# 909 - UNA STRATEGIA DI UTILIZZO DELLA LINGUA VENETA COME STRUMENTO DI INTEGRAZIONE.

 

Uno degli scogli per una miglior integrazione, o come, piace di più definirla in Sanca, condivisione, è la differenza e diffidenza linguistica.

La mancata capacità comunicativa rende le distanze culturali, altrimenti più facilmente affrontabili, ardue da superare. Crediamo che l'insegnamento della lingua veneta ai rifugiati e agli immigrati in generale sia veicolo di forte facilitazione della convivenza e comprensione reciproca.

La stessa politica di integrazione linguistica avviene con modalità simili in Catalogna con risultati di integrazione migliori a quanto avviene oggi in Italia. 

 
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Eco e la Lingua (Madre) Veneta.

 

Venerdì 19, nella notte, ci ha lasciati il filosofo e linguista Umberto Eco. Egli è considerato uno dei più grandi intellettuali europei contemporanei e vicino diverse volte al nobel per la letteratura, tra gli altri con il romanzo "Il nome della rosa".

Nel 1999 l'Unesco ha deciso di indire per il 21 febbraio di ogni anno la giornata internazionale della lingua madreper promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

Il convergere di questi due avvenimenti ci ha spinto a voler ricordare Eco con un intervento in risposta all'allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell' "Unità d'Italia".

 
L'intervento del linguista risulta infatti un ottimo spunto per dire qualche parola sulla nostra lingua materna, quella veneta. Già citata dal professore all'interno dell'intervento, la lingua veneta è stata, sotto la Repubblica, lingua di stato e lingua a tutti gli effetti (e ci piacerebbe domandargli se a suo parere una lingua può smettere di esserlo). 
Eco si pone poi alcune altre domande sulle caratteristiche dei dialetti, nelle sue parole "lingue senza una marina ed un esercito", e le loro relazioni con la lingua italiana.

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Ci piacerebbe dunque contestualizzare e approfondire il discorso, per lo più divulgativo, di Umberto Eco nel caso specifico della lingua veneta.
 
Per quanto riguarda la caratteristica dei dialetti di essere privi di "[una] pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica", dobbiamo ricordarci che, seppur accompagnata per lungo tempo dal latino come in ogni luogo d'Europa, la lingua veneta ha trovato spazio all'interno del contesto accademico dello Studio Padovano tanto da essere utilizzata nel pamphlet "Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nuova" scritto da Galilei (o da uno dei suoi allievi più vicini) per confutare le interpretazioni proposte da alcuni filosofi aristotelici relativamente alla Supernova di Keplero. Aggiungerei che durante i miei anni di studio presso lo stesso ateneo ho avuto occasione di incontrare professori che ricorrevano al veneto per spiegare alcuni concetti che risultavano decisamente più ostici se affrontati in italiano e di alcuni altri che introducendo il corso avvisavano che per poterlo seguire era essenziale parlare l'italiano e comprendere il veneto. (Ricordo un professore di filosofia della storia che aveva utilizzato il verbo tor su per spiegarci l'aufhebung hegeliana e un professore di antropologia che ha introdotto, anche in letteratura, il concetto di imbombegamento1 discutendo di metodologia della ricerca.)


Nella seconda parte il Nostro discute di dialetti e accesso ai flussi culturali partendo dalla provocatoria affermazione di Leo Longanesi che disse che "non si può essere un grande poeta bulgaro". Oltre a rispondere ironicamente che in effetti Carlo Goldoni non scriveva in bulgaro, ci sembra evidente come attraverso la terra veneta, nel suo ruolo storico di ponte tra l'Europa e l'oriente e nel suo ruolo contemporaneo di grande polo universitario e di produzioni economiche innovative, passi "il gran vento del mondo" e che non si possa decisamente accostare a quel piccolo paese immaginato da Eco costretto in un universo circoscritto e tagliato fuori dai flussi culturali. Non crediamo infatti sia vero che il "dialetto" si collochi necessariamente in un universo chiuso, "che non [sia] stato mai stimolato a parlare di Hegel o del principio di indeterminazione", che sia utile solo come lingua degli affetti e che, da confinare nel solo mondo folkloristico, non possa essere insegnato, come invece sembra argomentare Eco. 

Un secondo punto che teniamo a sottolineare, riguarda invece la relazione tra cosiddetti dialetti e istruzione. La sociolinguistica moderna suggerisce infatti come la "regressione ai dialetti" non si ponga affatto in conflitto con l'apprendimento di altre lingue e la sua ufficialità non ci impedirebbe certo di parlare con gli abitanti di una regione vicina. Non possiamo che essere d'accordo però sul fatto che l'italiano diventerebbe un importante strumento di contatto nello scenario di una penisola linguisticamente divisa ed è perciò che sosteniamo la necessità di un bilinguismo integrale.


P.s. In veneto le sità, anca quele distanti, le ga el so nome. E se proprio gavemo da dir le robe do 'olte l'è parchè sentimo el bisogno de dirle de novo in veneto, che se no no le xe bastansa ciare. ;)

Note

L’etnografo, quasi come una spugna, si impregna di esperienze altrui, di schemi altrui, di analogie altrui, di emozioni altrui. In Veneto c’è un termine molto adatto a questa metafora: imbombegà. […] L’impregnazione-imbombegamento-sedimentazione-incorporazione è un feeling-pensiero incorporato, un fenomeno psicosomatico che facilmente possiamo riferire all’acquisizione […] di habitus altrui, alla Bourdieu.

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