# 901 - VERSO IL BILINGUISMO ATTRAVERSO L'IMMERSIONE LINGUISTICA

 

Secondo le indagini ISTAT degli ultimi anni relativi a "la lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere” il Veneto è una delle terre della penisola ove l’idioma locale è maggiormente utilizzato in ogni occasione della vita. Nonostante cio le stesse indagini mostrano che l’idioma è fortemente in arretramento a causa della pressione dell’Italiano e viene perciò registrato dall'UNESCO tra le lingue a rischio.

Una parte notevole della popolazione regionale ha il Veneto come prima lingua ed impara l’Italiano attraverso i media e la scuola. E’ dato acquisito, tra coloro che si occupano della relazione tra apprendimento e lingua, che il riconoscimento e il rispetto assegnato alla prima lingua di un bambino contribuisce in maniera essenziale allo sviluppo di un’immagine di se positiva e che il suo utilizzo come mezzo di apprendimento conduce a risultati migliori in termini di crescita intellettuale e per quanto riguarda i risultati scolastici, accademici e lavorativi. 

Inoltre, non fornire la possibilità ai nuovi arrivati di accedere agli strumenti linguistici in cui una buona parte della popolazione si riconosce in prima istanza significa porre degli ostacoli difficili da superare al processo di integrazione.

Infine crediamo che alla perdita o all’impoverimento di una lingua consegua una perdita irreversibile in termini di visione del mondo e di capacità di lettura della realtà, causando un impoverimento che non riguarda solo chi avrebbe dovuto esserne erede, ma che riguarda tutti.

Perciò crediamo sia necessario mettere in campo ogni strumento necessario alla valorizzazione della lingua veneta e delle altre lingue del nostro territorio nell'ottica di un bilinguismo integrale.

Ma come fare ciò?

Innanzitutto crediamo sia essenziale spingere le università a sostenere e promuovere lo studio filologico, sociolinguistico, dialettologico, glottodidattico della lingua veneta, mediante l'istituzione di una cattedra di lingua veneta. Allo stesso tempo sarà necessario istituire un'accademia per la lingua veneta, che agisca da centro per lo studio e la regolazione della lingua ma che organizzi anche corsi di lingua veneta sia nella nostra terra che all'estero, anche in collaborazione con le università. Un ottimo modello da seguire potrebbe essere l'Istitut d'Estudis Catalans, che svolge questa funzione in Catalogna.

 Il passo seguente dovrà essere quello di procedere all'inserimento del veneto a scuola. Crediamo che se in un primo momento sarà opportuno inserire la lingua veneta come seconda lingua, sarà poi necessario seguire il principio di immersione, utilizzando la lingua come veicolo per lo studio di altre discipline.

Un primo banco di prova potrebbe essere la sperimentazione all'interno delle scuole materne come avviene in Piemonte, per opera della giunta Bresso, già dal 2006.

 
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Eco e la Lingua (Madre) Veneta.

 

Venerdì 19, nella notte, ci ha lasciati il filosofo e linguista Umberto Eco. Egli è considerato uno dei più grandi intellettuali europei contemporanei e vicino diverse volte al nobel per la letteratura, tra gli altri con il romanzo "Il nome della rosa".

Nel 1999 l'Unesco ha deciso di indire per il 21 febbraio di ogni anno la giornata internazionale della lingua madreper promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

Il convergere di questi due avvenimenti ci ha spinto a voler ricordare Eco con un intervento in risposta all'allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell' "Unità d'Italia".

 
L'intervento del linguista risulta infatti un ottimo spunto per dire qualche parola sulla nostra lingua materna, quella veneta. Già citata dal professore all'interno dell'intervento, la lingua veneta è stata, sotto la Repubblica, lingua di stato e lingua a tutti gli effetti (e ci piacerebbe domandargli se a suo parere una lingua può smettere di esserlo). 
Eco si pone poi alcune altre domande sulle caratteristiche dei dialetti, nelle sue parole "lingue senza una marina ed un esercito", e le loro relazioni con la lingua italiana.

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Ci piacerebbe dunque contestualizzare e approfondire il discorso, per lo più divulgativo, di Umberto Eco nel caso specifico della lingua veneta.
 
