Non Basta un NO!

 

In Sanca ci siamo schierati per il NO al referendum costituzionale - bastava una lettura del TITOLO V della riforma per esserlo.

Tuttavia non abbiamo voglia di festeggiare o felicitarci, come se l'esito marcasse un nuovo inizio. Come abbiamo ripetuto molte volte, non siamo per lo status quo (e come potremmo?!) e seppure ci sia sembrato importante schierarci per il minore dei mali, non possiamo e non vogliamo adagiarci nella situazione attuale.

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Esodati e la loro salvaguardia

 

“ GLI ESODATI E LA LORO SALVAGUARDIA : SOLLEVARE L’ECCEZIONE DI INCOSTITUZIONALITA’ O APPLICARE LA PRESUPPOSIZIONE?“

Mi è capitato qualche tempo fa di leggere l'articolo di una giovanissima dottoressa in giurisprudenza, che trattava il tema degli esodati. L'articolo, che vi riporto testualmente, mi ha fatto ritornare alla mente un tema che è sempre meno citato e ragionato. Questo perché è una grande vergogna italiana, una vile mossa che per risolvere dei decennali problemi pensionistici ha pensato bene di condannare un' intera generazione di persone.

Mentre vi scrivo la parola “esodati” mi viene sottolineata in rosso dal programma di scrittura, la cosa a mio avviso non è da sottovalutare, anzi mi fa venire la curiosità se anche in altri paesi e se in altri periodi storici possa essere successa una cosa del genere; la risposta è NO, sembra proprio di no. In altri paesi le riforme pensionistiche sono state affiancate da sistemi di sostegno sociale.

In Europa sono state predisposte salvaguardie simili al reddito di cittadinanza per le persone coinvolte o il modus operandi dei sindacati, improntato solamente alla ricerca del lavoro, ha fatto si che le persone venissero reintrodotte nel mondo produttivo in tempi brevissimi; un esempio è quello Danese dove i lavoratori hanno garantiti fino a 4 anni di disoccupazione al 95% e gli stessi, mediamente, grazie ai sindacati trovano un nuovo impiego entro 3 mesi e Il nuovo impiego non può avere né un reddito né una qualifica inferiore al precedente, né comportare uno spostamento superiore ai 20 km, questo evita una corsa al ribasso salariale e parallelamente obbliga per i primi sei mesi di frequentare corsi di formazione gratuiti che ne impreziosiscono la professionalità.


A cosa dobbiamo allora questa prodigiosa invenzione della figura del esodato? Bisogna ricercarla nelle elargizioni che sono stati fatte nei decenni scorsi, dove si è riuscito ad andare in pensione anche a 36 anni.

Riporto Il testo della dottoressa Enzo:

"Negli ultimi giorni si è tornato a parlare frequentemente della tanto delicata quanto spinosa questione riguardante la previdenza sociale e la Riforma Monti – Fornero delle pensioni, approvata con il D.L. 6 Dicembre 2011 n. 201 detto Decreto “Salva Italia”.

Uno dei punti più discussi di detta Riforma riguarda l’innalzamento del requisito anagrafico per poter accedere al pensionamento di vecchiaia, circostanza che ha determinato un aumento vertiginoso della categoria dei c.d. “lavoratori esodati”, ossia di quei soggetti che, in procinto di andare in pensione per il raggiungimento dell’età o degli anni contributivi versati secondo le precedenti normative, hanno risolto il proprio rapporto di lavoro entro il 31 Dicembre 2011 in ragione di accordi individuali o in applicazione di accordi collettivi di incentivo all’esodo, per ritrovarsi poi in una sorta di limbo non potendo più accedere al pensionamento in base alla vigente normativa.

Il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina era sempre stato previsto, ma il promulgato Decreto non si è affatto occupato del regime transitorio, limitandosi semplicemente ad utilizzare il c.d. “meccanismo della salvaguardia”, ovvero ad individuare un certo numero di soggetti a cui viene data la possibilità di godere della precedente disciplina pensionistica basata sul sistema di calcolo retributivo.

