Eco e la Lingua (Madre) Veneta.

 

Venerdì 19, nella notte, ci ha lasciati il filosofo e linguista Umberto Eco. Egli è considerato uno dei più grandi intellettuali europei contemporanei e vicino diverse volte al nobel per la letteratura, tra gli altri con il romanzo "Il nome della rosa".

Nel 1999 l'Unesco ha deciso di indire per il 21 febbraio di ogni anno la giornata internazionale della lingua madreper promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

Il convergere di questi due avvenimenti ci ha spinto a voler ricordare Eco con un intervento in risposta all'allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell' "Unità d'Italia".

 
L'intervento del linguista risulta infatti un ottimo spunto per dire qualche parola sulla nostra lingua materna, quella veneta. Già citata dal professore all'interno dell'intervento, la lingua veneta è stata, sotto la Repubblica, lingua di stato e lingua a tutti gli effetti (e ci piacerebbe domandargli se a suo parere una lingua può smettere di esserlo). 
Eco si pone poi alcune altre domande sulle caratteristiche dei dialetti, nelle sue parole "lingue senza una marina ed un esercito", e le loro relazioni con la lingua italiana.

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Ci piacerebbe dunque contestualizzare e approfondire il discorso, per lo più divulgativo, di Umberto Eco nel caso specifico della lingua veneta.
 
Per quanto riguarda la caratteristica dei dialetti di essere privi di "[una] pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica", dobbiamo ricordarci che, seppur accompagnata per lungo tempo dal latino come in ogni luogo d'Europa, la lingua veneta ha trovato spazio all'interno del contesto accademico dello Studio Padovano tanto da essere utilizzata nel pamphlet "Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nuova" scritto da Galilei (o da uno dei suoi allievi più vicini) per confutare le interpretazioni proposte da alcuni filosofi aristotelici relativamente alla Supernova di Keplero. Aggiungerei che durante i miei anni di studio presso lo stesso ateneo ho avuto occasione di incontrare professori che ricorrevano al veneto per spiegare alcuni concetti che risultavano decisamente più ostici se affrontati in italiano e di alcuni altri che introducendo il corso avvisavano che per poterlo seguire era essenziale parlare l'italiano e comprendere il veneto. (Ricordo un professore di filosofia della storia che aveva utilizzato il verbo tor su per spiegarci l'aufhebung hegeliana e un professore di antropologia che ha introdotto, anche in letteratura, il concetto di imbombegamento1 discutendo di metodologia della ricerca.)


Nella seconda parte il Nostro discute di dialetti e accesso ai flussi culturali partendo dalla provocatoria affermazione di Leo Longanesi che disse che "non si può essere un grande poeta bulgaro". Oltre a rispondere ironicamente che in effetti Carlo Goldoni non scriveva in bulgaro, ci sembra evidente come attraverso la terra veneta, nel suo ruolo storico di ponte tra l'Europa e l'oriente e nel suo ruolo contemporaneo di grande polo universitario e di produzioni economiche innovative, passi "il gran vento del mondo" e che non si possa decisamente accostare a quel piccolo paese immaginato da Eco costretto in un universo circoscritto e tagliato fuori dai flussi culturali. Non crediamo infatti sia vero che il "dialetto" si collochi necessariamente in un universo chiuso, "che non [sia] stato mai stimolato a parlare di Hegel o del principio di indeterminazione", che sia utile solo come lingua degli affetti e che, da confinare nel solo mondo folkloristico, non possa essere insegnato, come invece sembra argomentare Eco. 

Un secondo punto che teniamo a sottolineare, riguarda invece la relazione tra cosiddetti dialetti e istruzione. La sociolinguistica moderna suggerisce infatti come la "regressione ai dialetti" non si ponga affatto in conflitto con l'apprendimento di altre lingue e la sua ufficialità non ci impedirebbe certo di parlare con gli abitanti di una regione vicina. Non possiamo che essere d'accordo però sul fatto che l'italiano diventerebbe un importante strumento di contatto nello scenario di una penisola linguisticamente divisa ed è perciò che sosteniamo la necessità di un bilinguismo integrale.