Per quanto riguarda la caratteristica dei dialetti di essere privi di "[una] pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica", dobbiamo ricordarci che, seppur accompagnata per lungo tempo dal latino come in ogni luogo d'Europa, la lingua veneta ha trovato spazio all'interno del contesto accademico dello Studio Padovano tanto da essere utilizzata nel pamphlet "Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nuova" scritto da Galilei (o da uno dei suoi allievi più vicini) per confutare le interpretazioni proposte da alcuni filosofi aristotelici relativamente alla Supernova di Keplero. Aggiungerei che durante i miei anni di studio presso lo stesso ateneo ho avuto occasione di incontrare professori che ricorrevano al veneto per spiegare alcuni concetti che risultavano decisamente più ostici se affrontati in italiano e di alcuni altri che introducendo il corso avvisavano che per poterlo seguire era essenziale parlare l'italiano e comprendere il veneto. (Ricordo un professore di filosofia della storia che aveva utilizzato il verbo tor su per spiegarci l'aufhebung hegeliana e un professore di antropologia che ha introdotto, anche in letteratura, il concetto di imbombegamento1 discutendo di metodologia della ricerca.)


Nella seconda parte il Nostro discute di dialetti e accesso ai flussi culturali partendo dalla provocatoria affermazione di Leo Longanesi che disse che "non si può essere un grande poeta bulgaro". Oltre a rispondere ironicamente che in effetti Carlo Goldoni non scriveva in bulgaro, ci sembra evidente come attraverso la terra veneta, nel suo ruolo storico di ponte tra l'Europa e l'oriente e nel suo ruolo contemporaneo di grande polo universitario e di produzioni economiche innovative, passi "il gran vento del mondo" e che non si possa decisamente accostare a quel piccolo paese immaginato da Eco costretto in un universo circoscritto e tagliato fuori dai flussi culturali. Non crediamo infatti sia vero che il "dialetto" si collochi necessariamente in un universo chiuso, "che non [sia] stato mai stimolato a parlare di Hegel o del principio di indeterminazione", che sia utile solo come lingua degli affetti e che, da confinare nel solo mondo folkloristico, non possa essere insegnato, come invece sembra argomentare Eco. 

Un secondo punto che teniamo a sottolineare, riguarda invece la relazione tra cosiddetti dialetti e istruzione. La sociolinguistica moderna suggerisce infatti come la "regressione ai dialetti" non si ponga affatto in conflitto con l'apprendimento di altre lingue e la sua ufficialità non ci impedirebbe certo di parlare con gli abitanti di una regione vicina. Non possiamo che essere d'accordo però sul fatto che l'italiano diventerebbe un importante strumento di contatto nello scenario di una penisola linguisticamente divisa ed è perciò che sosteniamo la necessità di un bilinguismo integrale.


P.s. In veneto le sità, anca quele distanti, le ga el so nome. E se proprio gavemo da dir le robe do 'olte l'è parchè sentimo el bisogno de dirle de novo in veneto, che se no no le xe bastansa ciare. ;)

Note

L’etnografo, quasi come una spugna, si impregna di esperienze altrui, di schemi altrui, di analogie altrui, di emozioni altrui. In Veneto c’è un termine molto adatto a questa metafora: imbombegà. […] L’impregnazione-imbombegamento-sedimentazione-incorporazione è un feeling-pensiero incorporato, un fenomeno psicosomatico che facilmente possiamo riferire all’acquisizione […] di habitus altrui, alla Bourdieu.

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#RadioFuturo

 

Già in altre occasioni abbiamo avuto modo di esprimere alcune idee su come pensiamo dovrebbe essere organizzata la valorizzazione della lingua locale nella nostra terra. I molti esempi a cui ci ispiriamo in Europa ci impongono però di porci alcune domande riguardanti il ruolo dei media in questo processo, che in tali frangenti abbiamo spesso tralasciato. Come già suggerito altrove, crediamo infatti che tali strumenti abbiano la possibilità, oltre che di offrire contenuti di qualità per tutti i cittadini, di farsi centrale strumento nella promozione della lingua veneta.

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Lengua a Scola: se se vol, se pol!

Lingua e cultura veneta a scuola? Volendo si può! Ovvero: sfatiamo un mito.

Solitamente, quando partecipiamo ad una discussione in un social network di argomento venetista, inevitabilmente incappiamo in frasi tipo "si dovrebbe insegnare la lingua veneta a scuola" oppure "no i ne insegna la nostra Storia!". Sicuramente c’è del vero in questo, dal momento che per anni parlare in veneto a scuola era considerato da bifolchi e venivi aspramente ripreso, ma questo avveniva in un passato più o meno recente.

