Buon Giorno del No!

Ogni 28 ottobre in Grecia si festeggia il "Giorno del No" (Επέτειος του Όχι), in memoria del 28 ottobre del 1940, quando il primo ministro greco Ioannis Metaxas (Ιωάννης Μεταξάς) rifiutò di lasciar entrare in Grecia le truppe del Regio Esercito sotto richiesta/imposizione di Benito Mussolini, evento che portò alla campagna di Grecia e alla famosa - ma poco profetica- frase "Spaccheremo le reni alla Grecia".

E' importante ricordare e festeggiare questo giorno per noi cittadini dello Stato italiano, perché ci riporta alla mente il colonialismo e imperialismo italiano, che non si è attuato solo in Etiopia ed Eritrea, con nefandezze che non dovremmo mai dimenticare, ma anche molto vicino a noi: sulle sponde del Mediterraneo, in Libia, e ancor più vicino, nei Balcani, in Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, l'Eptaneso, il Dodecaneso e i tentativi d'invasione in Anatolia e nella Grecia continentale.

Ma ancor più importante è per noi Veneti, perché quello che fece l'Italia fu riuscire a imporci la finale rottura dei nostri millenari rapporti con i Balcani e il Mediterraneo orientale. 
Ad allontanarci da popoli con cui la convivenza e lo scambio culturale era la normalità, prima dell'esasperazione nazionalista e dell'imposta identità italiana che prevaricava e negava una fratellanza con i popoli di questi territori. 
Fu con il fascismo e i suoi orrori che ci fu strappata la nostra comune identità, usata dagli italiani per reclamare territori che non appartenevano a nessuno se non alle comunità che vi vivevano.

Sotto la Repubblica Veneta non vi erano istanze nazionalistiche e di omologazione etnica, e quindi si aveva una vera e propria fratellanza di comunità sotto la stessa istituzione statale.
L'italia fascista affiancò al mito anacronistico e assurdo del nuovo Impero romano una versione mitizzata dei territori di San Marco, strappandoci una parte importante della nostra eredità e stravolgendola in uno strumento di pretesa territoriale etnica.

In questi territori gli italiani non sono stati i "buoni occupanti", come ci vuole far credere un mito nazionalistico costruito ad arte per dimenticare le proprie responsabilità. 
La bislacca frase "eh ma abbiamo costruito strade e nuove infrastrutture" è di un'insensibilità disumana
L'occupazione italiana fu violenta. Imposta. Non desiderata.
Ed infatti è questo che rimase nel ricordo di queste popolazioni.

Significativa per quanto riguarda l'occupazione italiana nei Balcani è quella foto di un soldato italiano che a Pljevlja, tra una rastrellata e un altra, prende a calci un civile montenegrino.

E come possiamo dimenticare l'esistenza dei campi di lavoro e di concentramento in Istria e Dalmazia, come quello dell'isola di Arbe? 
In Italia pochi sanno che in questi campi sono morti di fame e di fatica donne, vecchi e bambini, perché "allogeni" -come li definiva il governo fascista- letteralmente "d'altra stirpe", nel senso di etnia diversa da quella maggioritaria.
Sloveni, Croati, Bosniaci e Montenegrini morti perché gente diverse dalla "maggioranza", dalla cultura imposta dallo Stato.

Uccisi perché considerati dei parassiti. 
Cosa curiosa che spesso mi capita di notare è che più ti allontani dai confini con i Balcani, e quindi dal Nord-est italia, e meno gli italiani sanno di queste storie. Ma ovviamente anche fin troppi veneti non sanno di questo passato, perché se lo conoscessero la smetterebbero di credere al mito dell' identità nazionale e a vedere e volere muri ovunque.