P.s. In veneto le sità, anca quele distanti, le ga el so nome. E se proprio gavemo da dir le robe do 'olte l'è parchè sentimo el bisogno de dirle de novo in veneto, che se no no le xe bastansa ciare. ;)

Note

L’etnografo, quasi come una spugna, si impregna di esperienze altrui, di schemi altrui, di analogie altrui, di emozioni altrui. In Veneto c’è un termine molto adatto a questa metafora: imbombegà. […] L’impregnazione-imbombegamento-sedimentazione-incorporazione è un feeling-pensiero incorporato, un fenomeno psicosomatico che facilmente possiamo riferire all’acquisizione […] di habitus altrui, alla Bourdieu.

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Lengua a Scola: se se vol, se pol!

Lingua e cultura veneta a scuola? Volendo si può! Ovvero: sfatiamo un mito.

Solitamente, quando partecipiamo ad una discussione in un social network di argomento venetista, inevitabilmente incappiamo in frasi tipo "si dovrebbe insegnare la lingua veneta a scuola" oppure "no i ne insegna la nostra Storia!". Sicuramente c’è del vero in questo, dal momento che per anni parlare in veneto a scuola era considerato da bifolchi e venivi aspramente ripreso, ma questo avveniva in un passato più o meno recente.

Se andiamo a guardare la realtà attuale le cose stanno cambiando. In positivo, naturalmente.

Se diamo un'occhiata al sito internet dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto, troviamo che, ogni anno, a partire dal 2010, viene bandito un concorso, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, denominato Tutela, Valorizzazione e Promozione del patrimonio linguistico e culturale del Veneto.

Tale concorso premia la realizzazione di percorsi didattici relativi a tre ambiti: lingua veneta, territorio regionale, leggende e misteri del Veneto. Indetta in accordo con l’Assessorato Regionale all’Identità Veneta e l’UNPLI (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia), l’iniziativa è realizzata in attuazione della delibera della Giunta Regionale del 12.08.2013, come previsto dalla Legge Regionale 13.04.2007 n. 8 che, tra l’altro, istituisce anche la Festa del Popolo Veneto per il giorno 25 marzo, data della fondazione di Venezia secondo la leggenda. Il bando si pone quindi quale valido strumento di supporto alle attività didattiche tese alla valorizzazione dell’identità culturale veneta, nell’ottica di una riscoperta, da parte dei giovani, delle proprie tradizioni e della propria storia, al fine di consolidare l’idea di appartenenza ad una comunità territoriale.

Da notare che l’edizione 2014, relativamente alla sezione teatro, è stata vinta nientemeno che da una scuola istriana!

Abbiamo poi due corsi di aggiornamento per insegnanti tenutisi negli anni scolastici 2008/2009 (incentrato sul teatro veneto) e 2009/2010 (paesaggi letterari del Veneto) inseriti nel progetto Percorsi in lingua veneta frutto di accordo fra la Regione e l'Ufficio Scolastico Regionale del Veneto e in collaborazione con il C.T.S.I. - Coordinamento Teatri Stabili di Innovazione del Veneto, composto dalla Fondazione AIDA di Verona, dal Gruppo Alcuni di Treviso e da La Piccionaia - I Carrara di Vicenza. Vi sono quindi diverse scuole sensibili alla lingua e cultura veneta, come dimostrano le numerose partecipazioni al concorso. Ma vi sono anche altre iniziative, non molto pubblicizzate, frutto di singoli insegnanti o singole scuole.

