Un resconto da Aiacciu

Ho avuto l’onore di essere il delegato di Sanca Veneta all’assemblea generale di EFA (European Free Alliance) e la sua organizzazione giovanile (EFAy) ad Aiacciu, in Corsica. Di ritorno verso casa voglio darvi a caldo (non proprio, considerata la temperatura dell’aeroporto) un mio personale resoconto di questa fantastica esperienza.

Sono stati quattro giorni di politica nel senso più alto del termine. Delegazioni da decine di nazioni senza stato, dalle isole Åland all’Andalucia passando per la Slesia, si sono riunite per discutere il futuro dell’autodeterminazione in Europa. Hanno raccontato degli sviluppi recenti nelle proprie comunità e partecipato a diversi dibattiti su molti temi: dai diritti umani dei prigionieri politici in Europa alla promozione di lingue “locali” e bilinguismo nei nostri sistemi educativi.

L'atmosfera rilassata e la cordialità dei partecipanti mi ha fatto capire quanto EFA, nel suo complesso, assomigli a una famiglia. Una famiglia di nazioni solidali l'una con l'altra nella battaglia per un'Europa delle comunità e della diversità. 

La cosa forse più importante di queste giornate sono stati gli incontri e le conoscenzeche abbiamo fatto, che resteranno nella mia testa a lungo. Ci servono per ricordarci quanto la nostra causa sia giusta e condivisa. L’incontro con tutte queste nuove realtà non può che arricchirci e portarci a nuove conclusioni.

Ho infatti realizzato, ora più che mai, quanto Sanca abbia da imparare da queste altre realtà europee. D’altra parte pero, ho notato come gli ideali che ci animano siano condivisi da popoli, culture e comunità diverse del nostro continente. Personalmente, è stato una boccata di aria fresca, da un ambiente e atmosfera in Veneto che tende a soffocare l’entusiasmo.

Tra le tante riunioni, dibattiti e conversazioni, l’assemblea di EFAy ha anche votato, unanimemente, l'ammissione di Sanca Veneta come membro osservatore di questa associazione. Una decisione che ci rende felici e orgogliosi e che ripaga i tanti sacrifici di questi anni per dedicarci ad un progetto ben preciso: dare una nuova voce all’indipendentismo Veneto. Come ho avuto modo di dire all’assemblea, mi sono reso conto che Sanca Veneta non e’ non può essere solo un movimento politico, ma piuttosto un esercizio intellettuale per ridefinire l’identita e la cultura politica veneta.

E dopo queste giornate, sono, e siamo, ancora più convinti del nostro obbiettivo: costruire la vera alternativa per il Veneto. Un’alternativa indipendentista e progressista.

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Europa: Denasionalisasion in corso?

È il progetto europeo un processo di denazionalizzazione? E se si, che probabilità ha di compiersi?

Siamo orgogliosi di presentarvi la traduzione di un recente articolo pubblicato dal giornale online "The New Federalist" su questo argomento. Un piccolo contributo per ricordarci come il processo di indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dall'evoluzione del sistema europeo. Per chi fosse interessato all'articolo in lingua originale (francese e inglese), cliccate qui 

L'esistenza stessa della nazione è incompatibile con il progetto europeo. I federalisti più conservatori che negano questo fatto mostrano una commovente ingenuità. In questo senso, i nazionalisti radicali hanno ragione a farsi prendere dal panico relativamente alla fine delle nazioni che, come affermò Ernest Renan, il padre del nazionalismo francese, non sono eterne. I federalisti sbagliano a discordare dai nazionalisti radicali riguardo a questo tema perché così facendo tendono a rinforzare il carattere drammatico di questo fatto quando invece esso è positivo. Quindi dobbiamo assumere pienamente che il progetto europeo porta alla completa dissoluzione degli stati-nazione.

Il paradosso dell'Europa è che la sua più spettacolare invenzione, lo stato-nazione, è anche ciò che le impedisce di esistere come tale” – Françis Furet citato in Paul Sabourin, The Nation-State Versus Europe.

“Le nazioni non sono eterne. Nascono e muoiono. La confederazione europea, probabilmente, li sostituirà” – Ernest Renan in What is a Nation?

