Europa e Autonomia

 

Agli amici europeisti.

Leggo in questi giorni diverse affermazioni preoccupate da parte degli esponenti europeisti e federalisti del Veneto riguardo la consultazione popolare del prossimo 22 ottobre.

Mi rammarica vedere un quesito referendario declassato ad una inutile propaganda dei populisti anti europei.

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Dopo la Scozia… un'Europa Federale?

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questo articolo, che valuta la situazione europea discutendo della crescita degli indipendentismi, ed ho ritenuto sarebbe stata un ottima lettura da proporre ai lettori di Sanca. Vi accorgerete che l'articolo parte dalla risultato del referendum Scozzese per l'indipendenza e non prende in considerazione quello sulla brexit. L'articolo risale in effetti ad ottobre 2014 e vi potreste chiedere perché abbia scelto di proporvi un articolo così datato. Leggendo l'articolo vi accorgerete che rimane molto fresco ed attuale, restando dunque una valida lettura. Esso suggerisce una prospettiva che vede l'Europa superare, in senso federale, gli stati nazionali costituendosi di regioni e città indipendenti.

Dunque... la Scozia rimane nel Regno Unito, ma con poco meno della metà della popolazione che avrebbe voluto l’indipendenza. Questo potrebbe apparire come il peggior risultato possibile. Come dire alla tua sposa che la odi, ma che ci starai insieme per il bene dei bambini. Questa non è una base per una relazione molto felice. La cosa peggiore delle ultime due settimane è stata l’incertezza riguardo al futuro e questa incertezza rimarrà ad adombrare ogni decisione che le imprese faranno in futuro. Il fatto positivo, dal punto di vista della Scozia, è che ci sarà una significativa devolution di poteri nei suoi confronti. Tutti gli altri movimenti separatisti in Europa dovrebbero prendere nota: più la porta cigola forte, più lubrificante riceve.

Il dibattito sull’indipendenza si è configurato come una battaglia tra emozione e ragione: cuore vs. Testa. La campagna del si è appellata al senso nazionale scozzese, mentre la campagna del no ha schierato argomentazioni economiche riguardo la valuta, il debito bancario ed il commercio ed argomentazioni economiche riguardo le costituzioni e l’appartenenza all’Unione Europea. Questi due schieramenti potrebbero essere rozzamente classificate come una comunità locale libera influenzata dal populismo e una distante elite metropolitana che crede che “nanny knows best”[1]

La situazione ha qualche parallelo con quello che sta avvenendo in Thailandia nella battaglia tra le camicie rosse e le camicie gialle. Le camicie rosse sono i numericamente superiori poveri delle campagne i cui voti sono fortemente influenzati dalle misure populiste e dalla “pork barrel politic”. Le camicie gialle rappresentano l’elite urbana ben-educata che crede di sapere cos’è meglio per il paese. Loro chiamano se stessi Democratici, ma ancora faticano ad accettare il parere della maggioranza perché credono che il voto sia stato pregiudicato da voto di scambio e corruzione. Le proteste di piazza di entrambi i fronti e il completo blocco del governo hanno condotto ad un colpo di stato militare nel maggio di quest’anno.

Nell’Atene del V° secolo, luogo di nascita della democrazia, non c’era nessun conflitto di questo tipo, perché non c’era il suffragio universale; solo il dieci per cento della popolazione aveva il diritto di voto. Le tue opinioni contavano solo se eri un cittadino maschio, oltre i 35 anni e proprietario di terra. Schiavi, stranieri, donne e giovani erano tutti esclusi. In effetti, se si cerchi lo stato moderno che si avvicina maggiormente all’ideale della Democrazia Ateniese oggi, si giunge sorprendentemente alla Cina. Attorno al dieci percento della popolazione sono membri del Partito Comunista che conduce un vigoroso dibattito interno prima di decidere sul futuro destino del paese. Inoltre, se si osserva la crescita economica, questo sistema sembrerebbe funzionare.