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Personalmente, essendone stato promotore e responsabile, citerò i laboratori (ad integrazione dell’offerta scolastica) tenuti dal sottoscritto alla scuola media di Sant’Angelo di Piove di Sacco nell’anno scolastico 2009/2010, in quella di Borgoricco nel 2011/2012 e di Ponte di Brenta nel 2013/2014. Si è trattato di mettere in piedi delle commedie in lingua veneta (Le elezioni comunali in villa di Domenico Pittarini, El mas'cio: processo, morte e resuression di Danilo Dal maso e Dionisio da Montecio, In Pretura di Giuseppe Ottolenghi, quest’ultimo tradotto in veneto dal sottoscritto) ad opera di ragazzini delle medie anche alla loro prima esperienza teatrale e soprattutto non abituati ad usare il veneto quale lingua comunicativa.

Addirittura, buona prova è stata data da alunni non veneti. Nella scuola media di Sant’Angelo di Piove di Sacco è stato anche realizzato un laboratorio pomeridiano incentrato sulla lingua e sulla cultura veneta (storia, letteratura, tradizioni). L’impressione che ho avuto personalmente è quella di ragazzi che ormai non usano più il veneto quale forma espressiva nemmeno fra di loro e ormai sempre meno anche nelle zone di campagna.

Ho visto anche lo sgomento verso l’utilizzo di una lingua considerata inferiore all’italiano, dato che, come qualche ragazzo ha detto espressamente se la usi, sei un contadino. Ben vengano quindi iniziative come quelle della Regione Veneto ma, a parer nostro, ci sembrano la classica goccia nel mare. Lasciate alla sola buona volontà di alcuni insegnanti (in alcune scuole primarie vengono spesso tirate fuori filastrocche in lingua veneta) ci sembra che non possano fare presa più di tanto per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e linguistico.

Riteniamo quindi che la Regione Veneto dovrebbe intervenire in maniera più decisa, magari attraverso l’insegnamento curricolare della lingua veneta. Un argomento, con delle proposte specifiche, lo avevamo già lanciato in un articolo del maggio dello scorso anno. 

Daniele Rampazzo

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E' da quando abbiamo avviato il progetto di SANCA che mi domando se sia il caso di trattare qui i temi della valorizzazione linguistica in Veneto. Proprio per l'importanza immensa di questo argomento non vorrei che esso assumesse infatti, come per troppo tempo ha avuto, un colore o un appartenenza politica che finirebbe per disinnescare qualsiasi percorso, anche ben progettato

In questo articolo quindi, per quanto possibile, mi limiterò a parlare da appassionato di lingue locali e da studente di antropologia ed etnolinguistica.

 

Lingua o Dialetto?

Prima di tutto bisogna chiarire di cosa si parla quando si utilizzano i termini lingua e dialetto, troppe persone infatti, non conoscendone il significato fanno molta confusione sul tema che andremo a trattare rischiando di incappare in grossi fraintendimenti (e perdonatemi se semplificherò di brutto).

La distinzione tra questi due concetti corre su due piani, quello linguistico e quello etno/sociolinguistico. Nel primo caso non vi è alcuna distinzione tra lingua e dialetto, essi sono entrambi definiti “varianti linguistiche” e sono diverse forme di linguaggio.

Nel contesto sociolinguistico invece è definita lingua quella variante del linguaggio che gode di una formalizzazione e della presenza di qualche organismo di controllo e/o che sia l'idioma ufficiale di uno stato e/o che venga insegnato a scuola e utilizzato nei media e/o che possieda una letteratura scritta; in un certo senso, un “dialetto munito di una marina militare ed un esercito”. Un dialetto è, in questi termini, qualsiasi idioma che non risponda a queste caratteristiche.

 

Possiamo dunque domandarci: “Il Veneto è una lingua o un dialetto?”

Se dal punto di vista dell'idioma in se (approccio linguistico) la domanda non ha alcun senso, il tema può essere esplorato per quanto riguarda l'uso sociale che se ne fa (approccio sociolinguistico).