Ed è un peccato. E' un peccato pensare che per colpa di tali esasperazioni nazionaliste italiane, quello che per noi veneti fu un ponte -perché questo fu l'Adriatico, congiunzione di popoli, culture e lingue- sia diventato un muro.
Processo già iniziato con l'unità d'italia, ma che ha conosciuto le fasi peggiori durante il fascismo.
Un muro che alzandosi ha lasciato in queste comunità del mediterraneo profonde ferite, dopo secoli di convivenza e rispetto.
Un ponte che vorremmo tornasse, specialmente attraverso il sogno europeo di superare gli stati nazionali e mettere in comunicazione le comunità europee. 

In Sanca crediamo veramente in un nuovo ponte che sappia mettere in comunicazione noi veneti, popolazioni dell'alto adriatico, con tutti i Balcani e la Grecia. Per questo vogliamo proporre a ogni veneto - ma anche a ogni italiano- di cominciare a ricordare, e festeggiare insieme agli amici greci chi si è alzato e ha detto "no" a chi voleva colonizzare e togliere libertà in nome del nazionalismo e delle sue esasperazioni.

Quindi, anche se in ritardo: buona festa del No!

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# 006 - RIALLACCIARE I LEGAMI SIMBOLICI CON LA TRADIZIONE POLITICA REPUBBLICANA

 

Siamo convinti sostenitori della necessità di porci in continuità con le istituzioni che la nostra storia repubblicana ci consegna, anche sul piano simbolico.

Ciò passa per il recupero delle sedi di esercizio del governo e dell'attività parlamentare della Repubblica Veneta, come Palazzo Ducale, ma anche per il recupero dei nomi e della ritualità pubblica legata alle varie istituzioni, ovviamente adattati al contemporaneità.

Riallacciarsi a tale tradizione politica non deve significare una sterile rievocazione; crediamo invece che possa avere la funzione di responsabilizzare la classe politica veneta nel confrontarsi con una storia di grandissimo spessore e di accrescere l'interesse e l'attenzione dei cittadini nei confronti delle istituzioni che governano il Veneto.

 
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Tocheto par tocheto

Perchè se si riguarda all'origine, all'institutione, et à progressi di quella felicissima Patria, non può vedersi ne la maggiore, ne la più memorabile in qual si vogli età presente ò passata. Et se da altra parte si considera la nobiltà dell'Altezza vostra non può trovarsi in Italia, chi le se possa agevolmente paragonare

Francesco Sansovino (1521-1586)

Se è questo ciò scrisse un foresto che si definiva Toscano per natura, Veneto per elettione, vale la pena rifletterci: il continuo scredito della causa Veneta, basata su considerazioni e stereotipi, intimano il panorama indipendentista, e quindi anche noi, a prenderne atto.

Lo sviluppo della civiltà Veneta risale attorno al 1000 a.C. ed ebbe Este come epicentro, città che oggi ospita il museo archeologico dei Veneti Antichi; ma come ha fatto notare Franco Rocchetta, all'esterno, non sventola il Gonfalone. Da una piccola campana d'allarme alla sua più diretta amplificazione, com'è nel caso del Museo Correr. Nato nel 1830 con l’obiettivo di far conoscere ai posteri la storia e la grandezza della Serenissima Repubblica, oggi, il più importante museo veneziano, è allestito al fine di raccontare solo gli ultimi 200 anni di dominazioni straniere fra coccarde tricolori e la statua di Napoleone, mentre nelle sue soffitte riposano 14 secoli di storia Veneta. La legge regionale n.° 8 del 2007 nacque, appunto, per far fronte ad una eccidio culturale restituendo la status di lingua al Veneto (considerato idioma unitario dal linguista R. Ferguson nel 2005), che nel 2014 venne riconosciuta anche in Brasile nella variante del Taliàn.

Questa è una battaglia portata avanti da anni da Raixe Venete, una organizzazione no-profit che si impegna attivamente nel divulgare una una storia scomoda, che non trova posto nei libri scolastici, nelle istituzioni nazionali prettamente centraliste e nemmeno nella cultura. Si pensi alla mancata realizzazione del museo di storia Veneta proposto nella legge regionale.

Perché? Noi ce lo siamo chiesti.