Nella realtà però i requisiti richiesti per poter accedere a questo trattamento privilegiato sono molto restrittivi cosicchè l’INPS, presentando conti “in rosso” e scarsa liquidità, soddisfa le domande che gli pervengono utilizzando il mero criterio cronologico di presentazione delle stesse.

Tutto ciò ha determinato l’aumento degli esodati che, secondo la valutazione proposta dall’INPS, ammonterebbero ad oltre 387.000 unità e secondo la stima del Governo in sole 65.000 persone.

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La grande difformità tra le due indicazioni, probabilmente, trova la sua spiegazione solo nella circostanza che il Decreto “Salva Italia” ha stanziato la somma di circa 30 milioni di euro a tutela di questi soggetti e la Ragioneria dello Stato ha calcolato che tale somma può garantire la liquidazione delle pensioni, calcolate secondo i vecchi criteri, a non più di un numero di lavoratori di poco superiore alle 60.000 unità.

In presenza di siffatta situazione diviene quindi inevitabile chiedersi, in un sistema di Welfare cioè di Stato sociale – una delle più grandi conquiste Italiane del ‘900 – che dovrebbe basarsi sulla cooperazione tra tutti i protagonisti della vita sociale e in uno Stato di diritto che prevede l’uguaglianza tra le persone come il fondamento della società civile, se possa esistere una così forte discriminazione che coinvolge una fascia enorme di nostri concittadini.

Ritengo non si possa restare impassibili davanti a questo problema che, inevitabilmente, ci allontana sempre più da una giustizia “ideale” e che si debba o attivarsi sollevando l’eccezione di incostituzionalità della Riforma stessa ovvero applicando l’istituto di diritto giurisprudenziale conosciuto come presupposizione.

In questa seconda ipotesi debbono mettersi in discussione per mancanza dei presupposti oggettivi gli accordi sulla base dei quali tanti lavoratori si sono esodati, determinando così una risoluzione del contratto medesimo.

In molti hanno infatti accettato le condizioni di prepensionamento proposte confidando nella garanzia del trattamento pensionistico che precedentemente li tutelava e si sono poi trovati, senza prevedibilità alcuna, ad essere esclusi sia dalla possibilità di ricevere una pensione, sia dalla possibilità di riprendere una qualsiasi attività lavorativa per lo stato avanzato dell’età anagrafica.

Tra le due ipotesi su indicate credo, però, che quella più corretta da intraprendere sia la prima, invocando il diritto quesito di godere del regime previdenziale che il soggetto aveva maturato prima dell’ingresso della Riforma, diritto che la stessa ha negato in piena disapplicazione dell’art. 3 comma 2 della nostra Costituzione, che statuisce come: “…. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”.

Il diritto al lavoro è la fonte della libertà ed esso dev’essere salvaguardato in tutte le sue forme. Poiché con questa Riforma il nostro legislatore ha chiaramente dimostrato di aver perduto il dovuto senso della legittimità Costituzionale, si ribadisce che l’Appello alla Corte Costituzionale è oggi a dir poco doveroso per veder riconosciuti a tutti gli effetti i diritti che sono connaturati ad ogni uomo e che sono il fondamento di ogni Stato democratico e che si voglia dimostrare tale.”

Enzo Samuela

In un nuovo stato, fieramente europeo, dovrà essere ricercato e perseguito il livello standard di riferimento dei paesi che ci circondano.

Perché non è giusto abituarsi a vivere senza garanzie, senza prospettarsi un futuro o senza assicurarsi una serena vecchiaia, non è giusto, soprattutto, se si offre per questo una grandissima percentuale del proprio guadagno.

Questa scelta dovrà essere prima che economica e culturale, una scelta di libertà perché con queste ingiustizie è quella che si limita, la libertà di scegliere come vivere, cosa comprarsi e alla fine come pensare.

Emanuele Borasca

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