Se andiamo a guardare la realtà attuale le cose stanno cambiando. In positivo, naturalmente.

Se diamo un'occhiata al sito internet dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto, troviamo che, ogni anno, a partire dal 2010, viene bandito un concorso, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, denominato Tutela, Valorizzazione e Promozione del patrimonio linguistico e culturale del Veneto.

Tale concorso premia la realizzazione di percorsi didattici relativi a tre ambiti: lingua veneta, territorio regionale, leggende e misteri del Veneto. Indetta in accordo con l’Assessorato Regionale all’Identità Veneta e l’UNPLI (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia), l’iniziativa è realizzata in attuazione della delibera della Giunta Regionale del 12.08.2013, come previsto dalla Legge Regionale 13.04.2007 n. 8 che, tra l’altro, istituisce anche la Festa del Popolo Veneto per il giorno 25 marzo, data della fondazione di Venezia secondo la leggenda. Il bando si pone quindi quale valido strumento di supporto alle attività didattiche tese alla valorizzazione dell’identità culturale veneta, nell’ottica di una riscoperta, da parte dei giovani, delle proprie tradizioni e della propria storia, al fine di consolidare l’idea di appartenenza ad una comunità territoriale.

Da notare che l’edizione 2014, relativamente alla sezione teatro, è stata vinta nientemeno che da una scuola istriana!

Abbiamo poi due corsi di aggiornamento per insegnanti tenutisi negli anni scolastici 2008/2009 (incentrato sul teatro veneto) e 2009/2010 (paesaggi letterari del Veneto) inseriti nel progetto Percorsi in lingua veneta frutto di accordo fra la Regione e l'Ufficio Scolastico Regionale del Veneto e in collaborazione con il C.T.S.I. - Coordinamento Teatri Stabili di Innovazione del Veneto, composto dalla Fondazione AIDA di Verona, dal Gruppo Alcuni di Treviso e da La Piccionaia - I Carrara di Vicenza. Vi sono quindi diverse scuole sensibili alla lingua e cultura veneta, come dimostrano le numerose partecipazioni al concorso. Ma vi sono anche altre iniziative, non molto pubblicizzate, frutto di singoli insegnanti o singole scuole.

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Personalmente, essendone stato promotore e responsabile, citerò i laboratori (ad integrazione dell’offerta scolastica) tenuti dal sottoscritto alla scuola media di Sant’Angelo di Piove di Sacco nell’anno scolastico 2009/2010, in quella di Borgoricco nel 2011/2012 e di Ponte di Brenta nel 2013/2014. Si è trattato di mettere in piedi delle commedie in lingua veneta (Le elezioni comunali in villa di Domenico Pittarini, El mas'cio: processo, morte e resuression di Danilo Dal maso e Dionisio da Montecio, In Pretura di Giuseppe Ottolenghi, quest’ultimo tradotto in veneto dal sottoscritto) ad opera di ragazzini delle medie anche alla loro prima esperienza teatrale e soprattutto non abituati ad usare il veneto quale lingua comunicativa.

Addirittura, buona prova è stata data da alunni non veneti. Nella scuola media di Sant’Angelo di Piove di Sacco è stato anche realizzato un laboratorio pomeridiano incentrato sulla lingua e sulla cultura veneta (storia, letteratura, tradizioni). L’impressione che ho avuto personalmente è quella di ragazzi che ormai non usano più il veneto quale forma espressiva nemmeno fra di loro e ormai sempre meno anche nelle zone di campagna.

Ho visto anche lo sgomento verso l’utilizzo di una lingua considerata inferiore all’italiano, dato che, come qualche ragazzo ha detto espressamente se la usi, sei un contadino. Ben vengano quindi iniziative come quelle della Regione Veneto ma, a parer nostro, ci sembrano la classica goccia nel mare. Lasciate alla sola buona volontà di alcuni insegnanti (in alcune scuole primarie vengono spesso tirate fuori filastrocche in lingua veneta) ci sembra che non possano fare presa più di tanto per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e linguistico.

Riteniamo quindi che la Regione Veneto dovrebbe intervenire in maniera più decisa, magari attraverso l’insegnamento curricolare della lingua veneta. Un argomento, con delle proposte specifiche, lo avevamo già lanciato in un articolo del maggio dello scorso anno. 

Daniele Rampazzo

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