Proviamo quindi a sintetizzare la nostra storia. 

Come sempre, lungi da Sanca l’utilizzo della nostra storia per meri fini nazionalisti o prevaricazioni etnico-religiose, a tal proposito vi auguriamo buona lettura!

In merito alla non esistenza del Popolo Veneto, lo storico Gianfranco Cavallin, in questo video, ci spiega come addirittura i Romani distinsero i Veneti dagli altri popoli italici ben due secoli prima di Cristo. Il nome storico Venetia et Histria dato alla Provincia Romana Regio X dopo la sua istituzione nel 7 d.C., ne riflette le origini antropologiche. Come ci ricorda il conte Iacopo Filiasi nel Memorie de’ Veneti Primi e Secondi, i primi sono gli antichi antenati, mentre i secondi sono coloro che, emigrando dall'entroterra ed insediatisi nelle lagune, si federano e creano il Dogado.

Fedele alleata di Bisanzio, Venezia sarà influenzata da essa nella politica, nei commerci e nei costumi per secoli e secoli. Ma, nel 828, con la traslazione del corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto, Venezia accrebbe d’importanza a discapito dei Greci, avviando un lento ma inesorabile distaccamento del quale è complice l’abissale distanza dalla capitale imperiale. Infatti, i Veneti lagunari godettero di una vasta autonomia che si tramutò in indipendenza. Un percorso in cui Venezia affermò la sua sovranità divenendo de facto una potenza europea a tutti gli effetti.

Il pluralismo, uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto, fu consacrato con l’istituzione del Maggior Consiglio (1172), molti decenni prima che venisse emanata la Magna Carta Libertatum (1215) in Inghilterra. Patria del Diritto Veneziano, erroneamente definito costola di quello Romano, emana il primo decreto della storia contro la schiavitù nel 960 e dal 1501 si impegna a proteggere la Laguna Veneta dando vita all’antenato del Magistrato delle Acque, organo soppresso rispettivamente dai francesi nel 1808 e dagli italiani nel 1866 (poi ripreso), un antesignano della eco-sostenibilità per cui ci si batte oggi, credendo nella riqualificazione di ciò che abbiamo nel territorio.

La Serrata del Maggior Consiglio del 1297 è associata erroneamente ad un golpe, quando invece fu il riconoscimento una classe dirigente ottenuto con votazione, a cui partecipò anche l’Arengo. La legalità era garantita dagli organi costituzionali e la durata delle cariche pubbliche era commisurata al loro potere per poi incorrere in una vacatio obbligatoria. Come continuatrice dello Stato, la nobiltà s’accollo un’enorme responsabilità. Infatti, quel processo segreto, e se vogliamo sommario, orchestrato dal Consiglio dei Dieci era il trattamento riservato ai potenti e non ai sudditi, che bensì venivano giudicati dalla Quarantia tramite processo pubblico.

Non fu una repubblica marinara che visse di scorrerie. La ricchezza di Venezia è legittimata dal duro lavoro e dal commercio, il cui successo era garantito da élite di diplomatici sparsi nei poli più importanti dell’epoca. Molte città di terraferma infatti, in cerca del buon governo dei buoni Veneti, si proposero e vennero dedotte alla Repubblica a partire dalla fine del XIII secolo fino ai primi del XVI secolo. Altre, furono prese con la forza com'era d'uso ai tempi. Il significato negativo associato alla Dominante da alcuni Veneti d’entroterra di oggi, è una tesi che non sussiste se si pensa alle rivolte popolari scoppiate in difesa dello Stato Veneto contro le truppe napoleoniche, durante le quali i contadini diedero la vita al grido Viva San Marco! piuttosto di cambiare regime. Inoltre, Venezia si impegnò a mantenere gli statuti dei suoi possedimenti terreni e marittimi, concedendo ad essi un’accesa autonomia. Come ci ricorda l’avv. Renzo Fogliata in questo discorso ad Apindustria, Vicenza nel XVI secolo commerciava direttamente con il Sacro Romano Impero, senza pagare alcun dazio alla capitale o aver il bisogno di permessi speciali. Furono anche attuate delle manovre economiche, con investimenti a fondo perduto, che affermarono alcune importanti aziende che vivono ancora oggi.

