S'ANCA NO!

 

Mancano tre settimane dal referendum costituzionale.

Noi voteremo NO e vi chiediamo di fare lo stesso. Ecco le nostre motivazioni.

Il vero nucleo di questa riforma, del quale media e politici si sono guardati bene dal discutere, è il suo centralismo. Pare sia un principio su cui l'intero establishment politico italiano concordi: la necessità di mettere più potere nelle mani di Roma e meno in quelle delle comunità.

Se è vero che non possiamo fidarci delle regioni per spendere i nostri soldi, perché dovremmo fidarci di Roma?

Lo stato centrale si è forse dimostrato migliore nel gestire le finanze pubbliche? Se è evidente che alcune regioni dello stato italiano hanno gestito male i nostri soldi, altre hanno invece saputo offrire ai propri cittadini servizi di qualità, senza spendere soldi che non avevano. Una classe politica seria avrebbe saputo valorizzare queste esperienze, invece di buttarle con l'erba cattiva sul rogo delle regioni sprecone. Attacco, da parte delle elite politico-intelletuali italiane, che è diretto anche verso le regioni a statuto speciale, vero capro espiatorio dell'incompetenza della politica nazionale.

Ma non è solo un discorso di efficienza. Se economicamente il centralismo è, nel migliore dei casi pericoloso e nel peggiore disastroso, lo è ancora di più politicamente. Togliere potere alle regioni significa allontanare i cittadini dalla politica e dalla democrazia, dandolo invece in pasto al governo centrale, lontano fisicamente e idealmente, sopratutto per noi veneti.

In poche parole: IL CENTRALISMO FA MISERIA.

La diminuzione dei poteri delle regioni, da 19 a 6, e la clausola di supremazia sono gli strumenti di questo assalto al già limitatissimo potere locale.

Intendiamoci: questa riforma è tra i più grandi ostacoli al percorso di autogoverno del Veneto. Sostenere il contrario, come fa il PD Veneto, è falso e significa prendere in giro i cittadini. Basta infatti visitare le infografiche del comitato del SI per leggere la dicitura Meno potere alle regioni, tra i vantaggi di questa riforma (sic!, ma par davèro).

Questo referendum mette ulteriormente in piazza come il Partito Democratico continui a remare contro il Veneto. Pensiamo al cosiddetto emendamento Rubinato, che avrebbe permesso alle regioni dello stato italiano di negoziare forme di autonomia speciale. Emendamento bocciato dall'intero PD, con tanto di dura reprimenda da parte del segretario Veneto - De Menech - contro la senatrice eretica.

Come difensori del principio di autogoverno delle comunità, l'idea di un senato sul modello del bundesrat tedesco avrebbe anche potuto piacerci. Crediamo però che esso abbia senso solo quando sia parte di un vero sistema federale. Se in cambio della sua creazione i territori devono invece perdere qualsiasi funzione legislativa - grazie alla clausola di supremazia - allora non possiamo che manifestare il nostro più profondo disaccordo.

Non siamo certo tra quelli che credono che la Costituzione sia sacra o immodificabile - figuratevi :)

Non condividiamo però neanche l'opinione di chi, anche se poco convinto dalla riforma, voterà SI perché BISOGNA CAMBIARE. Cambiare solo per cambiare non ha alcun senso, specialmente se si cambia in peggio.

Per concludere, abbiamo risposta chiara alla domanda che il referendum ci pone: S'ANCA NO!

 
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Esodati e la loro salvaguardia

 

“ GLI ESODATI E LA LORO SALVAGUARDIA : SOLLEVARE L’ECCEZIONE DI INCOSTITUZIONALITA’ O APPLICARE LA PRESUPPOSIZIONE?“

Mi è capitato qualche tempo fa di leggere l'articolo di una giovanissima dottoressa in giurisprudenza, che trattava il tema degli esodati. L'articolo, che vi riporto testualmente, mi ha fatto ritornare alla mente un tema che è sempre meno citato e ragionato. Questo perché è una grande vergogna italiana, una vile mossa che per risolvere dei decennali problemi pensionistici ha pensato bene di condannare un' intera generazione di persone.

Mentre vi scrivo la parola “esodati” mi viene sottolineata in rosso dal programma di scrittura, la cosa a mio avviso non è da sottovalutare, anzi mi fa venire la curiosità se anche in altri paesi e se in altri periodi storici possa essere successa una cosa del genere; la risposta è NO, sembra proprio di no. In altri paesi le riforme pensionistiche sono state affiancate da sistemi di sostegno sociale.

In Europa sono state predisposte salvaguardie simili al reddito di cittadinanza per le persone coinvolte o il modus operandi dei sindacati, improntato solamente alla ricerca del lavoro, ha fatto si che le persone venissero reintrodotte nel mondo produttivo in tempi brevissimi; un esempio è quello Danese dove i lavoratori hanno garantiti fino a 4 anni di disoccupazione al 95% e gli stessi, mediamente, grazie ai sindacati trovano un nuovo impiego entro 3 mesi e Il nuovo impiego non può avere né un reddito né una qualifica inferiore al precedente, né comportare uno spostamento superiore ai 20 km, questo evita una corsa al ribasso salariale e parallelamente obbliga per i primi sei mesi di frequentare corsi di formazione gratuiti che ne impreziosiscono la professionalità.


A cosa dobbiamo allora questa prodigiosa invenzione della figura del esodato? Bisogna ricercarla nelle elargizioni che sono stati fatte nei decenni scorsi, dove si è riuscito ad andare in pensione anche a 36 anni.

Riporto Il testo della dottoressa Enzo:

"Negli ultimi giorni si è tornato a parlare frequentemente della tanto delicata quanto spinosa questione riguardante la previdenza sociale e la Riforma Monti – Fornero delle pensioni, approvata con il D.L. 6 Dicembre 2011 n. 201 detto Decreto “Salva Italia”.

