# 006 - RIALLACCIARE I LEGAMI SIMBOLICI CON LA TRADIZIONE POLITICA REPUBBLICANA

 

Siamo convinti sostenitori della necessità di porci in continuità con le istituzioni che la nostra storia repubblicana ci consegna, anche sul piano simbolico.

Ciò passa per il recupero delle sedi di esercizio del governo e dell'attività parlamentare della Repubblica Veneta, come Palazzo Ducale, ma anche per il recupero dei nomi e della ritualità pubblica legata alle varie istituzioni, ovviamente adattati al contemporaneità.

Riallacciarsi a tale tradizione politica non deve significare una sterile rievocazione; crediamo invece che possa avere la funzione di responsabilizzare la classe politica veneta nel confrontarsi con una storia di grandissimo spessore e di accrescere l'interesse e l'attenzione dei cittadini nei confronti delle istituzioni che governano il Veneto.

 
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In nome di San Marco

Tra i numerosissimi leoni di San Marco che si possono trovare fra la Val Sabbia e la riviera di Salò, abbiamo voluto sceglierne uno che sapesse rappresentare l'aspetto più popolare del legame di questi territori con la repubblica. Quello che vedete nell'immagine di copertina proviene dal portale della chiesa di San Marco a Livemmo di Pertica Alta in Val Sabbia. (foto di Agostino Bellini)


La fine del governo veneto della Serenissima Repubblica fu decretata il 18 marzo 1797 a Brescia con l’occupazione del Broletto da parte dei giacobini bresciani, che istituirono un governo provvisorio al fine di organizzare una nuova Repubblica di stampo francese. Pochi giorni prima la stessa sorte era toccata a Bergamo e l’insurrezione delle popolazioni delle valli bergamasche era stata sedata nel sangue dall’esercito francese. I giacobini bresciani e bergamaschi facevano parte di quella cerchia di nobili e borghesi che non aveva certo scoperto i principi di libertà e democrazia propugnati dalla Rivoluzione, ma se ne serviva per riprendere quei privilegi e il predominio assoluto che la politica veneziana aveva attenuato nei confronti della loro classe sociale. Per contro il popolo si dimostrava fedele alla Repubblica di Venezia, che per alcuni secoli aveva governato con oculatezza i suoi domini in Terraferma, mantenendo per se le decisioni di governo più importanti concedendo il decentramento amministrativo e l’esonero dei dazi, al fine di favorire le esigenze locali.

Le popolazioni, che avevano goduto di tolleranza e libertà, non sentivano la necessità di cambiarle con una nuova “libertà” incerta e importata, che si presentava alla prova dei fatti con saccheggi, ruberie e spargimenti di sangue. I tentativi eversivi dei giacobini non fecero quindi presa sul popolo che insorse, aiutato però in misura insufficiente da Venezia, ottenendo dapprima alcuni successi, ma che ben presto venne costretto a cedere sotto il superiore spiegamento di forze di Napoleone. In seguito all’adesione entusiasta dei Valsabbini alla rivolta così scrive Antonio Turrini, sindaco di Valle Sabbia:

“Serenissimo Principe di Venezia. La Vallesabbia, che fino dal tempo della volontaria sua dedizione dimostrò sempre in ogni emergenza a V.Serenità quella fede, sudditanza ed attaccamento che ben la distinse fra gli altri corpi della bresciana provincia, arde vieppiù di presente, e brama anche nelle presenti emergenze dimostrare a V.Serenità quanto Vi è fedele, quanto attaccata. Le voci di essere fedeli a V.Serenità, di morir Vostri sudditi echeggiano generalmente in ogni bocca e fanno risuonar queste montane sì ma fedeli regioni, e siano di prova le unite parti. Nel dichiarare a nome pubblico e di tutti a V.Ser. quella fede che indelebile Vi giurano, e nell’assicurarvi che nelle presenti circostanze morranno, ma col Vostro Nome in bocca, non possono dispensarsi dall’implorare dalla Sovrana Vostra carità celere consiglio, ajuto e provvedimento.”.

I comuni delle Valli bresciane Trompia e Sabbia organizzarono un esercito che corse in aiuto degli insorti della Riviera di Salò, ottenendo dapprima alcuni successi ma soccombendo alla fine alle forze francesi, come era successo nei territori delle valli bergamasche. La repressione francese fu dura e crudele: incendi, distruzioni, profanazione di chiese colpirono i paesi di Barghe, Nozza, Vestone, Lavenone.

