Verona - Sanca - Libertà

 

È di per se difficile capire perché alcuni abbiano così tanta paura dell'omosessualità. Probabilmente alla base ci sono gli stessi motivi che spingo gli integralisti religiosi a ritenere aberranti gli altri culti. Sarebbe interessante comparare psicologicamente un integralista musulmano e un omofobo occidentale. Tanto per vedere se le reazioni verso, l'uno l'occidente cristiano e, l'altro il mondo LGBT, abbiano tratti in comune.

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Santa lussia vien de note...

Santa Lussia vien de note
con le scarpe tute rote
co’l capelo belo bèl
Santa Lussia vien dal çiel.


Si racconta che il corpo di Santa Lucia, prelevato a Siracusa nel 1040 dai Bizantini di Giorgio Maniace, giunse a Costantinopoli; da qui è stato successivamente trafugato dalla flotta veneta che conquistò la capitale bizantina nel 1204 ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Per questo motivo in tutti i territori della Repubblica Veneta si è sviluppata una grande venerazione per la santa. In Orobia, Friuli, nel Veronese e nel basso Trentino la venerazione è rimasta molto viva e la santa ha assunto il ruolo, altrove interpretato da San Nicola o Gesù Bambino di colei che porta i doni ai bambini. Confrontandosi con gli anziani di altri territori si scopre comunque che  la tradizione era molto più diffusa e si estendeva probabilmente in tutta la “Venetia” centrale. E’ stata avanzata l’ipotesi che la grande venerazione di cui gode la santa in due paesi come la Svezia e la Norvegia sia legata ai rapporti commerciali particolari di cui godevano con la repubblica (per esempio nel commercio del bacalà e delle spezie). Un’altra ipotesi è legata al passaggio delle spoglie della santa da Verona nel loro viaggio verso la Germania intorno al X sec.

La tradizione dei banchetti di Santa Lucia a Verona risale al XIII secolo, quando in città si diffuse una pericolosa malattia agli occhi, che colpiva soprattutto i bambini. Venne quindi iniziato un pellegrinaggio a piedi nudi, verso la chiesa di Sant'Agnese in piazza Bra, con lo scopo di chiedere la guarigione e la cessazione di tale malattia. Per convincere anche i bambini a camminare scalzi, gli veniva detto che Santa Lucia avrebbe riempito di doni e dolciumi le loro scarpe lasciate a casa, così da fargli avere una ricompensa per essere stati buoni e ubbidienti. Questa abitudine di portare i bambini nella chiesa di Sant'Agnese, continuò fino all’ottocento e l’affluenza di così tanti bambini e genitori nella piazza richiamava ogni anno venditori di dolciumi e giocattoli.

Tradizionalmente i banchetti presenti in piazza vendevano berretti, cappelli e guanti di lana, giocattoli di legno, frutta secca e dolciumi, con una particolare predilezione per le frolle dette “di santa lucia”, le carrube, economica alternativa del cioccolato, i mandarini e i bagigi che i bambini trovavano immancabilmente al loro risveglio insieme ai doni.

I bambini veronesi ancora oggi aspettano insonni l’arrivo della santa secondo una tradizione che nononstante qualche cedimento gode ancora di buona salute. Non godono invece di buona salute i banchetti. Sopravvissuti alla distruzione della chiesa di Sant’Agnese a opera del governo austriaco nel 1837, a due guerre e al boom economico i banchetti non hanno retto il passaggio al nuovo millennio perdendo totalmente il loro carattere. Oggi in Brà, uno dei luoghi più straordinari del nostro Veneto, con la scusa dei banchetti di Santa Lucia si raccolgono in piazza dei banchi che risulterebbero volgari e fuori luogo anche in un mercato rionale e che offrono ai convenuti, salvo qualche rara eccezione, cianfrusaglie della peggiore qualità e prodotti totalmente fuori luogo per l’occasione tradizionale in cui vengono venduti.

Non è un caso dunque che in vari luoghi della città siano nate e cresciute negli anni diverse iniziative, invariabilmente in contemporanea ai banchetti di Santa Lucia, che rispondono alla voglia dei Veronesi di farsi una passeggiata serale e di acquistare un dono per i loro cari. Il Comune organizza, ormai da qualche anno, un mercatino natalizio ritagliato sul modello dei Christkindlmarkt di tradizione tirolese e bavarese, la seconda circoscrizione organizza “Natale in Arsenale” che raccoglie diversi altri artigiani veronesi, altre associazioni organizzano un mercatino sul ponte scaligero. Oltre alla estrema differenza nella qualità dei prodotti venduti queste iniziative hanno anche il pregio di sapersi presentare in una forma molto migliore e di attrarre così residenti e turisti che andrebbero altrimenti a Meran o a Innsbruck. 

E’ spesso vero, soprattutto qui da noi, che l’erba del vicino è sempre più verde. C’è un buon motivo però, da troppo tempo e con tutte le nostre forze ci rifiutiamo di curare il nostro prato, di rastrellarlo dalle foglie secche e di concimarlo quando ne ha bisogno. Personalmente mi imbarazza che un’amministrazione che ha sventolato spesse volte la bandiera dell’identità locale abbia impegnato finanze e sforzi nell’importare iniziative e tradizioni altrui invece che valorizzare le nostre. 

Immaginate per un momento dei banchetti di artigianato veronese dentro a delle casette di legno adatte ad accoglierli, immaginateli affiancati da qualche banco di frutta secca e pasticceria tradizionale. Immaginate di potervi passeggiare in mezzo tra gli alberi addobbati dei giardini della Brà e la giostra con i cavalli, immaginate di potervi riscaldare con un brulè o una cioccolata calda. Pensate di poter lasciare i vostri bambini in un area dove giocano con i giochi della tradizione e di poter ascoltare musica e canti. Pensate infine un immagine che li renda riconoscibili, interessanti per i turisti e i veronesi, e degni della loro storia.

D’altra parte non costerebbe neanche troppa fatica a questa nostra amministrazione visto che si potrebbero coinvolgere le realtà di artigiani che già organizzano esposizioni e mercatini in luoghi meno centrali e recuperare il preziosissimo lavoro fatto dal comitato tredesedodese fino a qualche anno fa.

Tresesedodese

Io la mia letterina l’ho scritta, speriamo che la santa mi risponda...

Giovanni Masarà

 

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