Europa: Denasionalisasion in corso?

È il progetto europeo un processo di denazionalizzazione? E se si, che probabilità ha di compiersi?

Siamo orgogliosi di presentarvi la traduzione di un recente articolo pubblicato dal giornale online "The New Federalist" su questo argomento. Un piccolo contributo per ricordarci come il processo di indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dall'evoluzione del sistema europeo. Per chi fosse interessato all'articolo in lingua originale (francese e inglese), cliccate qui 

L'esistenza stessa della nazione è incompatibile con il progetto europeo. I federalisti più conservatori che negano questo fatto mostrano una commovente ingenuità. In questo senso, i nazionalisti radicali hanno ragione a farsi prendere dal panico relativamente alla fine delle nazioni che, come affermò Ernest Renan, il padre del nazionalismo francese, non sono eterne. I federalisti sbagliano a discordare dai nazionalisti radicali riguardo a questo tema perché così facendo tendono a rinforzare il carattere drammatico di questo fatto quando invece esso è positivo. Quindi dobbiamo assumere pienamente che il progetto europeo porta alla completa dissoluzione degli stati-nazione.

Il paradosso dell'Europa è che la sua più spettacolare invenzione, lo stato-nazione, è anche ciò che le impedisce di esistere come tale” – Françis Furet citato in Paul Sabourin, The Nation-State Versus Europe.

“Le nazioni non sono eterne. Nascono e muoiono. La confederazione europea, probabilmente, li sostituirà” – Ernest Renan in What is a Nation?

Ragione o nazione? Siamo al bivio.

L'Europa non sarà mai una nazione. Questo implicherebbe un nazionalismo europeo, il quale sarebbe deleterio per il progetto federalista. I padri fondatori non intendevano passare dai diversi nazionalismi presenti in Europa ad uno su scala continentale. Questa prospettiva sarebbe totalmente irrazionale e condurrebbe allo stesso atteggiamento xenofobo e liberticida che condanniamo oggi nei nostri rispettivi stati.

Perciò, sembra che l'Unione Europea dovrà trovare un altro fondamento politico più razionale del nazionalismo attraverso il quale trascendere la molteplicità delle appartenenze culturali. Solo il patriottismo costituzionale risponde a questo bisogno. L'obbiettivo è di basare la società politica europea su valori liberali quali il costituzionalismo, la democrazia, i diritti umani, tutti valori non di parte, universali e che mirano alla libertà individuale.

Ci accorgiamo immediatamente che questo fondamento politico non ha alcuna opportunità di farsi strada su scala continentale se non verrà prima applicato su base nazionale in ciascuno degli stati membri dell'unione europea.

L'abolizione del nazionalismo è indispensabile al prosperare del federalismo.

E' impossibile costruire un Europa fondata sulla razionalità se le entità che la compongono si fondano su ideologie irrazionali. La nazione è in effetti una costruzione ideologica con l'obbiettivo di stabilire una comunità il cui patrimonio storico e culturale deve giustificare lo stabilirsi di tale stato come un ombrello.

Un approccio di questo tipo è irrazionale per più di una ragione. In primo luogo, perché determinare il contenuto e i contorni precisi di un patrimonio storico è una pratica arbitraria. Ciò perché tutte le civilizzazioni hanno (sviluppato) vari gradi di interdipendenza storica e culturale tra loro. La seconda ragione è che questa visione tende a fare dello stato un fine in se quando esso non è in realtà altro che un volgare strumento al servizio delle libertà individuali e dove l'utilità di tale sistema non può essere che relativa. La terza ragione è che il nazionalismo è consustanziale alla xenofobia in quanto legittima la discriminazione civile e politica di fatto dell'identità culturale di un individuo. Elementi che presi assieme mostrano quanto il nazionalismo sia un insulto alla ragione.

L'abolizione del nazionalismo dissolverà gli stati europei.

Gli stati europei sono oggi totalmente basati sull'irrazionalità. E' quindi probabile che introdurre la razionalità nel dibattito politico (la stessa che giustifica il federalismo europeo) metterà in crisi l'autorità dei cosiddetti “vecchi stati”, conducendo inevitabilmente alla loro dissoluzione – poiché, verosimilmente, non avranno più alcuna vera ragione a giustificarne l'esistenza.