La condizione federalista, già largamente presente negli strati della società, e la ricerca di un ampio respiro sul Mediterraneo, estraniano il Popolo Veneto da qualsiasi idea unitarista volontaria. Non a caso, Indro Montanelli, definì la nostra storia come non italiana.

L'antica letteratura dipinge una Venezia aperta, tollerante e multiculturale. Basti pensare al Ghetto (dal Veneziano Geto) Ebraico e alle sue cinque sinagoghe. Dopo lo scoppio della peste nera, molti ebrei, accusati di maleficio, trovarono rifugio dai pogrom europei proprio in Veneto, in città come Venezia e Padova (ancora dominio dei Carraresi). Pochi sanno che Venezia è l’unica città del vecchio continente ad aver un nome in arabo, al-Bunduqiyya. Infatti, come ci racconta la docente in Ca’ Foscari M. Pedani in Venezia Porta d’Oriente, la vita della Repubblica è stata segnata da secoli di rapporti fra il mondo Cristiano e il mondo Musulmano, e l'esempio lampante è il Fontego dei Turchi. Nel libro vengono riportati degli esempi secondi i quali la bandiera della Serenissima potrebbe addirittura avere origini levantine.

Seppur custodendo gelosamente il proprio diritto di cittadinanza, i commerci fecero della capitale del Veneto ciò che in oriente era Istanbul: un crocevia dove convivono pacificamente i popoli di due continenti. Associando al nostro multiculturalismo il Fontego dei Tedeschi, e quindi al protestantesimo, possiamo riallacciarci all’era della Controriforma. E’ proprio in quel periodo, infatti, che i crescenti dissapori tra la Repubblica e lo Stato della Chiesa sfociarono nell’ennesima scomunica (1606). Venezia, non riconobbe alcuna autorità dopo quella di Dio e boicottò l’interdetto papale rivendicando il diritto dello Stato di decidere anche in materie ecclesiastiche. Il teologo marciano Paolo Sarpi (1552-1623) credette fermamente nella battaglia contro il sistema ecclesiastico teorizzando un rafforzamento delle istituzioni giuridiche per garantire la divisione del potere tra Stato e Chiesa.

Potremo metterci a discutere anche del mito della decadenza veneta settecentesca (lo Stato Veneto era uno dei più ricchi d'Europa alla sua caduta), ma siamo tutti d’accordo che secoli e secoli di storia andrebbero approfonditi di più, e Sanca intende solo darvi degli spunti di riflessione per poi affidarvi a mani più esperte della storiografia libera dalle vessazioni a cui siamo stati abituati da oltre due secoli.

Il nostro pensiero politico è il frutto di un’attenta analisi storico-sociale, lontana dall'errore della contestualizzazione delle epoche storiche.

Recentemente, Focus Storia ha pubblicato un articolo che si pone la domanda per la quale molti di noi si sono avvicinati all’indipendentismo: Venezia fu liberata o assassinata? Una questione ancora aperta, che oggi ha sfruttato il trampolino della crisi per gettarsi a capofitto su di noi, ritornando di attualità.

Ci impegniamo affinché la coesione sociale, che ha fatto la Serenissima lo Stato più duraturo della storia, sia la base per un Veneto libero.

Riccardo Penzo

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Alluvione

Un'alluvione di lacrime

In un momento in cui il tema è caldissimo per l'ennesima alluvione di Genova e anche le terre venete rischiano di essere colpite ancora una volta dall'esondazione dei corsi d'acqua, vorrei spendere qualche parola sulla situazione idrogeologica veneta e sulle responsabilità storiche di questi eventi catastrofici (considerazioni che penso si possano estendere alle altre terre sottoposte al malgoverno della Repubblica Italiana).

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