Domande e Risposte sulla Cultura Veneta a scuola

 
Martedì 16 ottobre, nella scuola grande di San Rocco a Venezia, Il presidente Zaia e il ministro all'istruzione Marco Bussetti hanno firmato un protocollo per l'ingresso dell'insegnamento della storia veneta nelle scuole del nostro paese. 
La posizione di Sanca, come potete immaginare, è quella di sincero apprezzamento e anche di un certo stupore, visto che in diversi anni di governo leghista del Veneto mai si erano visti interventi di questo genere, e c'eravamo abituati a sentire solo sterili proclami. 
Purtroppo, come c'era da aspettarsi, alcune (fortunatamente sparute) voci nella sinistra italiana si sono levate a sollevare opposizioni e dubbi a questi provvedimenti. Vorremmo provare ad offrirgli delle risposte:
 
    
Cultura Veneta e Migrazioni
 
Domanda - La Rete degli Studenti Medi e l’Unione degli Universitari del Veneto, due associazioni studentesche molto vicine al Partito Democratico e alla CGIL, hanno organizzato un flash mob in occasione della firma della convenzione tra MIUR e Regione del Veneto e durante una conferenza stampa hanno affermato che:
«Zaia promuove lo studio delle migrazioni venete per comprendere meglio i flussi migratori? Ci sembra una gigantesca ipocrisia, da parte di una Regione e di un partito che da sempre discriminano i migranti, e che oggi lo fanno più che mai con il provvedimento razzista e discriminatorio che, similmente a quello di Lodi con le mense, limita l’accesso al Buono Libri agli studenti migranti».
 
Risposta - Noi crediamo che se è ipocrita per la lega promuovere lo studio di migrazioni, per noi è ipocrita che la sinistra si opponga allo studio della storia del nostro territorio, in particolar modo se essa è caratterizzata da istanze anti-nazionalistiche, cosmopolitismo e scambi culturali che permettono riflessioni sulla nostra modernità.
Non sarebbe infatti un bene studiare le migrazioni venete in relazione ai flussi migratori odierni? Non sarebbe interessante riscoprire l'identità veneta offerta dalla Serenissima, identità di ampio respiro e mai esasperata da etnocentrismo - come negli stati nazionali europei - ma che anzi, faceva della sua natura commerciale e della commistione fra popoli del mediterraneo orientale il suo punto di forza?
Non sarebbe interessante studiare i secolari legami con le popolazioni del mediterraneo orientale, che con molte personalità "ultramarine", sono state parte integrante della storia del Veneto?
Non potrebbe essere tutto questo un'interessantissima lezione, da osservare nel nostro contesto storico, sull'integrazione tra diverse comunità?
Non può essere la storia stessa del Veneto, data la sua ampiezza temporale e geografica, strumento di integrazione in veneto e, da un altro punto di vista, strumento per una maggior integrazione del veneto in Europa?
Facendo un semplice esempio: scoprire la partecipazione attiva degli albanesi nella nostra storia, come marinari e condottieri non può far sentire un ragazzo di famiglia albanese (una di quelle giunte qua a fine anni '90) meno straniero ma anzi parte integrante della nostra comunità? Non può essere una personalità come Mercurio Bua Spata / Mërkur Bua Shpata simbolo degli albanesi veneti e quindi dell'integrazione veneta?
Non può la storia del legame tra cultura greca e cultura veneta, in veneto come nelle isole greche, essere motivo di promozione culturale e riscoprire la storia di una paese a noi molto vicino ma che di cui il veneto medio (come anche l'italiano medio) non sa nulla se non riguardo al mondo classico e alla crisi odierna?
Non può la fitta rete di legami con l'Impero Ottomano offrirci altrettante possibilità di eventi culturali con la Turchia?
 
 
Cultura Veneta e Cultura Italiana
 
Domanda - La stessa CGIL regionale ha espresso dei dubbi analoghi, affermando che a loro parere: 
«Colpisce che dalle dichiarazioni di Zaia non vi sia il benché minimo accenno al fatto che la storia e la cultura del Veneto siano da sempre legati alla storia e alla cultura dell’Italia [...] Per fortuna il testo del protocollo richiama un qualche legame tra il patrimonio storico e culturale nelle sue dimensioni nazionali e locali ma sembra un nesso poco solido e poco convinto»
 
