Il Circo di Quinta Colonna a Valdagno

Ieri sera ho dovuto assistere a un tragicomico spettacolo su Rete 4. Valdagno, la città dell’Alto Vicentino dove vivo e nella quale sono cresciuto è stata protagonista di una diretta televisiva dove al centro dell’attenzione è stato posto il terribile pericolo dell’accoglienza di 9 profughi. Valdagno per la cronaca è un comune con più di 26mila abitanti.
 
La trasmissione non poteva che essere Quinta Colonna, la morte del giornalismo d’inchiesta dove l’obiettivo palese non è diffondere informazione attraverso il dibattito, ma creare indignazione grazie a uno spettacolo di propaganda e regalando visibilità a personaggi che senza questi imbarazzanti teatrini sarebbero ininfluenti nella vita politica delle comunità.
 
Chi se non Alex Cioni poteva essere il maestro che tirava le fila di questa puntata. Se qualcuno non lo conoscesse stiamo parlando di un personaggio da sempre è in prima fila nella militanza politica dell’estrema destra nazionalista italiana, fedele ad Alessandra Mussolini e all’area di estrema destra vicina a Berlusconi. Quasi sicuramente questo è il motivo principale per cui un politico così insignificante a livello nazionale (e locale) riesce a farsi regalare così tante presenze sulle reti Mediaset e puntualmente senza alcun tipo di contradditorio credibile.
 
La situazione che da subito mi ha fatto sorridere, se non piangere, è la scelta della location: un noto bar collocato in una zona periferica della città frequentato quasi esclusivamente da qualche nostalgico di estrema destra, in quanto il titolare non si vergogna di auto dichiararsi fascista. Se visitaste il locale in una giornata qualsiasi verrete accolti da uno sfarzosissimo tricolore, dal calendario di Mussolini, targhette e varia oggettistica molto probabilmente proveniente da qualche gita a Predappio.
Questo locale è spesso frequentato dal capogruppo dei due consiglieri di minoranza della Lega Nord: Marco Randon, per questo mi viene da pensare che sia stato scelto come luogo adatto per metter su un teatrino di propaganda populista, circondati da amici e sostenitori.
 
Iniziata la trasmissione mi ha particolarmente stupito la vista di numerosi gonfaloni di San Marco. Eppure durante una sera invernale proprio in quel bar mi sono trovato a discutere di indipendenza con il consigliere Randon, ma il titolare era intervenuto in modo solenne “in questo bar non si discute di indipendentismo” e indicando il tricolore “questo se non l’hai capito è un bar fascista” (ndr. per la cronaca fu la seconda e ultima volta che ci misi piede). Evidentemente I gonfaloni sono utili come addobbi fashion per un locale grigio e sentendosi in minoranza i nazionalisti hanno pensato bene di star in silenzio e accogliere festosamente I creduloni che hanno portato le bandiere Venete in un bar fascista.
 
La parte tragica della trasmissione non è stata la mancanza di argomenti e le imbarazzanti dichiarazione del capogruppo locale di Forza Italia, secondo cui il pericolo sarebbero i mendicanti al mercato di Valdagno (vorrei capire tra l’altro quanto il fenomeno sia legato ai profughi visto che personalmente io li vedo dagli anni 90, quando il nonno mi accompagnava al mercato il venerdì mattina), ma il fatto che i consiglieri leghisti che solo pochi mesi fa erano gli unici politici valdagnesi schierati a favore della chiusura di alcuni reparti dell’ospedale di Valdagno (che copre un bacino di 60mila abitanti) adesso ci vengono a dire che il pericolo deriverebbe dalla presenza di qualche profugo.
 
Noi di Sanca Veneta ci dissociamo dal delirio di chi utilizza le bandiere del popolo Veneto per fare populismo e per alimentare meccanismi di discriminazione verso le persone che fuggono da guerra e povertà, facendosi peraltro manipolare da personaggi di estrema destra storicamente fedeli al centralismo romano e nostalgici di uno dei momenti più drammatici per il popolo veneto. Indipendenza per noi non è solo la libertà di gestire le risorse, ma anche la possibilità di far uscire il nostro territorio dalla periferia alla quale è stato relegato, per farlo tornare al centro dell’Europa e del dialogo internazionale. Vorremmo anche che la nostra terra, in un tempo in cui il mondo sta cadendo in mano alla paura e all'odio (un tempo dominato dall'Isis, Trump, Putin), potesse tornare ad essere un porto sicuro - fedele all'eredità della storia repubblicana veneta - dove si può continuare a pensare, costruire, arricchire l'umanità. 
 