Ma torniamo un momento al patriottismo costituzionale. Si agisce bene nel fondare una società sui valori razionali quali la libertà, la democrazia, i diritti dell'uomo e tutto ciò che segue da questi principi. Ma il punto è che la persistenza delle “vecchie” nazioni mina l'effettività di questi principi. E' evidente che la frammentazione di questi stati in comunità politiche più piccole rinforzerebbe l'effettività dei valori democratici. Più è piccola una comunità politica, più è rispettosa della diversità delle realtà individuali e sociali e dunque dell'ideale democratico. La frammentazione degli stati europei riavvicinerebbe i territori alle istituzioni internazionali e rinforzerebbe le libertà dei loro cittadini. E' per questo che un fondamento politico razionale comporterebbe la morte degli stati che conosciamo oggi. Si pensi al pensiero di Rousseau quando parla della dimensione della democrazia: più essa è grande, minore è l'influenza dell'individuo nel decision-making, nonostante sia sancito dalla legge che tutti sono uguali.

Ciò rinforza il bisogno di applicare scrupolosamente la sussidiarietà, senza la quale la nostra democrazia continentale, ancora in formazione, non avrà alcun interesse nel proteggere le libertà individuali.

La dissoluzione degli stati europei è indispensabile alla prosperità del federalismo.

Per riassumere: l'Europa non può che sollecitare la ragione umana se vuole acquisire una propria legittimità. Questo processo è possibile solo se gli stati che compongono questa unione decidono di introdurre la razionalità dentro al proprio sistema politico, ma proprio l'introduzione di questi ideali nazionali porterà inevitabilmente allo smantellamento dall'interno di questi stati fondati sull'irrazionalità. Il progetto federalista passerà dunque necessariamente per la sparizione delle “vecchie” entità politiche che conosciamo oggi. Possiamo considerare già avviato questo processo quando constatiamo che la maggior parte dei partiti regionalisti, autonomisti e indipendentisti sono generalmente molto eurofili. La maggior parte di essi fa parte dell'Alleanza libera europea, una confederazione europea di partiti politici che siedono insieme ai Verdi al parlamento europeo e che nel proprio manifesto chiedono implicitamente un Europa federale sostenendo per esempio un accrescimento delle prerogative delle istituzioni transnazionali quali il parlamento rispetto a quelle degli organi inter-governamentali anche rispetto alle questioni costituzionali. Di fronte a questa prospettiva gli Euro-conservatori vanno nel panico e fanno generalizzazioni fallaci, come quella secondo la quale l'Europa non sarebbe in grado di gestire i regionalismi che hanno continuato a indebolire le nazioni negli ultimi due secoli – un'affermazione che si fa insignificante quando messa di fronte alla storia del vecchio continente. Gli stati-nazione non sono in alcun modo essenziali al futuro dell'unione europea e tanto meno sono elemento di fondazione della costruzione europea.

Al contrario, la loro sparizione è la condizione del suo successo, in particolare se consideriamo l'affermazione di Jean Monnet secondo la quale “Non stiamo formando coalizioni di stati, stiamo unendo uomini.”
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Ferghane Azihari, 30/12/14

Traduzione di Giovanni Masarà

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Omeni forti? No grassie!

Il processo democratico verso l'indipendenza non ha bisogno di “uomini forti”. Non abbiamo bisogno di uomini soli alla guida, ma di comunità e consapevolezza.

Il nostro Veneto vive una contraddizione: appoggia in maggioranza il sentimento indipendentista, ma rifiuta di avvicinarsi ai partiti indipendentisti.

Perché? Una risposta univoca non esiste, e chi sta scrivendo non pretende di conoscerla. Esistono però fattori e caratteristiche chiare che bloccano lo sviluppo del movimento sovranista veneto.

Uno di questi è sicuramente la mancanza di una comunità politica veneta. Un vuoto, forse dovuto alla bassa coesione sociale del nostro territorio, che ha portato all’emergere di molti, e di conseguenza piccoli, “omeni forti”. Un fenomeno che invece non è avvenuto in altre realtà indipendentiste europee. Vuoi per maggior coesione sociale o consapevolezza storico/culturale, la storia di queste altre realta (in primis Scozia e Catalunya) ha preso un’altra strada: quella della costruzione di una comunità politica. Una comunità politica che, evolvendosi, ha conquistato il panorama istituzionale del territorio.

Cosa che invece in Veneto non avviene. Dove invece i movimenti indipendentisti, se non governi auto-dichiarati, sono spesso stati il dominio di singoli individui. Leader auto-eletti, che, contraddistinti spesso dalla poca serietà, dettano l’agenda, in molti casi con uno scarso attivismo o sostegno alle spalle. Signorotti della guerra, i Don Chisciotte dell'indipendentismo sono nemici dell'indipendenza, che di per se si fonda sulla comunità dei cittadini e il loro desiderio di libertà.

Siamo ben consapevoli della necessita di avere dei leader. Ma i leader di cui il Veneto ha bisogno sono "veri" leader, dal verbo inglese "to lead", colui che guida, non colui che comanda. 

