# 902 - PROMUOVERE CULTURA E LINGUA VENETA NELLE UNIVERSITÀ

 

Le istituzioni venete devono impegnarsi a promuovere l'insegnamento della lingua e della cultura veneta nelle università e stimolare un dibattito accademico su di esse. I tentativi in questo senso sono stati sino ad ora timidi e senza grandi risultati. L'obiettivo primario è quello di arricchire ed espandere gli studi su questa materia, e quello di preparare un progetto organico di immersione linguistica per gli studenti veneti. 

Unitamente abbiamo bisogno di una maggiore valorizzazione e sviluppo del centro interuniversitario di studi veneti e del centro interuniversitario per la storia di Venezia e del Veneto. Una delle modalità di promozione più efficienti e produttive è quella di offrire borse di studio specifiche per gli studenti e gli accademici che si incamminano nello studio di questi argomenti. 

In questo senso è fondamentale che le università venete offrano corsi di laurea specifici per l'insegnamento di lingua e cultura veneta. Inoltre, come primo passo verso la realizzazione di un progetto di immersione linguistica degli studenti delle scuole venete e verso l'implementazione di programmi didattici relativi alla storia e alla cultura veneta, è necessario sviluppare un programma di formazione e aggiornamento dei docenti. Con il supporto delle istituzioni venete - come l'accademia per la lingua - si deve procedere all'apertura di un corso universitario specialistico in lingua e cultura veneta, azione che peraltro non richiederebbe grandi investimenti, essendo già presenti all'interno delle nostre università numerose cattedre che percorrono parzialmente questi temi.

Questo progetto non deve limitarsi alle sole università venete. In quest' ottica è fondamentale una cooperazione di istituzioni, università e associazioni per una maggiore sensibilizzazione su questi argomenti. È necessario un piano di promozione del Veneto, della sua lingua e cultura, anche nelle università estere, in particolare con quelle che propongono corsi approfonditi su studi mediterranei ed europei. Un esempio virtuoso è quello della promozione della lingua bretone, che ha portato questa lingua ad essere insegnata perfino all'università di Harvard attraverso un partenariato con l'università Rennes 2.

 
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Eco e la Lingua (Madre) Veneta.

 

Venerdì 19, nella notte, ci ha lasciati il filosofo e linguista Umberto Eco. Egli è considerato uno dei più grandi intellettuali europei contemporanei e vicino diverse volte al nobel per la letteratura, tra gli altri con il romanzo "Il nome della rosa".

Nel 1999 l'Unesco ha deciso di indire per il 21 febbraio di ogni anno la giornata internazionale della lingua madreper promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

Il convergere di questi due avvenimenti ci ha spinto a voler ricordare Eco con un intervento in risposta all'allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell' "Unità d'Italia".

 
L'intervento del linguista risulta infatti un ottimo spunto per dire qualche parola sulla nostra lingua materna, quella veneta. Già citata dal professore all'interno dell'intervento, la lingua veneta è stata, sotto la Repubblica, lingua di stato e lingua a tutti gli effetti (e ci piacerebbe domandargli se a suo parere una lingua può smettere di esserlo). 
Eco si pone poi alcune altre domande sulle caratteristiche dei dialetti, nelle sue parole "lingue senza una marina ed un esercito", e le loro relazioni con la lingua italiana.

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Ci piacerebbe dunque contestualizzare e approfondire il discorso, per lo più divulgativo, di Umberto Eco nel caso specifico della lingua veneta.
 
Per quanto riguarda la caratteristica dei dialetti di essere privi di "[una] pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica", dobbiamo ricordarci che, seppur accompagnata per lungo tempo dal latino come in ogni luogo d'Europa, la lingua veneta ha trovato spazio all'interno del contesto accademico dello Studio Padovano tanto da essere utilizzata nel pamphlet "Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nuova" scritto da Galilei (o da uno dei suoi allievi più vicini) per confutare le interpretazioni proposte da alcuni filosofi aristotelici relativamente alla Supernova di Keplero. Aggiungerei che durante i miei anni di studio presso lo stesso ateneo ho avuto occasione di incontrare professori che ricorrevano al veneto per spiegare alcuni concetti che risultavano decisamente più ostici se affrontati in italiano e di alcuni altri che introducendo il corso avvisavano che per poterlo seguire era essenziale parlare l'italiano e comprendere il veneto. (Ricordo un professore di filosofia della storia che aveva utilizzato il verbo tor su per spiegarci l'aufhebung hegeliana e un professore di antropologia che ha introdotto, anche in letteratura, il concetto di imbombegamento1 discutendo di metodologia della ricerca.)


