25 aprile: esiste una cura al fascismo?

 

Oggi è un giorno carico di significati simbolici per noi Veneti. Festeggiamo il nostro patrono San Marco, ricordando i princìpi di libertà che hanno animato la Repubblica di Venezia, e insieme celebriamo la Liberazione della penisola dal nazifascismo. Dopo 75 anni riaffermare i valori della libertà e dell’antifascismo appare ancora come un’azione necessaria. Fatti provenienti da tutto il continente, dall’Ungheria alla Catalogna, ci dicono che è così… E ci raccontano qualcosa di chiaro sul fascismo in Europa: che esso non è mai stato davvero sconfitto.

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Buon Giorno del No!

Ogni 28 ottobre in Grecia si festeggia il "Giorno del No" (Επέτειος του Όχι), in memoria del 28 ottobre del 1940, quando il primo ministro greco Ioannis Metaxas (Ιωάννης Μεταξάς) rifiutò di lasciar entrare in Grecia le truppe del Regio Esercito sotto richiesta/imposizione di Benito Mussolini, evento che portò alla campagna di Grecia e alla famosa - ma poco profetica- frase "Spaccheremo le reni alla Grecia".

E' importante ricordare e festeggiare questo giorno per noi cittadini dello Stato italiano, perché ci riporta alla mente il colonialismo e imperialismo italiano, che non si è attuato solo in Etiopia ed Eritrea, con nefandezze che non dovremmo mai dimenticare, ma anche molto vicino a noi: sulle sponde del Mediterraneo, in Libia, e ancor più vicino, nei Balcani, in Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, l'Eptaneso, il Dodecaneso e i tentativi d'invasione in Anatolia e nella Grecia continentale.

Ma ancor più importante è per noi Veneti, perché quello che fece l'Italia fu riuscire a imporci la finale rottura dei nostri millenari rapporti con i Balcani e il Mediterraneo orientale. 
Ad allontanarci da popoli con cui la convivenza e lo scambio culturale era la normalità, prima dell'esasperazione nazionalista e dell'imposta identità italiana che prevaricava e negava una fratellanza con i popoli di questi territori. 
Fu con il fascismo e i suoi orrori che ci fu strappata la nostra comune identità, usata dagli italiani per reclamare territori che non appartenevano a nessuno se non alle comunità che vi vivevano.

Sotto la Repubblica Veneta non vi erano istanze nazionalistiche e di omologazione etnica, e quindi si aveva una vera e propria fratellanza di comunità sotto la stessa istituzione statale.
L'italia fascista affiancò al mito anacronistico e assurdo del nuovo Impero romano una versione mitizzata dei territori di San Marco, strappandoci una parte importante della nostra eredità e stravolgendola in uno strumento di pretesa territoriale etnica.

In questi territori gli italiani non sono stati i "buoni occupanti", come ci vuole far credere un mito nazionalistico costruito ad arte per dimenticare le proprie responsabilità. 
La bislacca frase "eh ma abbiamo costruito strade e nuove infrastrutture" è di un'insensibilità disumana
L'occupazione italiana fu violenta. Imposta. Non desiderata.
Ed infatti è questo che rimase nel ricordo di queste popolazioni.

Significativa per quanto riguarda l'occupazione italiana nei Balcani è quella foto di un soldato italiano che a Pljevlja, tra una rastrellata e un altra, prende a calci un civile montenegrino.

E come possiamo dimenticare l'esistenza dei campi di lavoro e di concentramento in Istria e Dalmazia, come quello dell'isola di Arbe? 
In Italia pochi sanno che in questi campi sono morti di fame e di fatica donne, vecchi e bambini, perché "allogeni" -come li definiva il governo fascista- letteralmente "d'altra stirpe", nel senso di etnia diversa da quella maggioritaria.
Sloveni, Croati, Bosniaci e Montenegrini morti perché gente diverse dalla "maggioranza", dalla cultura imposta dallo Stato.

Uccisi perché considerati dei parassiti. 
Cosa curiosa che spesso mi capita di notare è che più ti allontani dai confini con i Balcani, e quindi dal Nord-est italia, e meno gli italiani sanno di queste storie. Ma ovviamente anche fin troppi veneti non sanno di questo passato, perché se lo conoscessero la smetterebbero di credere al mito dell' identità nazionale e a vedere e volere muri ovunque.

Ed è un peccato. E' un peccato pensare che per colpa di tali esasperazioni nazionaliste italiane, quello che per noi veneti fu un ponte -perché questo fu l'Adriatico, congiunzione di popoli, culture e lingue- sia diventato un muro.
Processo già iniziato con l'unità d'italia, ma che ha conosciuto le fasi peggiori durante il fascismo.
Un muro che alzandosi ha lasciato in queste comunità del mediterraneo profonde ferite, dopo secoli di convivenza e rispetto.
Un ponte che vorremmo tornasse, specialmente attraverso il sogno europeo di superare gli stati nazionali e mettere in comunicazione le comunità europee. 