Nonostante ciò, è un errore vedere le aspirazione dei nazionalisti scozzesi come emozionalismo irrazionale. In realtà, ci sono delle ottime argomentazioni razionali per l’indipendenza scozzese e per tutti gli altri movimenti separatisti in Europa, che potrebbe essere riassunto come “eliminare l’uomo nel mezzo”, che in questo caso è il tradizionale Stato Nazione.

L’essenza del conflitto sta proprio nel nome, che congiunge due differenti concetti in un singolo termine descrittivo. La parola “nazione”, dal Latino natio (essere nato), implica una comunità interrelata;  una tribù di famiglie intrecciate. La parola “stato” è derivata dal participio passato di sto ossia "stare fermo", e dunque vale per "ciò che sta fermo" e per estensione "ciò che non cambia". Il termine riassume in sè le caratteristiche di "stabilità" ma anche di "patrimonio". Lo stato nazione sta venendo demolito nelle componenti territoriali. C’è una spinta verso unità regionali più piccole che meglio riflettano le identità comunitarie. Ciò da una voce più forte alle culture locali che si sentono escluse dalla politica a livello nazionale come evidenziato dal precipitare della partecipazione al voto in Europa. C’è anche una spinta verso l’alto nella direzione di un entità sovranazionale, in questo caso l’UE. Molti dei problemi del mondo d’oggi hanno natura globale e non possono essere risolti su base nazionale. Considera la seguente lista: riscaldamento globale, elusione fiscale delle corporation, la regolamentazione bancaria, gli accordi globali di libero commercio, l’esplosione dell’epidemia di Ebola e le minacce dell’islamismo radicale come l’ISIS. Tutti questi problem si possono risolvere al meglio solo a livello sovranazionale. Si può sostenere con forza che le competenze di difesa e sicurezza siano gestite meglio al livello europeo che nazionale. La corrente crisi in Ucraina potrebbe venire risolta meglio con una vigorosa risposta  di tutta la UE che dai singoli paesi.

In questa struttura a tre livelli, il livello di base conferisce un grado di rappresentazione democratica più grande mentre quello più in alto costituisce migliori economie di scala e sicurezza come gruppo. Che necessità c’è dunque per il livello di mezzo –lo stato nazione- che non adempie efficacemente a nessuna delle funzioni?

Questa visione delle nazioni d’Europa smembrate in più piccole entità regionali sotto il cappello globale dell’UE è stato guardato con orrore dal Regno Unito con la sua tradizione di forte controllo da parte di Westminster. Siccome è simile all’attuale modello tedesco di stati federati o lander, viene spesso descritto dalla frase “Europa Federale”.

Ma che aspetto avrebbe una tale Europa Federale? Potrebbe sorprendere scoprire che essa esiste già, almeno nella mente dei burocrati degli uffici di statistica dell’Unione. Se vai online ad esaminare il database dell’Eurostat scoprirai che la UE ha raccolto dati economici su base federale già dal 2000. Il Regno Unito è stato diviso in 12 regioni federali (tre delle quali sono Scozia, Galles e Irlanda del Nord) sotto uno schema progettato dalla UE conosciuto come “Nomenclatura delle Unità Territoriali Statistiche” che sono spesso abbreviate nell’acronimo NUTS.

Dai un occhiata alla mappa qui sotto. Mostra le regioni federali d’Europa (NUTS 1) rappresentate secondo il loro PIL. In altre parole, la dimensione di ogni regione corrisponde alla dimensione della sua economia mentre il colore mostra il tasso di crescita media tra il 2000 e il 2011. Ci sono alcune cose interessanti da notare:

1. I tassi di crescita del Regno Unito appaiono relativamente bassi rispetto al resto d'Europa. Queste proiezioni sono calcolate in euro e la svalutazione del 20% della sterlina nel 2008 ha avuto un impatto negativo. 