Ragione o nazione? Siamo al bivio.

L'Europa non sarà mai una nazione. Questo implicherebbe un nazionalismo europeo, il quale sarebbe deleterio per il progetto federalista. I padri fondatori non intendevano passare dai diversi nazionalismi presenti in Europa ad uno su scala continentale. Questa prospettiva sarebbe totalmente irrazionale e condurrebbe allo stesso atteggiamento xenofobo e liberticida che condanniamo oggi nei nostri rispettivi stati.

Perciò, sembra che l'Unione Europea dovrà trovare un altro fondamento politico più razionale del nazionalismo attraverso il quale trascendere la molteplicità delle appartenenze culturali. Solo il patriottismo costituzionale risponde a questo bisogno. L'obbiettivo è di basare la società politica europea su valori liberali quali il costituzionalismo, la democrazia, i diritti umani, tutti valori non di parte, universali e che mirano alla libertà individuale.

Ci accorgiamo immediatamente che questo fondamento politico non ha alcuna opportunità di farsi strada su scala continentale se non verrà prima applicato su base nazionale in ciascuno degli stati membri dell'unione europea.

L'abolizione del nazionalismo è indispensabile al prosperare del federalismo.

E' impossibile costruire un Europa fondata sulla razionalità se le entità che la compongono si fondano su ideologie irrazionali. La nazione è in effetti una costruzione ideologica con l'obbiettivo di stabilire una comunità il cui patrimonio storico e culturale deve giustificare lo stabilirsi di tale stato come un ombrello.

Un approccio di questo tipo è irrazionale per più di una ragione. In primo luogo, perché determinare il contenuto e i contorni precisi di un patrimonio storico è una pratica arbitraria. Ciò perché tutte le civilizzazioni hanno (sviluppato) vari gradi di interdipendenza storica e culturale tra loro. La seconda ragione è che questa visione tende a fare dello stato un fine in se quando esso non è in realtà altro che un volgare strumento al servizio delle libertà individuali e dove l'utilità di tale sistema non può essere che relativa. La terza ragione è che il nazionalismo è consustanziale alla xenofobia in quanto legittima la discriminazione civile e politica di fatto dell'identità culturale di un individuo. Elementi che presi assieme mostrano quanto il nazionalismo sia un insulto alla ragione.

L'abolizione del nazionalismo dissolverà gli stati europei.

Gli stati europei sono oggi totalmente basati sull'irrazionalità. E' quindi probabile che introdurre la razionalità nel dibattito politico (la stessa che giustifica il federalismo europeo) metterà in crisi l'autorità dei cosiddetti “vecchi stati”, conducendo inevitabilmente alla loro dissoluzione – poiché, verosimilmente, non avranno più alcuna vera ragione a giustificarne l'esistenza.

Ma torniamo un momento al patriottismo costituzionale. Si agisce bene nel fondare una società sui valori razionali quali la libertà, la democrazia, i diritti dell'uomo e tutto ciò che segue da questi principi. Ma il punto è che la persistenza delle “vecchie” nazioni mina l'effettività di questi principi. E' evidente che la frammentazione di questi stati in comunità politiche più piccole rinforzerebbe l'effettività dei valori democratici. Più è piccola una comunità politica, più è rispettosa della diversità delle realtà individuali e sociali e dunque dell'ideale democratico. La frammentazione degli stati europei riavvicinerebbe i territori alle istituzioni internazionali e rinforzerebbe le libertà dei loro cittadini. E' per questo che un fondamento politico razionale comporterebbe la morte degli stati che conosciamo oggi. Si pensi al pensiero di Rousseau quando parla della dimensione della democrazia: più essa è grande, minore è l'influenza dell'individuo nel decision-making, nonostante sia sancito dalla legge che tutti sono uguali.

Ciò rinforza il bisogno di applicare scrupolosamente la sussidiarietà, senza la quale la nostra democrazia continentale, ancora in formazione, non avrà alcun interesse nel proteggere le libertà individuali.

La dissoluzione degli stati europei è indispensabile alla prosperità del federalismo.