In Sanca crediamo veramente in un nuovo ponte che sappia mettere in comunicazione noi veneti, popolazioni dell'alto adriatico, con tutti i Balcani e la Grecia. Per questo vogliamo proporre a ogni veneto - ma anche a ogni italiano- di cominciare a ricordare, e festeggiare insieme agli amici greci chi si è alzato e ha detto "no" a chi voleva colonizzare e togliere libertà in nome del nazionalismo e delle sue esasperazioni.

Quindi, anche se in ritardo: buona festa del No!

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San Petronio Catalano è Nostro!

 

In Veneto abbiamo fatto l'indipendenza!

Sulle aste sventolano solo gonfaloni dal Garda all'Adriatico. Nelle scuole si insegna in lingua Veneta. Il Doge è stato ripristinato come carica temporale di rappresentanza istituzionale. L'economia va bene e per tutti gli stati europei siamo una serena democrazia moderna.

Tuttavia, la regione di San Petronio Catalano ci da dei problemi. Parlano ancora per la maggior parte in italiano, insegnandolo pure ai nuovi venuti. Continuano a esporre la loro bandiera tricolore. Alcune tradizioni diverse dalle nostre durano a morire, anzi, rinvigoriscono.

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Da Guernika a Venezia

Terminate ormai le festività per il 25 aprile, giorno di San Marco e della Liberazione dal nazifascismo, quest'anno non prive di fermenti e spunti che pongono i presupposti per l'inizio di un nuovo indipendentismo veneto, più ricco, forte e trasversale, vorremmo spendere del tempo per ricordare un altro anniversario, al quale non siamo riusciti a dare il giusto spazio, svoltosi ieri, il 26 aprile, che interessa noi tutti, indipendentisti e non. 
 
In Euskal Herria (Paesi Baschi) il 26 aprile 1937, ottant'anni fa, si compie un massacro.
 
Parliamo di un'azione di guerra la cui sistematica esecuzione, innovativa per il tempo, diverrà prassi nella storia immediatamente successiva (la Seconda Guerra Mondiale), fino ai giorni nostri, tanto da essere tutt'ora tristemente contemporanea: parliamo infatti del bombardamento di Gernika. E' il primo bombardamento su popolazione civile, il primo bombardamento terroristico.
Questo massacro è importante da ricordare non solo per la sua contemporaneità (pensiamo agli orrori di Aleppo), ma anche perché l'Italia fu direttamente coinvolta. L'Italia si sporcò le mani con la polvere degli edifici distrutti e il sangue dei civili ammazzati: l'incursione aerea fu infatti compiuta dalla "Legione Condor" tedesca e dall'"Aviazione Legionaria" italiana, entrambe in appoggio degli sforzi bellici nazionalisti franchisti. Uno dei tanti episodi che sfata il nazionalistico e assurdo adagio "italiani brava gente". Subito dopo il bombardamento e la reconquista i moros di Franco usarono la città come accampamento, obbligando la popolazione civile a ripulire la città in segno di umiliazione, negando e smentendo ogni tipo di responsabilità del governo. 
 
Nello stesso anno, Pablo Picasso realizzò "Guernica", una delle sue opere più importanti e celebri: nata con l’intento di rappresentare, alla sua maniera, la guerra civile spagnola, allora in pieno svolgimento. 
Col tempo l’imponente quadro è diventato un simbolo universale contro la brutalità della guerra e un manifesto dell'opposizione alla violenza.
Quest'anno la festa nazionale del popolo basco, l'Aberri Eguna (il giorno della patria) è stata festeggiata proprio a Gernika, in ricordo dell'anniversario di questo terribile evento e Sanca, invitata da Gazte Abertzaleak, ha partecipato con una delegazione alle celebrazioni.
 
Il sottoscritto ha partecipato ai festeggiamenti a Gernika, e ci tiene a porre una veloce riflessione in parallelo alla nostra festa di San Marco, patrono dei veneti, specialmente riguardo a chi ha criticato la presenza dei ragazzi e delle ragazze dei centri sociali del nordest. A tutti quegli indipendentisti che si sono sentiti osteggiati o addirittura minacciati nel vedere facce nuove in piazza tengo a sottolineare la pluralità e varietà dei gruppi baschi che partecipavano all'Aberri Eguna, dai più moderati ai più progressisti, e tra questi non mancavano ovviamente i collettivi anti-fascisti.
 
Questa varietà di idee si incanalava pacificamente nel comune obbiettivo di autogoverno e autodeterminazione dei popoli. Varietà che si vedeva, per altro, dalle stesse bandiere portate in alla festa: dalla Ikurriña più classica (quella disegnata da Sabino Arana) a bandiere in sostegno dei rifugiati (ongi etorri errefuxiatuak, "benvenuti rifugiati"); dalle varie bandiere del regno Navarra (dallo Scudo all'Arano beltza) alle semplici bandiere dell'evento stesso.
 
Ed è proprio a partire dal ricordo di quel terribile bombardamento che Sanca vuole ricordare come l'opposizione a qualsiasi forma di nazionalismo e di fascismo sia l'unica strada possibile verso l'autodeterminazione dei popoli e la libertà.
 
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