Risposta - Pensiamo che questa paura per il legame "poco solido e convinto" sia significativa.
A quanto pare a Viotto non imporata il dato oggettivo che il nostro territorio, sotto l'istituzione della Serenissima abbia avuto una polarizzazione maggiore verso la Mitteleruopa, i Balcani e il Mediteraneo Orientale.
Non importa parlare degli intrecci secolari con le comunità slave nè della collaborazione attiva degli albanesi nella storia della Serenissima, meno che meno è importante parlare degli scambi culturali con i greci e con gli ottomani; dopotutto è importante solo ribadire un mito nazionale.
Sostanzialmente l'ampia veduta dell'identità e storia veneta, che ci collega ad almeno altri 6 Stati (Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, Turchia), è scomoda perchè si allontana dal legame con la storia nazionale Italiana.
La possibilità quindi di riscoprire un'identità sovranazionale, una fratellanza del mediterraneo orientale (territori, che ricordiamo, dall'irridentismo e fascismo italiano prima, e dal dopoguerra poi, hanno perso i secolari legami con il Veneto, come del resto, anche con l'Italia) storica, che può essere d'aiuto a costruire l'identità europea, non vale la pena, perchè ci allontana dalla dimensione "nazionale" con l'Italia.
 
 
Cultura Veneta, isolazionismo e leghismo.
 
Domanda - Infine vorremmo rispondere ad alcune osservazioni espresse da un'articolo pubblicato da Left nei giorni scorsi. L'autore sostiene che l'intesa tra Veneto e MIUR sarebbe figlia di un' «antistorica visione della realtà, per cui l’identità culturale dei cittadini dipenderebbe dal luogo dove vivono, sempre più stretto da confini, sempre più ridotto a soffocante microcosmo» e che l'accordo risponderebbe solo alla volontà di «utilizzare il sapere e chi lo eroga per rinsaldare il sistema di valori di chi governa un territorio».
 
Risposta - Come abbiamo già fatto notare altrove, noi crediamo che quando si parli di cultura veneta si possano prendere due strade. La prima è quella dell’identitarismo, dell’appartenenza a una comunità definita dall’alto secondo canoni astratti. Questa, ci pare, è la posizione che fino ad oggi è stata portata avanti da forze politiche come la Lega le quali si sono trincerate dietro un astratta difesa di non meglio definiti valori veneti, facendo pochissimo per valorizzare realmente la lingua e la cultura locale ma utilizzandoli come un muro per escludere i nuovi cittadini. La seconda strada, quella che da sempre cerchiamo di percorrere e che ci pare che emerga dall'intesa in qeustione, è quella delle radici e del radicamento, di una cultura veneta promossa e vissuta, che nell’essere accessibile a tutti diventa strumento di ricucitura delle comunità, l’inizio di un cammino comune. Pensiamo che, se una comunità è salda sui suoi piedi, se sa da dove viene e conosce il terreno su cui cammina, non ha difficoltà ad incontrarsi con culture e modi di vita nuovi ed è in grado di accogliere i nuovi arrivati in un processo di mutuo arricchimento.
 
 
Per concludere
 
Ora vorremmo porre noi delle domande:
    
- Perchè la sinistra italiana non vuole sottrarre dal monopolio leghista la battaglia per la tutela della cultura locale, specialmente se questa appunto ci insegna una lezione contro l'isolazionismo, il nazionalismo, la xenofobia?
 
- Perché la sinistra italiana ci accusa di isolazionismo per poi non riuscire a vedere come altri territori, anche solo in Europa, abbiano dimostrato come l'attenzione per la cultura locale e una società più coesa siano processi strettamente collegati?
 
- Perchè la sinistra italiana si riempie la bocca di valori europei, per poi dimenticarsi le indicazioni dell'Unione in materia di culture locali e finanche il suo motto: United in Diversity?

 

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Tocheto par tocheto

Perchè se si riguarda all'origine, all'institutione, et à progressi di quella felicissima Patria, non può vedersi ne la maggiore, ne la più memorabile in qual si vogli età presente ò passata. Et se da altra parte si considera la nobiltà dell'Altezza vostra non può trovarsi in Italia, chi le se possa agevolmente paragonare

Francesco Sansovino (1521-1586)

Se è questo ciò scrisse un foresto che si definiva Toscano per natura, Veneto per elettione, vale la pena rifletterci: il continuo scredito della causa Veneta, basata su considerazioni e stereotipi, intimano il panorama indipendentista, e quindi anche noi, a prenderne atto.

