...Purché se magna

 

Dopo aver commentato le elezioni con O de franza e O de spagna, con “purché se magna” vogliamo concludere questa trilogia sulle elezioni regionali.

Vogliamo dedicare questa parte dando una nostra nuova prospettiva. Ci premono in particolare tre aspetti di queste elezioni: 1) la pacatezza dei candidati; 2) la carenza di idee; 3) la bambinaggine degli indipendentisti.

1. La pacatezza dei candidati

Nel contesto di un’italia sempre più avviata al fallimento politico-economico, della riforma ultra-centralista del titolo V e dell’aggravarsi dei problemi socioeconomici della nostra terra, i principali candidati veneti sono sembrati molto pacati. Non un gesto di stizza, sdegno o risentimento verso quello che sta accadendo.

Se escludiamo Alessio Morosin (su cui commenteremo nel corso dell’articolo), tutti i candidati paiono rassegnati al proprio ruolo di semplici amministratori, proni di fronte all’altare della partitocrazia italiana. Un coraggio che certo non ci aspettavamo da Alessandra Moretti, fervente renziana e quindi mandante dei problemi sopra citati. Il tutto in un’apatica commedia il cui ruolo da protagonista, in quanto non-protagonista, va a Luca Zaia. Attento a non calpestare i piedi dello sbraitante Salvini e della nuova retorica italo-fascista in cui la lega sembra trovarsi tanto bene. Brillante nel confondere autonomia e indipendenza nella speranza di tenere unita una coalizione che parte dai nazionalisti italiani a indipendentisti veneti. 

Toni calmi, voci basse. I candidati alla presidenza del Veneto hanno dimostrato la prudenza di un buon ragioniere-amministratore, più che quella di un buon politico.

Possibile causa ed effetto di questo fenomeno? La totale mancanza di idee e visioni per il futuro della nostra terra. Quella totale assenza di convinzioni e concetti che mantiene saldo il controllo italiano sulla politica veneta . 

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2. La carenza di idee

Eleanor Roosevelt diceva che “Grandi menti discutono di idee, menti mediocri discutono di eventi, piccole menti discutono di persone e di quel che fanno”. Credo che la campagna elettorale veneta sia stata la rappresentazione politica di questo aforisma. 

Se si esclude il tema sanità, su cui i due principali candidati alla presidenza, in un impeto di eroismo, hanno addirittura portato avanti proposte, questa campagna elettorale è stata contraddistinta dalla totale mancanza di proposte politiche.

Questo vuoto è stato colmato dagli sciocchi battibecchi personali tanto cari alla politica italiana. Tanto utili a mantenere l’ordine costituito delle nomenclature italiane, quanto deleteri al coinvolgimento dei cittadini comuni nel processo politico. La totale mancanza di proposte politiche causa poi la totale mancanza di differenze tra i due candidati, al di la delle schermaglie personali. Tutto questo rendendo le elezioni in Veneto più simili alle nomination per un reality show, che ad una reale sfida politica.

Una politica ancorata al passato, per lo più delle persone, perché incapace di guardare al futuro.

Questa mancanza di argomenti concreti, ha il suo climax però nel mondo indipendentista.

3. La bambinaggine dell’indipendentismo

In una situazione così come descritta, l’indipendentismo dovrebbe porsi come vera alternativa al sistema italia. Ma questo purtroppo non è avvenuto.

Gli indipendentisti hanno invece preferito la guerra fratricida, dimostrando ancora una volta lo stato embrionale nel quale versa il movimento indipendentista veneto.

Non ci interessa qui prendere posizione. Riconosciamo pregi e difetti a tutti gli schieramenti indipendentisti, ma tra chi si coalizza con Fratelli d’Italia e Forza Italia e chi invece si condanna, per la mancanza di un programma organico e proposte post-indipendenza, all’anonimato, una reale scelta non esiste. Nonostante ciò crediamo sia notevole, e degno di stima, l'impegno che Indipendenza Veneta, malgrado le diverse censure, sta mettendo nel rendere il discorso indipendentista centrale nella politica veneta.

La vera assente da queste elezioni è stata la politica. La mancanza di un messaggio alternativo e positivo. L’assenza di una visione per il futuro, di una vera alternativa politica per rendere la nostra terra prospera, la nostra società giusta e il nostro futuro migliore.

Stefano Zambon

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Independensa xe speransa

 

“Son I just wrote this

I thought you might like to know

That I chose to vote Yes

‘Cause a Yes vote provided hope

Così comincia una delle canzoni più belle composte per il referendum scozzese del settembre 2014. Ma queste parole, per un giovane veneto lontano dalla propria terra come me, hanno acceso un faro.

Indipendenza, per me, significa opportunità e responsabilità. L’opportunità, quella di offrire alla nostra e alle prossime generazioni un futuro migliore; la responsabilità, quella di prenderci il nostro destino nelle nostre mani.