Il personalismo è poi un fenomeno che porta i suoi frutti: può infatti avere grandi risultati sul breve periodo, ma fallisce sul lungo. Gli omeni forti, infatti, scadono. Ci basti guardare i recenti risultati nelle elezioni emiliane e calabresi: dal crollo dei votanti, a quello dei partiti piu personalisti (PD e M5S). Un fatto è chiaro: gli uomini forti non rinforzano la comunita, ma la distruggono.

Invertiamo la rotta: Fuggiamo all'eroismo, agli eroi di patria. Un Veneto “Veneto” non può che rifiutare il personalismo, il culto della personalità e la fascinazione per IL leader. Questa tendenza al non-personalismo si poi far risalire alla stessa tradizione Veneta. Come ci ricorda infatti l’avvocato Renzo Fogliata, nella Repubblica Serenissima non esisteva personalismo in politica, per lasciare spazio alla collegialità e alla comunità dei cittadini. Il culto della personalità fu bandito dalla stessa repubblica.

Un vizio che invece i veneti hanno ereditato dall’italia, fondata sul mito della personalità forte e carismatica, da Garibaldi a Renzi passando per Mussolini. La figura dell“uomo solo alla guida” è infatti uno degli ingranaggi chiave del meccanismo politico dell’italia unita, oggi come ieri.

Un vizio che purtroppo affascina anche molti in Veneto, anche nella stessa sfera indipendentista.

Costruire una comunità politica veneta, non per forza un partito, è la sola via verso l’indipendenza. Ce lo dimostrano gli esempi esteri e lo dimostra la situazione odierna veneta. Solo la politica che parte dal basso e si libera da personalismi ed egocentrismi vari può portare risultati.  

Ma per farlo, dobbiamo dirlo ad alta voce: “OMENI FORTI? NO GRASSIE”.

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Visca Catalunya!

Ghe domando ai popoli de sta tera,ghe domando ai media
e ghe domando anca ai goerni democradeghi de sta tera
de jutar el popolo Catalan nel deçìder del propio doman*.

Dopo decenni di battaglie sociali e politiche, la Catalunya ha finalmente celebrato il suo referendum.

Circa 2,3 milioni i votanti, 2 semplici domande: Vuoi che la Catalunya diventi uno Stato? Se si, vuoi che questo stato sia indipendente?.

Un atto di sovranità catalana. L’esito e chiaro: l’80% dei votanti, dopo ore di coda, ha scelto il cambiamento, l’indipendenza. Un referendum che non darà l’indipendenza immediata, ma che costituisce una tappa fondamentale nel percorso verso l’autodeterminazione. I catalani infatti, nonostante le minacce di Madrid (condite da foto di carri armati diretti a Barcellona), il silenzio di Bruxelles e i mille escamotage per nascondere le urne elettorali, hanno riempito i seggi e votato in massa.

Come ha ben riassunto Marta Rovira, segratario di ERC, "Il messaggio di 2 milioni di catalani e chiaro: creare un nuovo stato"

Madrid e ora ai ferri corti. Pare che Mas concederà a Madrid 1 o 2 settimane per negoziare un referendum formale. In caso contrario: elezioni anticipate nella Generalitat con lista unica di tutti i movimenti indipendentisti (CiU e ERC in testa) con un solo obbiettivo: l'indipendenza.

La storia non si ferma, né con la repressione né con il crimine, come disse Salvador Allende. E se 25 anni fa cadeva il muro di Berlino, in uno dei più importanti eventi nella storia europea, il voto del 9 Novembre segna una tappa altrettanto fondamentale. Se a Berlino significò una riunificazione della Germania e d'Europa, con il referendum Catalano (e prima con quello Scozzese), le lancette della storia ci dicono che il tempo è arrivato per un'Europa vera. Un'Europa emancipata dagli stati ottocenteschi e i nazionalismi che da esse naquero.

Non possiamo che festeggiare questo voto. Un voto che insegna che la volontà di un popolo e di una classe dirigente seria può scavalcare ogni ostacolo: burocratico, ideologico e costituzionale.

Una lezione di democrazia 

Stefano Zambon

*Dichiarazione di Artur Mas a margine della comunicazione dei risultati del referendum .

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O de Franza ...

Mi sono letto diverse pagine di giornale, post su social network, video di interviste, commentidichiarazioni d'intenti, slogan ed excursus politici ... ma non sono riuscito a capire quale sia l'idea di governo di Alessandra Moretti favoritissima alle primarie del centro sinistra in Veneto per le prossime elezioni regionali del 2015.

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