2. Le cose più piccole tendono ad essere verdi. In altre parole, le regioni più piccole tendono a crescere più velocemente. Questo potrebbe essere legato al fatto che un mercato comune tende a trascinare verso l’alto i ritardatari e questo è ulteriormente esagerato dal fatto che i fondi UE di sviluppo tendono ad essere canalizzati alla regioni più povere.

3. Non si tratta solo della Scozia. Ci sono molte altre regioni che vorrebbero essere indipendenti in Europa. Tutte le regioni con un movimento separatista esistente sono state evidenziate con un bordo viola.

4. Molti degli stati potenziali sono unità economiche più grandi di paesi UE esistenti, cosa che offre supporto alla loro credibilità.

5. I nomi delle regioni sono stati talvolta cambiati da una sterile definizione burocratica a qualcosa di più culturalmente sensato. Per esempio, l’Inghilterra del Sud Est diventa Wessex, Regione 1 Romania diventa Transylvania e la Regione Polonia Nord diventa Pomerania.

  

E’ facile respingere tale mappa come una fantasia di burocrati sognata da statistici che vorrebbero che il disordine del mondo reale potesse essere ordinato con semplicità in appropriati schedari. Le linee di divisione sono arbitrarie e in molti casi sono meramente disegnate per creare unità amministrative di dimensione simile. La resistenza a un qualsiasi tipo di devolution in questo senso da parte delle nazioni esistenti sarebbe così grande da essere quasi insormontabile. Molte entità importanti che hanno investito nel corrente status quo avrebbero moltissimo da perdere. Ma allo stesso tempo, paesi che lamentano l’ingerenza dell’ “ineletta” UE come un aggressione nei confronti della democrazia potrebbero trovare la stessa argomentazione rivolta contro di loro. Dopo il sorprendente voto scozzese, quanti altri paesi europei permetteranno un referendum indipendentista? E se non lo faranno, le loro credenziali democratiche ne saranno macchiate?

C’è un altro modo di leggere i dati che evita la segmentazione artificiale in regioni burocratiche. Esso va un livello più in basso ed osserva le città invece che le regioni. Le città, specialmente in un economia dei servizi, sono i veri motori della crescita economica. Qualche decade fa, era opinione comune che le industrie manifatturiere avessero causato l’agglomerazione a causa del loro bisogno di avere i fornitori in prossimità. In contrasto, si pensava che l’industria dei servizi, liberatasi dalla fatica del pendolarismo quotidiano grazie alle teleconferenze, internet e le comunicazioni mobili, avrebbe rifiutato le città in favore di una migliore qualità della vita nella campagna. In realtà è successo il contrario. Il settore dei servizi, specialmente per quanto riguarda l'hi-tech, causa agglomerazione nelle città più di quanto non facesse la manifattura. Ciò soprattutto a causa di un mix tra convenienza ed edonismo. Per il settore dei servizi, le persone sono prodotti, e dunque i meeting con clienti e fornitori sono finanche più importanti. Nelle città i meeting sono più facili da organizzare (convenienza), ci sono ottimi ristoranti (edonismo) e la conessione internet è molto più veloce (entrambi!).

Se osservi la seconda mappa, vedrai una mappa dell’Europa per città, questa volta basata sulla popolazione. La dimensione di ogni cerchio è proporzionale al numero delle persone che vivono nella zona metropolitana (sia la città che le periferie). Ogni centro urbano al di sotto del milione d’abitanti è stato omesso. In questa prospettiva Londra e Parigi sono in posizione dominante mentre Brussels e Amsterdam stanno mostrando la crescita più veloce. La Turchia non fa correntemente parte dell’UE, anche se, se verrà ammessa in qualche momento del futuro, ciò avrà un grande impatto.