Ma indipendenza per noi è anche lo strumento per far ritornare città come Valdagno e la vicina Recoaro, che troppo spesso vivono all’ombra degli interessi e delle scelte dei grandi centri della pianura, protagoniste nella vita politica, industriale e culturale. Sanca Veneta rimarrà sempre un punto di riferimento per tutti i cittadini che sono stufi della retorica di una politica che ha causato e sta causando solamente danni per il tessuto sociale. Noi stiamo lavorando per un Veneto accogliente che sappia sostenere tutti i cittadini che necessitano di lavoro, sanità e un educazione di eccellenza senza adottare come criterio di esclusione la classe sociale, la "razza" o la provenienza delle persone.
 
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Sant'Andrea

 

Sanca Veneta è intervenuta durante l'Assemblea pubblica Quale futuro per Sant'Andrea sabato 29 gennaio 2016, in sala San Leonardo a Venezia.

Il forte del '500 è oggetto di proposta di valorizzazione, che la giunta lagunare ha già messo all'ordine del giorno e che, salvo modifiche, prevede un intervento di pesante conversione, per altro viziato dal solito modus operandi che vede progetti, accordi e partner privati già stabiliti a priori.

Il Forte di Sant'Andrea.

219. Sono gli anni passati dall'ultima volta in cui la città di Venezia ha potuto definire propria l'isola. Il complesso serviva a difendere le bocche di porto del Lido, ma sembra che abbia avuto la sola occasione di affondare una nave nemica nel 1797, la Liberateur d'Italie, ironia della sorte.

Da allora l'isola è passata in mano a francesi, austriaci e italiani, sotto forma di terrritorio militare. Dal 2004 è diventata proprietà del Demanio, di fatto sottratta alla città e ai suoi cittadini. Oggi il federalismo demaniale permette una cessione del bene al comune di Venezia, vincolando la proprietà alla relativa valorizzazione, minacciandone, nel caso, un nuovo esproprio.

Se non fosse per la testardaggine di alcuni indigeni, nella fattispecie il Comitato Certosa e Sant'Andrea, il forte avrebbe seguito l'oblio di tante altre isole della laguna. Invece, occupata per protesta in un primo momento e poi concessa per visite ed eventi culturali, il bastione ha ritrovato parzialmente una sua collocazione. È rinato come luogo in cui veneziani e veneti potessero sentirsi ancora nella propria domus.

Durante l'Assemblea organizzata dal Gruppo 25 Aprile, partecipata da circa 200 cittadini, ha potuto intervenire Matteo Visonà Dalla Pozza per conto di Sanca Veneta. Di seguito il suo discorso.

Per riassumervi il sentimento che ruota attorno al forte di Sant'Andrea devo specificarvi tre delle nostre caratteristiche:

1. Siamo Veneti.

2. Siamo uomini di Sinistra.

3. Siamo Indipendentisti.

Inizierò dall'essere Veneto.

Sono un veneziano adottivo, nato e vissuto nella campagna vicentina. Capita di percepire a volte frizione tra Venezia Insulare e Venezia d'entroterra, tuttavia vi posso assicurare che anche chi non nasce qui, ma soffre di questa strana malattia di sentirsi veneto, considera Venezia come la propria terra madre. Mi piace pensare che si tratti di Matria anziché Patria, Devozione contro Reverenza.

Sant'Andrea è per noi un simbolo. È uno degli ultimi posti dove ci sentiamo a casa. Mentre i simboli veneziani vengono rifiutati dalle istituzioni, sul pennone del forte è ancora possibile issare gonfaloni senza che nessuno si senta offeso, senza che ci sia bisogno di chiedere autorizzazioni o che qualcuno abbia qualcosa da ridire. Ciò che non è permesso a palazzo Ducale o al Correr qui è simbolicamente possibile. Trasformarlo in un NON luogo sarebbe una ulteriore perdita d’identità per la città.