Uno dei punti più discussi di detta Riforma riguarda l’innalzamento del requisito anagrafico per poter accedere al pensionamento di vecchiaia, circostanza che ha determinato un aumento vertiginoso della categoria dei c.d. “lavoratori esodati”, ossia di quei soggetti che, in procinto di andare in pensione per il raggiungimento dell’età o degli anni contributivi versati secondo le precedenti normative, hanno risolto il proprio rapporto di lavoro entro il 31 Dicembre 2011 in ragione di accordi individuali o in applicazione di accordi collettivi di incentivo all’esodo, per ritrovarsi poi in una sorta di limbo non potendo più accedere al pensionamento in base alla vigente normativa.

Il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina era sempre stato previsto, ma il promulgato Decreto non si è affatto occupato del regime transitorio, limitandosi semplicemente ad utilizzare il c.d. “meccanismo della salvaguardia”, ovvero ad individuare un certo numero di soggetti a cui viene data la possibilità di godere della precedente disciplina pensionistica basata sul sistema di calcolo retributivo.

Nella realtà però i requisiti richiesti per poter accedere a questo trattamento privilegiato sono molto restrittivi cosicchè l’INPS, presentando conti “in rosso” e scarsa liquidità, soddisfa le domande che gli pervengono utilizzando il mero criterio cronologico di presentazione delle stesse.

Tutto ciò ha determinato l’aumento degli esodati che, secondo la valutazione proposta dall’INPS, ammonterebbero ad oltre 387.000 unità e secondo la stima del Governo in sole 65.000 persone.

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La grande difformità tra le due indicazioni, probabilmente, trova la sua spiegazione solo nella circostanza che il Decreto “Salva Italia” ha stanziato la somma di circa 30 milioni di euro a tutela di questi soggetti e la Ragioneria dello Stato ha calcolato che tale somma può garantire la liquidazione delle pensioni, calcolate secondo i vecchi criteri, a non più di un numero di lavoratori di poco superiore alle 60.000 unità.

In presenza di siffatta situazione diviene quindi inevitabile chiedersi, in un sistema di Welfare cioè di Stato sociale – una delle più grandi conquiste Italiane del ‘900 – che dovrebbe basarsi sulla cooperazione tra tutti i protagonisti della vita sociale e in uno Stato di diritto che prevede l’uguaglianza tra le persone come il fondamento della società civile, se possa esistere una così forte discriminazione che coinvolge una fascia enorme di nostri concittadini.

Ritengo non si possa restare impassibili davanti a questo problema che, inevitabilmente, ci allontana sempre più da una giustizia “ideale” e che si debba o attivarsi sollevando l’eccezione di incostituzionalità della Riforma stessa ovvero applicando l’istituto di diritto giurisprudenziale conosciuto come presupposizione.

In questa seconda ipotesi debbono mettersi in discussione per mancanza dei presupposti oggettivi gli accordi sulla base dei quali tanti lavoratori si sono esodati, determinando così una risoluzione del contratto medesimo.

In molti hanno infatti accettato le condizioni di prepensionamento proposte confidando nella garanzia del trattamento pensionistico che precedentemente li tutelava e si sono poi trovati, senza prevedibilità alcuna, ad essere esclusi sia dalla possibilità di ricevere una pensione, sia dalla possibilità di riprendere una qualsiasi attività lavorativa per lo stato avanzato dell’età anagrafica.

Tra le due ipotesi su indicate credo, però, che quella più corretta da intraprendere sia la prima, invocando il diritto quesito di godere del regime previdenziale che il soggetto aveva maturato prima dell’ingresso della Riforma, diritto che la stessa ha negato in piena disapplicazione dell’art. 3 comma 2 della nostra Costituzione, che statuisce come: “…. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”.

Il diritto al lavoro è la fonte della libertà ed esso dev’essere salvaguardato in tutte le sue forme. Poiché con questa Riforma il nostro legislatore ha chiaramente dimostrato di aver perduto il dovuto senso della legittimità Costituzionale, si ribadisce che l’Appello alla Corte Costituzionale è oggi a dir poco doveroso per veder riconosciuti a tutti gli effetti i diritti che sono connaturati ad ogni uomo e che sono il fondamento di ogni Stato democratico e che si voglia dimostrare tale.”

Enzo Samuela

In un nuovo stato, fieramente europeo, dovrà essere ricercato e perseguito il livello standard di riferimento dei paesi che ci circondano.

Perché non è giusto abituarsi a vivere senza garanzie, senza prospettarsi un futuro o senza assicurarsi una serena vecchiaia, non è giusto, soprattutto, se si offre per questo una grandissima percentuale del proprio guadagno.

Questa scelta dovrà essere prima che economica e culturale, una scelta di libertà perché con queste ingiustizie è quella che si limita, la libertà di scegliere come vivere, cosa comprarsi e alla fine come pensare.

Emanuele Borasca

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Legge 16

Grande Vittoria della Libertà!

Così titolava l'Unità nel maggio del 1974, all'alba del giorno seguente al referendum abrogativo della legge 898 del 1970 che regolava la pratica dello scioglimento del vincolo matrimoniale.

Dopo la votazione della PDL 342 il Consiglio della Regione Veneto, ha provveduto a trasformare il risultato della votazione in aula nella Legge 16 che prevede l'indizione di un Referendum Consultivo per conoscere la volontà degli elettori del Veneto sul seguente quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana? Si o No?”  

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Niente è Per Sempre

Art. 4. - La persona del Re è Sacra ed Inviolabile

Art. 5. - Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra: fa i trattati di pace, d'alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano, ed unendovi le comunicazioni opportune. I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere.

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