Queste due mappe, dunque, mostrano due possibili futuri dell’Europa. Uno dove un incremento della devolution favorisce le comunità regionali più piccole e una in cui l’Europa post-industriale fa eco a quella pre-industriale, al passato medioevale in cui potenti città stato giocavano un ruolo determinante. O potrebbero essere entrambi. In ogni caso le prospettive per gli stati nazione tradizionali non sono affatto rosee.

 

[1] La tata conosce ciò che è meglio per i bambini.

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Europa: Denasionalisasion in corso?

È il progetto europeo un processo di denazionalizzazione? E se si, che probabilità ha di compiersi?

Siamo orgogliosi di presentarvi la traduzione di un recente articolo pubblicato dal giornale online "The New Federalist" su questo argomento. Un piccolo contributo per ricordarci come il processo di indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dall'evoluzione del sistema europeo. Per chi fosse interessato all'articolo in lingua originale (francese e inglese), cliccate qui 

L'esistenza stessa della nazione è incompatibile con il progetto europeo. I federalisti più conservatori che negano questo fatto mostrano una commovente ingenuità. In questo senso, i nazionalisti radicali hanno ragione a farsi prendere dal panico relativamente alla fine delle nazioni che, come affermò Ernest Renan, il padre del nazionalismo francese, non sono eterne. I federalisti sbagliano a discordare dai nazionalisti radicali riguardo a questo tema perché così facendo tendono a rinforzare il carattere drammatico di questo fatto quando invece esso è positivo. Quindi dobbiamo assumere pienamente che il progetto europeo porta alla completa dissoluzione degli stati-nazione.

Il paradosso dell'Europa è che la sua più spettacolare invenzione, lo stato-nazione, è anche ciò che le impedisce di esistere come tale” – Françis Furet citato in Paul Sabourin, The Nation-State Versus Europe.

“Le nazioni non sono eterne. Nascono e muoiono. La confederazione europea, probabilmente, li sostituirà” – Ernest Renan in What is a Nation?

Ragione o nazione? Siamo al bivio.

L'Europa non sarà mai una nazione. Questo implicherebbe un nazionalismo europeo, il quale sarebbe deleterio per il progetto federalista. I padri fondatori non intendevano passare dai diversi nazionalismi presenti in Europa ad uno su scala continentale. Questa prospettiva sarebbe totalmente irrazionale e condurrebbe allo stesso atteggiamento xenofobo e liberticida che condanniamo oggi nei nostri rispettivi stati.

Perciò, sembra che l'Unione Europea dovrà trovare un altro fondamento politico più razionale del nazionalismo attraverso il quale trascendere la molteplicità delle appartenenze culturali. Solo il patriottismo costituzionale risponde a questo bisogno. L'obbiettivo è di basare la società politica europea su valori liberali quali il costituzionalismo, la democrazia, i diritti umani, tutti valori non di parte, universali e che mirano alla libertà individuale.

Ci accorgiamo immediatamente che questo fondamento politico non ha alcuna opportunità di farsi strada su scala continentale se non verrà prima applicato su base nazionale in ciascuno degli stati membri dell'unione europea.

L'abolizione del nazionalismo è indispensabile al prosperare del federalismo.

E' impossibile costruire un Europa fondata sulla razionalità se le entità che la compongono si fondano su ideologie irrazionali. La nazione è in effetti una costruzione ideologica con l'obbiettivo di stabilire una comunità il cui patrimonio storico e culturale deve giustificare lo stabilirsi di tale stato come un ombrello.

Un approccio di questo tipo è irrazionale per più di una ragione. In primo luogo, perché determinare il contenuto e i contorni precisi di un patrimonio storico è una pratica arbitraria. Ciò perché tutte le civilizzazioni hanno (sviluppato) vari gradi di interdipendenza storica e culturale tra loro. La seconda ragione è che questa visione tende a fare dello stato un fine in se quando esso non è in realtà altro che un volgare strumento al servizio delle libertà individuali e dove l'utilità di tale sistema non può essere che relativa. La terza ragione è che il nazionalismo è consustanziale alla xenofobia in quanto legittima la discriminazione civile e politica di fatto dell'identità culturale di un individuo. Elementi che presi assieme mostrano quanto il nazionalismo sia un insulto alla ragione.