Lo sviluppo della civiltà Veneta risale attorno al 1000 a.C. ed ebbe Este come epicentro, città che oggi ospita il museo archeologico dei Veneti Antichi; ma come ha fatto notare Franco Rocchetta, all'esterno, non sventola il Gonfalone. Da una piccola campana d'allarme alla sua più diretta amplificazione, com'è nel caso del Museo Correr. Nato nel 1830 con l’obiettivo di far conoscere ai posteri la storia e la grandezza della Serenissima Repubblica, oggi, il più importante museo veneziano, è allestito al fine di raccontare solo gli ultimi 200 anni di dominazioni straniere fra coccarde tricolori e la statua di Napoleone, mentre nelle sue soffitte riposano 14 secoli di storia Veneta. La legge regionale n.° 8 del 2007 nacque, appunto, per far fronte ad una eccidio culturale restituendo la status di lingua al Veneto (considerato idioma unitario dal linguista R. Ferguson nel 2005), che nel 2014 venne riconosciuta anche in Brasile nella variante del Taliàn.

Questa è una battaglia portata avanti da anni da Raixe Venete, una organizzazione no-profit che si impegna attivamente nel divulgare una una storia scomoda, che non trova posto nei libri scolastici, nelle istituzioni nazionali prettamente centraliste e nemmeno nella cultura. Si pensi alla mancata realizzazione del museo di storia Veneta proposto nella legge regionale.

Perché? Noi ce lo siamo chiesti.

Proviamo quindi a sintetizzare la nostra storia. 

Come sempre, lungi da Sanca l’utilizzo della nostra storia per meri fini nazionalisti o prevaricazioni etnico-religiose, a tal proposito vi auguriamo buona lettura!

In merito alla non esistenza del Popolo Veneto, lo storico Gianfranco Cavallin, in questo video, ci spiega come addirittura i Romani distinsero i Veneti dagli altri popoli italici ben due secoli prima di Cristo. Il nome storico Venetia et Histria dato alla Provincia Romana Regio X dopo la sua istituzione nel 7 d.C., ne riflette le origini antropologiche. Come ci ricorda il conte Iacopo Filiasi nel Memorie de’ Veneti Primi e Secondi, i primi sono gli antichi antenati, mentre i secondi sono coloro che, emigrando dall'entroterra ed insediatisi nelle lagune, si federano e creano il Dogado.

Fedele alleata di Bisanzio, Venezia sarà influenzata da essa nella politica, nei commerci e nei costumi per secoli e secoli. Ma, nel 828, con la traslazione del corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto, Venezia accrebbe d’importanza a discapito dei Greci, avviando un lento ma inesorabile distaccamento del quale è complice l’abissale distanza dalla capitale imperiale. Infatti, i Veneti lagunari godettero di una vasta autonomia che si tramutò in indipendenza. Un percorso in cui Venezia affermò la sua sovranità divenendo de facto una potenza europea a tutti gli effetti.

Il pluralismo, uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto, fu consacrato con l’istituzione del Maggior Consiglio (1172), molti decenni prima che venisse emanata la Magna Carta Libertatum (1215) in Inghilterra. Patria del Diritto Veneziano, erroneamente definito costola di quello Romano, emana il primo decreto della storia contro la schiavitù nel 960 e dal 1501 si impegna a proteggere la Laguna Veneta dando vita all’antenato del Magistrato delle Acque, organo soppresso rispettivamente dai francesi nel 1808 e dagli italiani nel 1866 (poi ripreso), un antesignano della eco-sostenibilità per cui ci si batte oggi, credendo nella riqualificazione di ciò che abbiamo nel territorio.

La Serrata del Maggior Consiglio del 1297 è associata erroneamente ad un golpe, quando invece fu il riconoscimento una classe dirigente ottenuto con votazione, a cui partecipò anche l’Arengo. La legalità era garantita dagli organi costituzionali e la durata delle cariche pubbliche era commisurata al loro potere per poi incorrere in una vacatio obbligatoria. Come continuatrice dello Stato, la nobiltà s’accollo un’enorme responsabilità. Infatti, quel processo segreto, e se vogliamo sommario, orchestrato dal Consiglio dei Dieci era il trattamento riservato ai potenti e non ai sudditi, che bensì venivano giudicati dalla Quarantia tramite processo pubblico.