Sanca è Sinistra

Vi confesso che non siamo contro le riconversioni, né tantomeno contrari a priori a interventi di privati in spazi pubblici, ci piacciono i musei. Tuttavia non tutto può diventare un Bookshop! Non possiamo pensare che tutta la laguna mutui la destinazione in ricettiva.

Vi è inoltre un aspetto non secondario che non possiamo far a meno di porre sotto critica ed è il metodo per cui le decisioni si prendono alle spalle dei cittadini, la cui unica possibilità è l'affannosa rincorsa e la protesta. Non ci è concesso di esprimere parere vincolante.

Noi siamo Indipendentisti

Quando parliamo di Indipendenza, non intendiamo una mera riscrittura dei confini ma una riscrittura delle regola. Tutti i nostri buoni propositi e progetti andranno sempre in fumo se ci rifacciamo alle regole attuali. Oggi chi decide della sorte dei beni comuni è distante dalla volontà popolare: sul passaggio delle Grandi Navi decide il governo, sulle isole il Demanio, sulle destinazioni d'uso il Comune - a colpi di maggioranza. Quando parliamo di indipendenza quindi, parliamo di nuovi assetti di democrazia, sempre più diretta e sempre meno rappresentativa.

Vi è poi un ultimo punto che vorrei toccare. Spesso in queste situazioni viene tirata in ballo la mancanza di fondi per finanziare i restauri e vengono concessi beni comuni a partner privati per sopperire alla povertà del pubblico.

Non è vero che i soldi non ci sono! Ogni anno Venezia paga 3 miliardi di euro di tasse e ne riceve indietro solo due. Lasciamo sul piatto ogni anno un residuo fiscale di 1 miliardo di euro. Non possiamo più far finta che non sia un problema.

Oggi paghiamo lo scotto di non aver affrontato questo nodo. Si tratta di un vero esproprio fiscale che si traduce in un esproprio sociale.

Matteo Visonà Dalla Pozza
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Resistere e Liberare

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LETTERA APERTA AD UOMINI LIBERI E RESISTENTI

La targa che vedete qui sopra apparteneva al Prof. Mario De Biasi, morto da poco tempo a 91 anni. Era tra oggetti della sua casa in fase di sgombero, ammassati fuori dalla porta e destinati a qualche discarica, se non avesse avuto un vicino di casa dall'animo rigattiere.

Non so se il Prof. De Biasi sia stato un partigiano o che ruolo abbia avuto nella lotto di Liberazione, non ho nemmeno avuto occasione di potergli parlare, mai. Immagino che avrei dovuto farlo, tuttavia quando avrei potuto era già troppo tardi. Mi piace pensare che tenesse in casa la targa con affetto e classificasse diversamente i valori che porta con se: San Marco e la Resistenza.

Crediamo che i significati della lotta partigiana non si risolvano in poche righe retoriche di apprezzamento, pensiamo che il rispetto per chi ha lottato contro un sistema sbagliato vada onorato sempre, non solo con le ricorrenze, ma applicando quegli stessi ideali che donne e uomini coraggiosi hanno difeso 70 anni fa: Libertà e Democrazia.

Già lo scorso anno lo affermavamo in due articoli, uno sulla Liberazione, un altro sul desiderio di Indipendenza di alcuni partigiani.

Non c'è nessuna contrapposizione tra la festa di San Marco e la festa per la Liberazione. Sabato 25 Aprile scenderemo in piazza con i nostri Gonfaloni. Con questo spirito ricorderemo che siamo Veneti, a noi stessi prima che ad altri, e ci ricorderemo che possiamo esserlo perché qualcuno ha lottato prima di noi.

Siamo un movimento indipendentista Veneto di Sinistra e quindi, non possiamo non riconoscerci nei valori della Resistenza che ha anche liberato il nostro territorio.

Sappiamo che un giorno smetteranno* di considerare le due cose in antitesi e si accorgeranno che un Partigiano non può che esaltare la Libertà, e un Veneto non può che esserne Riconoscente, anche se non ha conosciuto da vicino il giogo fascista, la cui onda lunga ancora lo tiene schiacciato.

Magari quel giorno non è lontano, magari cominciamo sabato.

Buona Festa della Liberazione e Viva San Marco!

*Si, poco modestamente, noi abbiamo già smesso.

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