertzaleak, ha partecipato con una delegazione alle celebrazioni.
 
Il sottoscritto ha partecipato ai festeggiamenti a Gernika, e ci tiene a porre una veloce riflessione in parallelo alla nostra festa di San Marco, patrono dei veneti, specialmente riguardo a chi ha criticato la presenza dei ragazzi e delle ragazze dei centri sociali del nordest. A tutti quegli indipendentisti che si sono sentiti osteggiati o addirittura minacciati nel vedere facce nuove in piazza tengo a sottolineare la pluralità e varietà dei gruppi baschi che partecipavano all'Aberri Eguna, dai più moderati ai più progressisti, e tra questi non mancavano ovviamente i collettivi anti-fascisti.
 
Questa varietà di idee si incanalava pacificamente nel comune obbiettivo di autogoverno e autodeterminazione dei popoli. Varietà che si vedeva, per altro, dalle stesse bandiere portate in alla festa: dalla Ikurriña più classica (quella disegnata da Sabino Arana) a bandiere in sostegno dei rifugiati (ongi etorri errefuxiatuak, "benvenuti rifugiati"); dalle varie bandiere del regno Navarra (dallo Scudo all'Arano beltza) alle semplici bandiere dell'evento stesso.
 
Ed è proprio a partire dal ricordo di quel terribile bombardamento che Sanca vuole ricordare come l'opposizione a qualsiasi forma di nazionalismo e di fascismo sia l'unica strada possibile verso l'autodeterminazione dei popoli e la libertà.
 
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El Leon Rebelde

A mente fredda, dopo aver assistito alla mezza bagarre mediatica e social che si è sollevata riguardo alle celebrazioni per San Marco e la Liberazione ieri in Piazza San Marco, credo sia necessario fare un po' di ordine.
 
Come la maggior parte delle persone presenti ha ritenuto di commentare (anche alcuni di coloro che oggi sputano veleno), la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze dei centri sociali del nordest è stato gesto bellissimo ed è stato eccezionale vedere che, dopo un iniziale fraintendimento, per tutta la continuazione del pomeriggio anche i più diffidenti dei venetisti vecchio stampo si sono avvicinati ai nuovi arrivati e, dialogando, hanno compreso che erano li tutti per lo stesso motivo, per San Marco e l'Autogoverno.
 
SANCA dialoga con i centri sociali del nordest da moltissimo tempo. Abbiamo condiviso con loro diversi momenti della lunga lotta contro le grandi navi in laguna e discusso le nostre idee sull'Autogoverno del Veneto e continueremo a farlo. Nonostante ciò, SANCA non fa parte di quella realtà politica e non può prendersi né la responsabilità né tantomeno il merito della loro partecipazione di ieri.
 
Comunque è proprio in virtù del dialogo che stiamo conducendo che ieri abbiamo scelto di entrare in piazza con questi ragazzi. Lo abbiamo fatto però in un modo ben preciso: ci siamo collocati al termine del gruppo ed all'entrata in piazza abbiamo formato un nostro capannello, un po' in disparte.
 
Il nostro movimento, anche per la sua pluralità di vedute (all'interno dell'ampissimo panorama delle sinistre) ha scelto di dialogare sempre con tutti, finanche con coloro che sono più distanti dalle nostre idee. E' proprio per questo che quando qualche testa calda tra coloro che si trovavano in piazza ha deciso di andare a provocare i ragazzi dei centri sociali urlando frasi razziste irripetibili e scagliando qualche pugno e stava per scatenarsi un piccolo parapiglia, insieme ad i più pacati di "entrambi gli schieramenti", ci siamo impegnati a far confrontare le persone in modo sereno. Dopo pochissimi momenti tutto è volto per il meglio
 
Ovviamente è nell'interesse dello stato italiano e dei media di regime dipingere cio che è successo ieri come uno scontro, ma noi e chi era in piazza sa come sono andate le cose.
Sfatiamo un po' di miti:
 
a) Sono stati mandati dalla digos. Posso garantirvi personalmente che non potrebbero che starsi più antipatici.
b) Sono venuti a reclamare la piazza dei Veneziani VS I venetisti campagnoli. Mi tocca smentire anche questo, i ragazzi e le ragazze presenti in piazza provenivano da ogni singola città del Veneto. Piuttosto volevano parlare di un'idea di autogoverno aperta ed inclusiva.
c) Volevano opporre la Festa della Liberazione ai festeggiamenti di San Marco. Non ci siamo. Volevano piuttosto affermare che le due feste non sono solo compatibili ma piuttosto essenziali l'una all'altra. Se non avessimo sconfitto i fascisti nessuno potrebbe festeggiare San Marco o parlare in Veneto... chiedetelo ai baschi o ai catalani.
d) Hanno messo un Burqa al Leon. No, il passamontagna fa riferimento al Subcomandante Marcos portavoce dell'EZLN, uno dei movimenti per l'Autogoverno più importanti del nostro secolo.
 