Ma la parola che meglio riassume indipendenza è speranza. La speranza di un cambiamento radicale. Quella di un futuro prospero, ma non solo. La speranza di un modo diverso di fare politica, di mettere al centro delle attenzioni i Veneti comuni, che nel silenzio, col loro duro lavoro rendono la nostra terra un posto migliore dove vivere; di rendere protagonisti quegli stessi lavoratori umiliati e isolati dalla politica italiana. La speranza è quella di una politica che riesca a promuovere al meglio le ambizioni e i talenti della nostra gente.

Sembra invece che la politica della paura, del terrore, domini in Veneto. Un tormento che porta solo indifferenza e apatia. Non ci rendiamo però conto che è esattamente così che ci vogliono: scoraggiati e impauriti. Ogni ordine costituito, per sostenersi, ha bisogno di rassegnazione.

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Una persona impaurita è una persona controllabile. Pensateci: dopo tutto quello che questa classe politica italiana ha fatto, ci hanno convinto che il nostro vero nemico sia nel nostro vicinato, alla fine della strada, mentre loro, al potere, continuano nei loro loschi e corrotti affari. 

Ovviamente dobbiamo essere indignati e furiosi. Ma quella rabbia, da sola, crea solo indifferenza e rassegnazione. Crea lo sport nazionale preferito dagli italiani: gridare al vuoto, senza nulla fare, quanto la politica ci disgusti. Credo che i Veneti siano un popolo troppo pragmatico per continuare a giocare questo sport. Per smettere, dobbiamo aggiungere a questa rabbia, giustamente sentita da tutti noi, un ingrediente fondamentale: la speranza

Sopratutto dopo i risultati deludenti dei movimenti indipendentisti alle elezioni regionali, dobbiamo invertire rotta, cambiare drasticamente il messaggio dell'indipendentismo veneto. 

La “generazione indipendenza” deve essere un'onda di positività e speranza. Questi sono i fondamenti del concetto di autogoverno: credere in noi stessi e nella nostra capacita di cambiare il futuro per il meglio; avere la fiducia in quello che possiamo costruire insieme, che è ciò che ci da identità e libertà. Dobbiamo essere sani portatori di un’idea positiva. Lo dobbiamo fare perché solo così possiamo coinvolgere e mostrare il meglio del Veneto.

Se l’indipendentismo vuole davvero essere una rivoluzione pacifica, allora deve combattere la politica della paura. Perché sarà pur vero che finché c’è italia non c’è speranza, ma è ancora più vero che finché ci saranno Veneti, fieri della propria terra e pieni di aspirazioni e talenti, speranza esisterà e avrà un solo nome: indipendenza.

Stefano Zambon

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Mercoledì Indipendenza - 7 Domande

 

Mercoledì l'abbiamo dedicato ad un tema che ci sta particolarmente a cuore ... l'Indipendenza. 

Pochi si sono soffermati sulla seconda parte e qualcuno ha confuso la domanda tra opinione e possibilità di dare la parola ai cittadini. 

3- Come giudica la proposta di consultare i cittadini veneti sul quesito Indipendentista. Perché a sinistra sono percepite più resistenze alla consultazione?

Luigi Brugnaro

Democrazia vuol dire sovranità popolare. E’ bene che i cittadini possano esprimersi su tematiche così importanti. Per questo non sono contrario alla consultazione, fermo restando che essa dovrebbe essere effettuato nel quadro e con i limiti prescritti dall’ordinamento giuridico.

Felice Casson

Personalmente non sono d'accordo con l'indipendenza del Veneto, in tempi di Unione Europea e di aggregazioni sovranazionali.

Gian Angelo Bellati

Il referendum indipendentista è nel nostro programma perché vogliamo democrazia e ascolto delle scelte dei cittadini nel rispetto del principio di autodeterminazione de popoli. Oggi la sinistra è contraria perché è al potere a Roma, ma questo è un errore strategico. Come quello di togliere democrazia attraverso l’Italicum: se un domani prendesse il potere un soggetto antidemocratico con tendenze dittatoriali chi potrà fermarlo? Libertà e democrazia non sono negoziabili.

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Francesca Zaccariotto

Io credo che sia un diritto dei cittadini e un dovere dello Stato. Non dimentichiamo che la costituzione recita che “la sovranità appartiene al popolo” e se il popolo chiede di potersi esprimere chiunque glielo impedisca viola la Costituzione. Quanto poi al possibile risultato devo dire che sicuramente verrebbe aggirato. È nel DNA della nostra politica fregarsene altamente della volontà popolare basti a tal proposito ricordare che oltre il 97% dei cittadini votò il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e il risultato fu che il tutto venne reintrodotto come “rimborsi elettorali” (con entrate più che decuplicate rispetto al precedente finanziamento pubblico). Oggi abbiamo due Europe. Quella del Nord rappresentata da paesi che tengono conto della volontà dei cittadini, penso ad esempio alla Repubblica Cecoslovacca che senza traumi decise di dare vita a due nazioni, quella Ceca e quella Slovacca. Penso alla Gran Bretagna che senza particolari traumi ha tenuto il referendum chiesto dagli scozzesi per la separazione dall’Inghilterra. Consultazione che se avesse dato esito positivo avrebbe portato all’indipendenza della Scozia. E vedo poi l’altra Europa, rappresentata da Italia e Spagna. La Catalogna ha fatto il suo referendum. Il governo spagnolo ne ha tranquillamente negato la validità. Lo stesso accadrebbe in Italia, quindi , il referendum se si tenesse dovrebbe più che altro avere il valore politico di una sorta di mandato alla “classe politica veneta” finalizzato a perseguire quanto meno una sempre maggiore autonomia ma, visto che i nostri parlamentari sono “nominati” credo che anche questo obiettivo alla fine verrebbe vanificato. La fedeltà i politici italiani non la danno agli elettori, non la danno al territorio che li elegge e nemmeno al “partito” ma al “capo” che li “eleva” nella scala dei privilegi ... Quindi, destra , sinistra, centro in questa partita sono tutti eguali. Ogni dibattito serve solo a confondere le idee o a favorire la carriera politica di qualcuno. Alle volte anche i sogni degli altri servono a concretizzare gli obiettivi di qualcuno.