Per i capi della controrivoluzione valsabbina, tra cui il prete Andrea Filippi, Giambattista Materzanini, Stefano Lorandi e altri venne emessa una taglia, alcuni furono costretti a pagare un riscatto che li privò di ogni loro proprietà, per altri vi fu la fucilazione. I latitanti, tra cui Andrea Filippi, vennero condannati a morte o al bando perpetuo. Fuggiti in Tirolo, non avendo mezzi di sostentamento, formarono bande di briganti che, scendendo dalla Valvestino razziavano i paesi della valle. Truppe francesi e guardia nazionale, assoldati con il compito di contrastare il brigantaggio, aggravarono ulteriormente la situazione economica senza giungere ad alcun risultato. La denominazione di “briganti”, attribuita ai gruppi di ribelli da parte dello stesso Napoleone, cercava di screditare tutti coloro che avevano combattuto per difendere la propria identità e il proprio territorio sotto le insegne del leone di San Marco.

La mentalità centralistica del nuovo governo e dei governi che seguirono mortificò, con la cancellazione di importanti riferimenti identitari, (Statuti, Vicinie, Consiglio di Valle) le comunità che erano state, sotto San Marco, legate da un forte senso di appartenenza e le ridussero a realtà periferiche confinando in un ambito semplicemente locale le manifatture che ormai non potevano più commerciare liberamente.

Giovanni Baronchelli

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Governi da Osteria

Vi ricordate il Governo Ombra di Veltroni? Uno stupido modo per festeggiare una sconfitta. Infatti durò e produsse talmente poco che nessuno si prese la briga di piangerne la prematura scomparsa.

Chi si occupa di Indipendenza del Veneto, ha avuto a che fare con la stessa identica sensazione sin dal giorno del suo outing indipendentista, parliamo dei Governi Veneti di varie declinazioni, tutti sedicenti unici viatici per la liberazione: Autoproclamati, Autovotati, Autoriconosciuti, Autoesentati e un'altra manciata di Auto a caso.

Non sappiamo chi sia il progenitore degli altri ma ne contiamo più di una manciata, a voi la pazienza di trovarli tutti e scovarne le differenze, noi ci limitiamo a delinearne gli aspetti critici e a prenderne le distanze.

Si, a costo di storcere qualche bocca è arrivato il momento di demarcare una linea di distinzione.

Perché bisogna guardare in faccia alla realtà e capire come iniziative carnevalesche di questo tipo danneggino la causa indipendentista molto più di quanto non si propongano di aiutarla. Restituire peso e dignità alle nostre terre è lavoro duro e paziente, necessita di lavoro faccia a faccia e di costruzione della fiducia, specie quando si ha a che fare con gente da sempre cauta e pragmatica come noi veneti.

Credete davvero che si possa fondare uno stato europeo nel 2015 autoproclamandosi Doge?

Credete davvero che si possa fondare uno stato europeo nel 2015 approntando elezioni fai-da-te non riconosciute da alcuna autorità nel mondo?

Credete davvero che migliaia di partite iva, imprenditori, operai, impiegati, studenti e casalinghe scenderanno in piazza a rifondare la Respiovega in massa in baracchini di legno agli angoli delle provinciali?

Fermiamoci un attimo a riflettere che immagine del Veneto e delle nostre battaglie può dare tutto ciò.

Volente o nolente, storicamente legittime o meno, oggi in Veneto vi sono istituzioni riconosciute e radicate tra la popolazione che non possono essere bypassate così: Roma è lontana ma Venezia è vicina, le (furono) province e i comuni ancor di più.

Se lo scopo di chi sta dietro queste iniziative è davvero riconquistare una posizione rispettata in Europa e nel mondo crediamo sarebbe più utile fare un lavoro decisamente più ingrato ma utile ed iniziare a farsi le ossa là dove si possono risolvere i problemi veri ed agire con efficacia.

Partendo dal municipio, per esempio, puntando la barra verso Palazzo Balbi.

Perseverare sulla linea del pressapochismo politico non ci lascerà altro che dichiarazioni di indipendenza da sagra e una numerosa serie di episodi che non vorremo ricordare.

“Oste! On ziro de bianco par tuti e Viva el Presidente!”

 

Michele Bodo & Matteo Visonà dalla Pozza

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