Confido che, come ha avuto a dirmi una ragazza, questo possa essere un primo passo per parlare di indipendenza in modo diverso.
 
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25 Aprile 2016

 

Scusate l'Ardore e l'Ardire.

Ciò che mi spinge a scrivere a margine della manifestazione indipendentista di quest'anno è il clima di contrapposizione, a tratti pure offensivo, che ha fatto da preludio ed epilogo a questa giornata. Altri si occuperanno di criticare chi ha imbracciato il gonfalone, io mi rivolgerò al mondo progressista - lo stesso dove, modestamente, mi colloco.

Non mi dedicherò alle contrapposizioni, lo scherno e i motivi delle critiche, sono sempre i soliti, ma mi soffermerò su alcuni temi che credo la sinistra non abbia mai curato.

Un primo punto è accettare che lo Stato e la Nazione possano non coincidere. L'Italia è un paese giovane ed occupa il territorio di nazioni storiche che hanno saputo (e sanno) esprimere grandi culture e tradizioni politiche. Considerare i soli elementi di prossimità culturale ci fa perdere la ricchezza enorme delle diversità che caratterizzano i popoli d'Italia. La sinistra attuale, seguendo un'impostazione che è stata monarchica prima e fascista poi, sostiene l'idea di una presunta superiorità italiana sulle culture locali. Continuare su questa strada fa perdere contatto con la società, che trova sponda solo nel versante opposto, con tutto quel che ne consegue.

Il secondo aspetto che mi piacerebbe venisse affrontato senza più veti e paure, è il decentramento delle competenze. Qui la maggior critica che imputo al variegato mondo progressista è la paura di consegnare ai conservatori (anch'essi variegati) strumenti migliori di lavoro. La reazione tipica è quella di demandare ad organi superiori, il governo italiano nella fattispecie, la priorità amministrativa, dimenticando che è molto più socialista prendersi cura del territorio anche mettendosi in contrapposizione ad istituzioni centrali ( e centraliste), che sacrificare sull'altare delle proprie idee la voce delle comunità e dei cittadini. Se la sinistra non si occupa di proteggere tutte le minoranze, di quale progresso si fa portatrice?

L'ultimo punto è di mero atteggiamento. Noi di Sanca Veneta siamo molto critici nei confronti dei movimenti indipendentisti e autonomisti classici. Non ci piace l'impostazione esclusivista, il razzismo strisciante, la visione individualista del diritto e crediamo che la riappropriazione del residuo fiscale debba essere un elemento di riscatto per tutta la comunità veneta e non possa essere guidato da interessi egoistici. Tuttavia abbiamo deciso di combattere questa visione dandone una alternativa, poiché è inconcludente minimizzare e rifiutare, ma è necessario riscattare il nostro territorio partendo dai suoi simboli e dalle richieste che la popolazione pone. Crediamo sia essenziale farlo in termini europei, pensando in modo globale ma agendo sul locale.

In ultima istanza invitiamo tutti quelli che temono le derive più becere del venetismo a farsi portatori attivi di politiche di valorizzazione storica, linguistica, culturale e politica. Li sfidiamo a imbracciare i gonfaloni ed a partecipare, in questa con in altre occasioni, con le proprie idee e motivazioni. Aumentando il numero di coloro che curano in maniera sana il Veneto, Venezia e la sua popolazione, ciò che ora da fastidio finirà per essere solo una folcloristica minoranza, allo stesso modo in cui capita con quelli che vanno alle feste dell'Unità solo per mangiare le salsicce.

Matteo Visonà Dalla Pozza

P.S. A corredo di questo articolo, potete leggere ciò che publicammo in merito alla liberazione e a San Marco negli anni precedenti QUI e QUA, mentre LI potete trovare una interessante storia di un Partigiano Venetista. Grazie

 
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Sant'Andrea

 

Sanca Veneta è intervenuta durante l'Assemblea pubblica Quale futuro per Sant'Andrea sabato 29 gennaio 2016, in sala San Leonardo a Venezia.

Il forte del '500 è oggetto di proposta di valorizzazione, che la giunta lagunare ha già messo all'ordine del giorno e che, salvo modifiche, prevede un intervento di pesante conversione, per altro viziato dal solito modus operandi che vede progetti, accordi e partner privati già stabiliti a priori.