Non fu una repubblica marinara che visse di scorrerie. La ricchezza di Venezia è legittimata dal duro lavoro e dal commercio, il cui successo era garantito da élite di diplomatici sparsi nei poli più importanti dell’epoca. Molte città di terraferma infatti, in cerca del buon governo dei buoni Veneti, si proposero e vennero dedotte alla Repubblica a partire dalla fine del XIII secolo fino ai primi del XVI secolo. Altre, furono prese con la forza com'era d'uso ai tempi. Il significato negativo associato alla Dominante da alcuni Veneti d’entroterra di oggi, è una tesi che non sussiste se si pensa alle rivolte popolari scoppiate in difesa dello Stato Veneto contro le truppe napoleoniche, durante le quali i contadini diedero la vita al grido Viva San Marco! piuttosto di cambiare regime. Inoltre, Venezia si impegnò a mantenere gli statuti dei suoi possedimenti terreni e marittimi, concedendo ad essi un’accesa autonomia. Come ci ricorda l’avv. Renzo Fogliata in questo discorso ad Apindustria, Vicenza nel XVI secolo commerciava direttamente con il Sacro Romano Impero, senza pagare alcun dazio alla capitale o aver il bisogno di permessi speciali. Furono anche attuate delle manovre economiche, con investimenti a fondo perduto, che affermarono alcune importanti aziende che vivono ancora oggi.

La condizione federalista, già largamente presente negli strati della società, e la ricerca di un ampio respiro sul Mediterraneo, estraniano il Popolo Veneto da qualsiasi idea unitarista volontaria. Non a caso, Indro Montanelli, definì la nostra storia come non italiana.

L'antica letteratura dipinge una Venezia aperta, tollerante e multiculturale. Basti pensare al Ghetto (dal Veneziano Geto) Ebraico e alle sue cinque sinagoghe. Dopo lo scoppio della peste nera, molti ebrei, accusati di maleficio, trovarono rifugio dai pogrom europei proprio in Veneto, in città come Venezia e Padova (ancora dominio dei Carraresi). Pochi sanno che Venezia è l’unica città del vecchio continente ad aver un nome in arabo, al-Bunduqiyya. Infatti, come ci racconta la docente in Ca’ Foscari M. Pedani in Venezia Porta d’Oriente, la vita della Repubblica è stata segnata da secoli di rapporti fra il mondo Cristiano e il mondo Musulmano, e l'esempio lampante è il Fontego dei Turchi. Nel libro vengono riportati degli esempi secondi i quali la bandiera della Serenissima potrebbe addirittura avere origini levantine.

Seppur custodendo gelosamente il proprio diritto di cittadinanza, i commerci fecero della capitale del Veneto ciò che in oriente era Istanbul: un crocevia dove convivono pacificamente i popoli di due continenti. Associando al nostro multiculturalismo il Fontego dei Tedeschi, e quindi al protestantesimo, possiamo riallacciarci all’era della Controriforma. E’ proprio in quel periodo, infatti, che i crescenti dissapori tra la Repubblica e lo Stato della Chiesa sfociarono nell’ennesima scomunica (1606). Venezia, non riconobbe alcuna autorità dopo quella di Dio e boicottò l’interdetto papale rivendicando il diritto dello Stato di decidere anche in materie ecclesiastiche. Il teologo marciano Paolo Sarpi (1552-1623) credette fermamente nella battaglia contro il sistema ecclesiastico teorizzando un rafforzamento delle istituzioni giuridiche per garantire la divisione del potere tra Stato e Chiesa.

Potremo metterci a discutere anche del mito della decadenza veneta settecentesca (lo Stato Veneto era uno dei più ricchi d'Europa alla sua caduta), ma siamo tutti d’accordo che secoli e secoli di storia andrebbero approfonditi di più, e Sanca intende solo darvi degli spunti di riflessione per poi affidarvi a mani più esperte della storiografia libera dalle vessazioni a cui siamo stati abituati da oltre due secoli.

Il nostro pensiero politico è il frutto di un’attenta analisi storico-sociale, lontana dall'errore della contestualizzazione delle epoche storiche.

Recentemente, Focus Storia ha pubblicato un articolo che si pone la domanda per la quale molti di noi si sono avvicinati all’indipendentismo: Venezia fu liberata o assassinata? Una questione ancora aperta, che oggi ha sfruttato il trampolino della crisi per gettarsi a capofitto su di noi, ritornando di attualità.

Ci impegniamo affinché la coesione sociale, che ha fatto la Serenissima lo Stato più duraturo della storia, sia la base per un Veneto libero.

Riccardo Penzo

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