Per riassumere: l'Europa non può che sollecitare la ragione umana se vuole acquisire una propria legittimità. Questo processo è possibile solo se gli stati che compongono questa unione decidono di introdurre la razionalità dentro al proprio sistema politico, ma proprio l'introduzione di questi ideali nazionali porterà inevitabilmente allo smantellamento dall'interno di questi stati fondati sull'irrazionalità. Il progetto federalista passerà dunque necessariamente per la sparizione delle “vecchie” entità politiche che conosciamo oggi. Possiamo considerare già avviato questo processo quando constatiamo che la maggior parte dei partiti regionalisti, autonomisti e indipendentisti sono generalmente molto eurofili. La maggior parte di essi fa parte dell'Alleanza libera europea, una confederazione europea di partiti politici che siedono insieme ai Verdi al parlamento europeo e che nel proprio manifesto chiedono implicitamente un Europa federale sostenendo per esempio un accrescimento delle prerogative delle istituzioni transnazionali quali il parlamento rispetto a quelle degli organi inter-governamentali anche rispetto alle questioni costituzionali. Di fronte a questa prospettiva gli Euro-conservatori vanno nel panico e fanno generalizzazioni fallaci, come quella secondo la quale l'Europa non sarebbe in grado di gestire i regionalismi che hanno continuato a indebolire le nazioni negli ultimi due secoli – un'affermazione che si fa insignificante quando messa di fronte alla storia del vecchio continente. Gli stati-nazione non sono in alcun modo essenziali al futuro dell'unione europea e tanto meno sono elemento di fondazione della costruzione europea.

Al contrario, la loro sparizione è la condizione del suo successo, in particolare se consideriamo l'affermazione di Jean Monnet secondo la quale “Non stiamo formando coalizioni di stati, stiamo unendo uomini.”
"

Ferghane Azihari, 30/12/14

Traduzione di Giovanni Masarà

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Visca Catalunya!

Ghe domando ai popoli de sta tera,ghe domando ai media
e ghe domando anca ai goerni democradeghi de sta tera
de jutar el popolo Catalan nel deçìder del propio doman*.

Dopo decenni di battaglie sociali e politiche, la Catalunya ha finalmente celebrato il suo referendum.

Circa 2,3 milioni i votanti, 2 semplici domande: Vuoi che la Catalunya diventi uno Stato? Se si, vuoi che questo stato sia indipendente?.

Un atto di sovranità catalana. L’esito e chiaro: l’80% dei votanti, dopo ore di coda, ha scelto il cambiamento, l’indipendenza. Un referendum che non darà l’indipendenza immediata, ma che costituisce una tappa fondamentale nel percorso verso l’autodeterminazione. I catalani infatti, nonostante le minacce di Madrid (condite da foto di carri armati diretti a Barcellona), il silenzio di Bruxelles e i mille escamotage per nascondere le urne elettorali, hanno riempito i seggi e votato in massa.

Come ha ben riassunto Marta Rovira, segratario di ERC, "Il messaggio di 2 milioni di catalani e chiaro: creare un nuovo stato"

Madrid e ora ai ferri corti. Pare che Mas concederà a Madrid 1 o 2 settimane per negoziare un referendum formale. In caso contrario: elezioni anticipate nella Generalitat con lista unica di tutti i movimenti indipendentisti (CiU e ERC in testa) con un solo obbiettivo: l'indipendenza.

La storia non si ferma, né con la repressione né con il crimine, come disse Salvador Allende. E se 25 anni fa cadeva il muro di Berlino, in uno dei più importanti eventi nella storia europea, il voto del 9 Novembre segna una tappa altrettanto fondamentale. Se a Berlino significò una riunificazione della Germania e d'Europa, con il referendum Catalano (e prima con quello Scozzese), le lancette della storia ci dicono che il tempo è arrivato per un'Europa vera. Un'Europa emancipata dagli stati ottocenteschi e i nazionalismi che da esse naquero.

Non possiamo che festeggiare questo voto. Un voto che insegna che la volontà di un popolo e di una classe dirigente seria può scavalcare ogni ostacolo: burocratico, ideologico e costituzionale.

Una lezione di democrazia 

Stefano Zambon

*Dichiarazione di Artur Mas a margine della comunicazione dei risultati del referendum .

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