Nella seconda parte il Nostro discute di dialetti e accesso ai flussi culturali partendo dalla provocatoria affermazione di Leo Longanesi che disse che "non si può essere un grande poeta bulgaro". Oltre a rispondere ironicamente che in effetti Carlo Goldoni non scriveva in bulgaro, ci sembra evidente come attraverso la terra veneta, nel suo ruolo storico di ponte tra l'Europa e l'oriente e nel suo ruolo contemporaneo di grande polo universitario e di produzioni economiche innovative, passi "il gran vento del mondo" e che non si possa decisamente accostare a quel piccolo paese immaginato da Eco costretto in un universo circoscritto e tagliato fuori dai flussi culturali. Non crediamo infatti sia vero che il "dialetto" si collochi necessariamente in un universo chiuso, "che non [sia] stato mai stimolato a parlare di Hegel o del principio di indeterminazione", che sia utile solo come lingua degli affetti e che, da confinare nel solo mondo folkloristico, non possa essere insegnato, come invece sembra argomentare Eco. 

Un secondo punto che teniamo a sottolineare, riguarda invece la relazione tra cosiddetti dialetti e istruzione. La sociolinguistica moderna suggerisce infatti come la "regressione ai dialetti" non si ponga affatto in conflitto con l'apprendimento di altre lingue e la sua ufficialità non ci impedirebbe certo di parlare con gli abitanti di una regione vicina. Non possiamo che essere d'accordo però sul fatto che l'italiano diventerebbe un importante strumento di contatto nello scenario di una penisola linguisticamente divisa ed è perciò che sosteniamo la necessità di un bilinguismo integrale.


P.s. In veneto le sità, anca quele distanti, le ga el so nome. E se proprio gavemo da dir le robe do 'olte l'è parchè sentimo el bisogno de dirle de novo in veneto, che se no no le xe bastansa ciare. ;)

Note

L’etnografo, quasi come una spugna, si impregna di esperienze altrui, di schemi altrui, di analogie altrui, di emozioni altrui. In Veneto c’è un termine molto adatto a questa metafora: imbombegà. […] L’impregnazione-imbombegamento-sedimentazione-incorporazione è un feeling-pensiero incorporato, un fenomeno psicosomatico che facilmente possiamo riferire all’acquisizione […] di habitus altrui, alla Bourdieu.

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Degrado!

Da più di qualche giorno, su social network, testate online e quotidiani, infuriano vive polemiche circa le recenti ordinanze sul decoro urbano emanate dal sindaco di Padova, Massimo Bitonci.

I fatti sono questi: come promesso in campagna elettorale, la nuova giunta a guida leghista decide di revisionare il regolamento di polizia municipale (già non propriamente liberale) approvando 32 nuove norme che toccano vari ambiti: si spazia dal divieto di consumare alcoolici al di fuori di locali e plateatici al divieto di appendere i celebri papiri universitari agli alberi, dal divieto di trasportare merce in grossi sacchi di plastica senza motivazione a quello di cogliere i fiori in area pubblica ecc.

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Schei o democrasìa?

Un comunicato di puro stampo antidemocratico quello dei gruppi studenteschi Udu e Rds Veneti. Ci si oppone infatti all'indizione di un referendum che vuole chiedere ai Veneti di decidere del proprio futuro. Ci si oppone ben coscienti che la maggioranza dei Veneti siano a favore di un nuovo stato più funzionale e capace di rispondere ai bisogni economici, politici e culturali, disattesi dalla tanto glorificata repubblica italiana da una sinistra dogmatica e fortemente centralista. Posizione, quest'ultima, che farebbe inorridire figure di riferimento come Antonio Gramsci che già nei primi anni dall'unità parlava di "accentramento bestiale"*.

Il comunicato subito tuona sulla presunta incostituzionalità del provvedimento. Dimenticando forse che il diritto in quanto tale, è soggetto a interpretazioni. Infatti, leggendo la costituzione, di cui i sottoscrittori di questo comunicato si fanno grandi difensori, all'articolo 10 recita che l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Norme del diritto internazionale che includono il diritto all'autodeterminazione del popoli così come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite del 1945, dal “Patto Internazionale sui diritti civili e politici” del 1966 (recepita 11 anni dopo dalla repubblica italiana), dalla “Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati” del 1970 e dall'Atto finale della conferenza OSCE di Helsinki del 1977. Ulteriori interpretazioni di importanti esperti di diritto, sostengono invece come l'autodeterminazione sia per propria natura superiore allo Stato e quindi pre-costituzionale.