Il Forte di Sant'Andrea.

219. Sono gli anni passati dall'ultima volta in cui la città di Venezia ha potuto definire propria l'isola. Il complesso serviva a difendere le bocche di porto del Lido, ma sembra che abbia avuto la sola occasione di affondare una nave nemica nel 1797, la Liberateur d'Italie, ironia della sorte.

Da allora l'isola è passata in mano a francesi, austriaci e italiani, sotto forma di terrritorio militare. Dal 2004 è diventata proprietà del Demanio, di fatto sottratta alla città e ai suoi cittadini. Oggi il federalismo demaniale permette una cessione del bene al comune di Venezia, vincolando la proprietà alla relativa valorizzazione, minacciandone, nel caso, un nuovo esproprio.

Se non fosse per la testardaggine di alcuni indigeni, nella fattispecie il Comitato Certosa e Sant'Andrea, il forte avrebbe seguito l'oblio di tante altre isole della laguna. Invece, occupata per protesta in un primo momento e poi concessa per visite ed eventi culturali, il bastione ha ritrovato parzialmente una sua collocazione. È rinato come luogo in cui veneziani e veneti potessero sentirsi ancora nella propria domus.

Durante l'Assemblea organizzata dal Gruppo 25 Aprile, partecipata da circa 200 cittadini, ha potuto intervenire Matteo Visonà Dalla Pozza per conto di Sanca Veneta. Di seguito il suo discorso.

Per riassumervi il sentimento che ruota attorno al forte di Sant'Andrea devo specificarvi tre delle nostre caratteristiche:

1. Siamo Veneti.

2. Siamo uomini di Sinistra.

3. Siamo Indipendentisti.

Inizierò dall'essere Veneto.

Sono un veneziano adottivo, nato e vissuto nella campagna vicentina. Capita di percepire a volte frizione tra Venezia Insulare e Venezia d'entroterra, tuttavia vi posso assicurare che anche chi non nasce qui, ma soffre di questa strana malattia di sentirsi veneto, considera Venezia come la propria terra madre. Mi piace pensare che si tratti di Matria anziché Patria, Devozione contro Reverenza.

Sant'Andrea è per noi un simbolo. È uno degli ultimi posti dove ci sentiamo a casa. Mentre i simboli veneziani vengono rifiutati dalle istituzioni, sul pennone del forte è ancora possibile issare gonfaloni senza che nessuno si senta offeso, senza che ci sia bisogno di chiedere autorizzazioni o che qualcuno abbia qualcosa da ridire. Ciò che non è permesso a palazzo Ducale o al Correr qui è simbolicamente possibile. Trasformarlo in un NON luogo sarebbe una ulteriore perdita d’identità per la città.

Sanca è Sinistra

Vi confesso che non siamo contro le riconversioni, né tantomeno contrari a priori a interventi di privati in spazi pubblici, ci piacciono i musei. Tuttavia non tutto può diventare un Bookshop! Non possiamo pensare che tutta la laguna mutui la destinazione in ricettiva.

Vi è inoltre un aspetto non secondario che non possiamo far a meno di porre sotto critica ed è il metodo per cui le decisioni si prendono alle spalle dei cittadini, la cui unica possibilità è l'affannosa rincorsa e la protesta. Non ci è concesso di esprimere parere vincolante.

Noi siamo Indipendentisti

Quando parliamo di Indipendenza, non intendiamo una mera riscrittura dei confini ma una riscrittura delle regola. Tutti i nostri buoni propositi e progetti andranno sempre in fumo se ci rifacciamo alle regole attuali. Oggi chi decide della sorte dei beni comuni è distante dalla volontà popolare: sul passaggio delle Grandi Navi decide il governo, sulle isole il Demanio, sulle destinazioni d'uso il Comune - a colpi di maggioranza. Quando parliamo di indipendenza quindi, parliamo di nuovi assetti di democrazia, sempre più diretta e sempre meno rappresentativa.

Vi è poi un ultimo punto che vorrei toccare. Spesso in queste situazioni viene tirata in ballo la mancanza di fondi per finanziare i restauri e vengono concessi beni comuni a partner privati per sopperire alla povertà del pubblico.

Non è vero che i soldi non ci sono! Ogni anno Venezia paga 3 miliardi di euro di tasse e ne riceve indietro solo due. Lasciamo sul piatto ogni anno un residuo fiscale di 1 miliardo di euro. Non possiamo più far finta che non sia un problema.

Oggi paghiamo lo scotto di non aver affrontato questo nodo. Si tratta di un vero esproprio fiscale che si traduce in un esproprio sociale.

Matteo Visonà Dalla Pozza
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