Davide Scano

Non risponde.

Camilla Seibezzi

Indipendenza da che?. Il Veneto è una creazione recente, legata alle vicende della costruzione dello Stato italiano. In realtà il problema che vedo non è quello del recupero di un'indipendenza che non è mai esistita. Ma del ruolo che deve avere il nostro paese, l'Italia entro il quadro dell'Unione Europea. Mi pare che a livello macro sia necessario accelerare il processo di costruzione di una realtà politica europea federale. Cosa che non sta accadendo. Sottrarsi a questo processo attraverso indipendentismi è anacronismo, oltre che impraticabile. Ciò che deve essere proposto in suo luogo è invece la costruzione di uno Stato federale italiano in cui sopratutto i Comuni ripensati come Città metropolitane rivestano un ruolo di preminenza. Il Comune è la comunità politica più vicina ai cittadini e questa prossimità deve essere strutturata e amplificata.

Alessandro Busetto

Non risponde.

Giampietro Pizzo

Siamo favorevoli a tutte le forme di consultazione diretta cittadina e referendaria a patto che non siano in contrasto con la Carta costituzionale. 

Francesco Mario d'Elia

Non risponde.

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La via Veneta alla Parità di genere.

Come già abbiamo detto in un nostro recente articolo, crediamo che essere indipendentisti significhi porsi domande fondamentali sulla nostra situazione e sul nostro futuro. E queste domande non posso che sfociare in battaglie profonde.

In un tempo in cui le diseguaglianze, di qualsiasi tipo, aumentano, e in corrispondenza della giornata internazionale della donna, crediamo sia necessario soffermarsi sulla disuguaglianza di genere. Una delle realtà forse più sottovalutate e gravi delle nostre società.

Questo tipo di disuguaglianza non solo rappresenta uno dei maggiori insulti ai principi di pari dignità e uguaglianza. Non è solo un fenomeno maligno, ma un problema le cui conseguenze toccano tutti noi.

Molti analisti, infatti, si sono soffermati sulle conseguenze economiche della disparità di genere. I risultati, dimostrano come la disuguaglianza di genere sia uno degli ostacoli maggiori allo sviluppo economico. Come infatti ci ricorda il documento firmato FMI "Women, Work and the Economy" essa è un ostacolo fondamentale alla crescita economica. Inoltre, l'IFC (International Finance Corporation), sottolinea come le disuguaglianze di genere rallentino i tassi di produttività del settore privato e pubblico. 

Sappiamo già come, di fronte a questa espressione, alcuni storceranno il naso. Quasi a considerare questo fenomeno come sorpassato.

Dispiace constatare pero come ciò non sia assolutamente vero, specialmente in Veneto. La nostra terra, infatti, secondo i recenti studi di ActionAid, ha un indice di uguaglianza di genere al di sotto della media italiana. Una media, quella italiana, che già latita nelle ultime posizioni europee. 

Crediamo dunque che la battaglia per l'indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dalla battaglia per una società più giusta. Una società in cui il sesso di una persona non discrimini le opportunità e libertà sociali, politiche ed economiche dell'individuo. Una società dove la realizzazione personale non dipenda dall'essere nati nel 50% giusto/fortunato dell'umanità.  

Questo è vero sopratutto se consideriamo la nostra battaglia anche come una riabilitazione e riscoperta della nostra storia. Ricordiamoci infatti di come la prima donna laureata al mondo abbia conseguito questo titolo proprio in VenetoElena Lucrezia Cornaro Loredan Piscopia, nobildonna veneziana, segno infatti questo evento storico, laureandosi all'università di Padova nel 1678. (P.S. la prima donna laureata all'università di Oxford, per esempio, si laureo nel 1920). 

Se come abbiamo sostenuto in un recente articolo intitolato "Nova Identità Veneta", dobbiamo batterci per un nuova identità veneta capace di confrontarsi con il mondo odierno, riscoprendo aspetti della tradizione e storia Veneta, la storia di Elena Cornaro e della sua conquista non può che dirigerci verso una battaglia: quella per l'uguaglianza di genere

 

 

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