Rispondiamo dunque alle seguenti domande:

 

Il Veneto viene insegnato a scuola e utilizzato dai media? La risposta è affermativa. Nonostante nella madrepatria non sia presente questa situazione infatti, la situazione è molto diversa in alcune zone che hanno subito, in passato, forte emigrazione Veneta. Riconosciuto dal Rio grande do sul e dagli stati limitrofi, l'idioma veneto (nella variante Talian) assume in più di un comune anche la co-ufficialità con il Portoghese (portandola ovviamente all'interno delle scuole e degli uffici pubblici). Inoltre, sempre in queste zone, è molto attiva una radio che trasmette esclusivamente in Veneto.

 

Il Veneto è la lingua di uno stato? La risposta è ovviamente negativa. Detto questo però, sarebbe da chiedersi se è possibile che una variante possa essere considerata lingua per un certo tempo per poi tornare ad essere un dialetto. La lingua veneta (allora chiamata venezianavisto che si parlava di Venetia e non di Veneto - ed è con questo appellativo che noi siamo stati chiamati dai “foresti” fino all'istituzione della regione) è stata infatti non solo la lingua di una delle repubbliche più longeve e ricche d'Europa, ma anche estremamente importante dal punto di vista diplomatico. Ad ogni modo la lingua veneta è riconosciuta come lingua propria dalla Regione Veneto, la qual dovrebbe, in virtù di ciò, occuparsi della sua valorizzazione. Inoltre è inserita nel Red Book of Endangered Languages dell'UNESCO ed è considerata lingua minoritaria meritevole di tutela dal Consiglio d'Europa.

 

Il Veneto gode di una formalizzazione e della presenza di un organismo di controllo? La risposta è negativa limitando il discorso al Veneto in madrepatria (altrimenti ripeterei quanto già detto). Nonostante infatti siano stati fatti dei passi in avanti in questa direzione con la GVU nel '94 e qualche investimento della regione insieme all'università Ca'Foscari di Venezia, lo stato dei lavori è praticamente fermo. E nonostante le molteplici proposte arrivate da più parti e i molti (lodevoli) progetti ultimamente avviati in questa direzione da diversi gruppi composti sia da specialisti che da volontari, ancora non si è raggiunto un accordo.

 

Il Veneto possiede una letteratura scritta? Ovviamente si, e anche molto ampia. Basti ricordare che in numero (e “prestigio”) di opere supera abbondantemente moltissime lingue europee riconosciute.

 

Ad ogni modo, proprio la natura stessa della distinzione sociolinguistica tra lingua e dialetto ne mostra la permeabilità. Infatti una lingua diventa tale sostanzialmente quando i suoi parlanti decidono di renderla tale, attraverso delle scelte che sono esclusivamente “politiche”.

 

Il punto.

 

Ma come si inserisce la situazione della lingua Veneta (e di gran parte delle altre lingue locali sottoposte alla giurisdizione dello stato italiano) nel panorama della gestione delle lingue minoritarie e regionali in Europa?

La situazione mostra, ancora una volta, l'arretratezza anche culturale dello stato in cui ci troviamo a vivere. Anche se volessimo limitarci alle lingue riconosciute dallo stato bisognerebbe ricordare come l'Italia sia fra gli stati che pur avendo firmato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie non l'ha ancora ratificata (ed è stata ripresa per la mala gestione del patrimonio linguistico). Purtroppo la situazione italiana è molto più tragica. Infatti, come abbiamo già detto, nonostante sia stata ripresa da più parti per questo atteggiamento l'amministrazione del paese non ha mai riconosciuto alcune lingue presenti sul territorio dello stato che sono considerate da molti organismi esteri (anche di notevole prestigio) meritevoli di esserlo, tra queste la lingua veneta.

Essa, facilmente comparabile sul piano linguistico alla lingua occitana, a quella catalana e a quella galiziana (in termini, ad esempio, di distanza dalla lingua maggioritaria) non gode, oltre che del riconoscimento, di tutte le tutele di cui queste “lingue cugine” godono da piuttosto tempo.