Fa poi sorridere che il comunicato sostenga che l'autodeterminazione sarebbe una "scorciatoia" impercorribile e che bisognerebbe "valorizzare gli ampi spazi di autonomia già previsti dalla nostra carta costituzionale". Sul punto della scorciatoia rimandiamo a qualche volume sulla storia della tante nazioni europee nate nello scorso secolo, dalla Norvegia alla Lituania passando per Repubblica Ceca e Slovacchia. Sul secondo punto la realtà dei fatti smentisce quanto sostenuto: la repubblica italiana rimane infatti centrale e ostile al federalismo ostacolato da destra e sinistra in tutta la storia dell'italia unita. Un centralismo destinato a rinforzarsi data la prossima modifica del Titolo V della tanto amata (e immodificabile) costituzione.

Questi movimenti studenteschi si indignano poi del costo di questo referendum: 14 milioni. Un costo sicuramente rilevante, occorrono però due considerazioni. 1) Il costo del Referendum, come lo stesso comunicato, alla sua ennesima contraddizione, sostiene, sarà finanziatoda privati cittadini; 2) Il Referendum del 2011, con il suo brillante risultato, di cui tutti abbiamo gioito, riguardante energia nucleare, acqua pubblica e giustizia, costò 365 milioni di euro. Evidentemente, il “costo della democrazia” è sostenibile solo quando la causa è sostenuta da questi movimenti. La democrazia è insomma valida solo quando conviene, a loro. Come Sanca Veneta siamo per un abbattimento dei costi del Referendum attraverso il suo accorpamento alle regionali 2015.

Si arriva alle comiche nella chiosa finale. Si riflette infatti sui risultati della possibile indipendenza del Veneto. "Un Veneto indipendente rappresenterebbe a nostro avviso una condanna per la nostra regione, significherebbe una perdita di competitività, di potere contrattuale, sarebbe una pesante sconfitta". Dichiarazioni senza alcuna fonte che le sostenga, se solo si considera l'enorme residuo fiscale (circa 20 miliardi all'anno, 4000 euro pro-capite all'anno) che il Veneto ogni anno, al netto delle tasse pagate al governo centrale, vede svanire. Una dichiarazione senza alcun riscontro reale se si considera che l'economia Veneta si evolve in senso sempre maggiormente europeo, così come osservato nel rapporto annuale di Unioncamere "Veneto Internazionale" che sottolinea come il saldo commerciale Veneto sia in crescita nei confronti dei diversi paesi europei e in discesa nei confronti delle altre regioni.

Come Sanca Veneta sosteniamo la recente approvazione del referendum per l'indipendenza del Veneto come una scelta di democrazia e buon senso. Una scelta in linea con le altre realtà indipendentiste in Europa che il 18 settembre e il 9 novembre eserciteranno il loro democratico diritto di scegliere del proprio futuro. Inoltre, come movimento dichiaratamente collocato alla sinistra del panorama politico, condanniamo l'ottusità di parte della sinistra veneta unionista nel mostrarsi conservatrice e dogmatica riguardo la questione dell'indipendenza. Una sinistra che si è dimenticata di essere portatrice di diritti per tutti, arrendendosi, in comunicati come quello in discussione, a difensore dello status quo italico.

Una polemica di solo sfondo politico che nulla ha a che fare con il sistema educativo Veneto, che subisce non solo i tagli irragionevoli dei governi centrali bipartisan. Tagli dalle ovvie conseguenze, dalle mancanze di fondi che minano il diritto allo studio, alle condizioni degli immobili di scuole e università Venete, che arrivano direttamente dallo Stato centrale tanto amato da Udu e RdS. Oltre a queste battaglie, Sanca Veneta si è già attivata per una scuola più vicina in termini di programmi scolastici al nostro territorio, alla sua storia, cultura e lingua, come già fatto nella nostra richiesta di corsi di studio di lingua e cultura Veneta nelle università Venete ai diversi candidati al rettorato di Ca'Foscari. Crediamo che un Veneto indipendente possa tutelare in modo più efficace il diritto allo studio come già accade in territorio dove l'indipendentismo è maggioritario, basti pensare alle università gratuite in Scozia.  

L'ora è infatti giunta per la fine dei tanti preconcetti della sinistra veneta. I preconcetti di cultura locale e autodeterminazione come argomenti di sola destra leghista hanno già danneggiato abbastanza la sinistra veneta. Questo processo è già in corso, se consideriamo le posizioni favorevoli all'autodeterminazione dei Veneti già espresse da suoi esponenti marcatamente nel sopracitato schieramento politico (es. centri sociali del NordEst e Pietrangelo Pettenò). Ci auguriamo quindi che si superino questi schemi preconcetti, che non fanno onore al vostro essere studenti universitari.

 SANCA VENETA

Note.

* “Il Mezzogiorno e la guerra” pubblicato su “Il grido del Popolo”, nell’aprile del 1916

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