L'abolizione del nazionalismo dissolverà gli stati europei.

Gli stati europei sono oggi totalmente basati sull'irrazionalità. E' quindi probabile che introdurre la razionalità nel dibattito politico (la stessa che giustifica il federalismo europeo) metterà in crisi l'autorità dei cosiddetti “vecchi stati”, conducendo inevitabilmente alla loro dissoluzione – poiché, verosimilmente, non avranno più alcuna vera ragione a giustificarne l'esistenza.

Ma torniamo un momento al patriottismo costituzionale. Si agisce bene nel fondare una società sui valori razionali quali la libertà, la democrazia, i diritti dell'uomo e tutto ciò che segue da questi principi. Ma il punto è che la persistenza delle “vecchie” nazioni mina l'effettività di questi principi. E' evidente che la frammentazione di questi stati in comunità politiche più piccole rinforzerebbe l'effettività dei valori democratici. Più è piccola una comunità politica, più è rispettosa della diversità delle realtà individuali e sociali e dunque dell'ideale democratico. La frammentazione degli stati europei riavvicinerebbe i territori alle istituzioni internazionali e rinforzerebbe le libertà dei loro cittadini. E' per questo che un fondamento politico razionale comporterebbe la morte degli stati che conosciamo oggi. Si pensi al pensiero di Rousseau quando parla della dimensione della democrazia: più essa è grande, minore è l'influenza dell'individuo nel decision-making, nonostante sia sancito dalla legge che tutti sono uguali.

Ciò rinforza il bisogno di applicare scrupolosamente la sussidiarietà, senza la quale la nostra democrazia continentale, ancora in formazione, non avrà alcun interesse nel proteggere le libertà individuali.

La dissoluzione degli stati europei è indispensabile alla prosperità del federalismo.

Per riassumere: l'Europa non può che sollecitare la ragione umana se vuole acquisire una propria legittimità. Questo processo è possibile solo se gli stati che compongono questa unione decidono di introdurre la razionalità dentro al proprio sistema politico, ma proprio l'introduzione di questi ideali nazionali porterà inevitabilmente allo smantellamento dall'interno di questi stati fondati sull'irrazionalità. Il progetto federalista passerà dunque necessariamente per la sparizione delle “vecchie” entità politiche che conosciamo oggi. Possiamo considerare già avviato questo processo quando constatiamo che la maggior parte dei partiti regionalisti, autonomisti e indipendentisti sono generalmente molto eurofili. La maggior parte di essi fa parte dell'Alleanza libera europea, una confederazione europea di partiti politici che siedono insieme ai Verdi al parlamento europeo e che nel proprio manifesto chiedono implicitamente un Europa federale sostenendo per esempio un accrescimento delle prerogative delle istituzioni transnazionali quali il parlamento rispetto a quelle degli organi inter-governamentali anche rispetto alle questioni costituzionali. Di fronte a questa prospettiva gli Euro-conservatori vanno nel panico e fanno generalizzazioni fallaci, come quella secondo la quale l'Europa non sarebbe in grado di gestire i regionalismi che hanno continuato a indebolire le nazioni negli ultimi due secoli – un'affermazione che si fa insignificante quando messa di fronte alla storia del vecchio continente. Gli stati-nazione non sono in alcun modo essenziali al futuro dell'unione europea e tanto meno sono elemento di fondazione della costruzione europea.

Al contrario, la loro sparizione è la condizione del suo successo, in particolare se consideriamo l'affermazione di Jean Monnet secondo la quale “Non stiamo formando coalizioni di stati, stiamo unendo uomini.”
"

Ferghane Azihari, 30/12/14

Traduzione di Giovanni Masarà

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