Basti pensare che è possibile effettuare l'interezza del percorso scolastico in Catalano (Spagna - nelle scuole pubbliche) dal 1979 e in Occitano (Francia - solo nelle scuole private) dal 1984, che in entrambi i casi esistono media pubblici e privati che trasmettono utilizzando l'idioma locale e che in entrambi i casi nessuno si permetterebbe di mettere in discussione la presenza delle indicazioni in doppia lingua sui cartelli stradali o nei servizi pubblici (anche se in area occitana è meno diffuso e a carico dei comuni), mentre a noi questi diritti sono sempre stati negati. Inoltre, in entrambi i casi, gli istituti che si occupano della lingua sono stati istituiti o sono ampiamente sostenuti dalle regioni in causa che si preoccupano molto di fare una seria politica linguistica. (E in tutto questo l'Occitano è privo di una formalizzazione.)

In Veneto bisogna dare atto a qualche amministratore locale di aver avuto il coraggio (anche se spesso vi erano dietro forti interessi di partito) di inserire a proprie spese la segnaletica bilingue, alla Regione di aver finanziato e sostenuto qualche progetto legato alla lingua (anche se sempre troppo poco e spesso lasciando il lavoro a metà), e a qualche dirigente per aver inaugurato interessanti sperimentazione di uso della lingua nei documenti ufficiali e ad ampie fette di popolazione di essersi sollevate contro lo sfregio della toponomastica veneziana. Nonostante ciò, si fa ancora troppo poco e troppo poco seriamente e tutti gli sforzi fin qui fatti non sono stati sufficientemente coordinati e pianificati.

 

Che fare?

 

Vorrei delineare velocemente quello che personalmente vedo come futuro auspicabile per le politiche linguistiche che riguardano il Veneto per quanto possibile ad oggi.

 

1) La convocazione di un congresso della lingua veneta composto da tutte le associazioni e gli accademici che si occupano del nostro idioma che, nel numero di sedute che si renderà necessario, stabilisca un sistema grafico unitario e polinomico a partire dalla letteratura (ove si riscontra un uniformità veramente notevole nonostante la varia provenienza territoriale).

2) L'adozione ufficiale da parte della regione del sistema grafico all'interno dei documenti ufficiali e in tutte le istituzioni di sua competenza.

3) L'avvio della sperimentazione di insegnamento della lingua e di utilizzo della lingua nell'insegnamento all'interno delle scuole nella disponibilità degli organismi regionali. (Per esempio costituendo un panel con le scuole paritarie alle quali la regione versa un notevole contributo.)

4) L'avvio di un dialogo con università di Padova, università di Verona e Ca'foscari di Venezia affinché venga istituita una cattedra di lingua e letteratura veneta in uno degli atenei e venga istituito un corso di laurea in lingua e cultura veneta interateneo utilizzando le competenze già presenti (o professori a contratto, visto che la nostra lingua è molto più studiata all'estero che qui da noi).

5) L'avvio di un dialogo serio con la Rai regionale, le emittenti e gli editori locali affinché si possa avviare qualche sperimentazione per quanto riguarda i media in lingua (per esempio una pagina news e web.tv)

 

Verso dove?

 

- Verso un Veneto dove si è riconosciuto il bilinguismo e la lingua è presente in ogni contesto sociale, nei media, a scuola accanto all'Italiano.

- Verso un sistema scolastico “alla basca dove si può scegliere se studiare solo in Italiano (studiando il Veneto come seconda lingua), in Italiano e Veneto, solo in Veneto (studiando l'Italiano come seconda lingua).

- Verso un sistema linguistico “alla norvegese dove non vi è alcuna forma di lingua formalizzata (eccetto il sistema grafico -in Norvegia ve ne sono due in concorrenza- e la lingua documentale) e in ogni area è studiata la variante linguistica locale e dove lo studio approfondito della letteratura garantisce una mutua comprensibilità di alto livello. Ciò reso possibile da degli uffici linguistici sul territorio, che si occupano delle singole varianti, coordinati da un congresso permanente.

 

Giovanni Masarà

Per approfondire:

Manuale di Letteratura Veneta di Bruno Rosada

Introduzione alla sociolinguistica di R.Cardona (In allegato)

 

 

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