Veneti par lengua!

Quante volte avete sentito dire che “il Veneto non deve essere riconosciuto e non va insegnato a scuola perché siamo una società multiculturale”? Io tante, ed ogni volta che sento pronunciare questa frase mi viene sinceramente l’urticaria. Trovo che denoti una scarsissima conoscenza degli studi sulla realtà delle lingue regionali in Europa, cosa che mi aspetterei da un politico che si prende l’impegno di valutare il tema, oltre che della situazione linguistica della nostra terra.

Come Sanca insiste da tempo a dire, la nostra lingua può e deve diventare uno dei primi e più importanti strumenti al processo di integrazione dei nuovi cittadini. Uno dei maggiori scogli che ostacolano una migliore integrazione, è infatti quello che potremmo definire della “diffidenza linguistica”. Come evidenziato da Nettle & Dunbar (1997), la funzione di marcatore sociale esercitata dalla lingua la rende elemento essenziale nel riconoscimento dell’altro come appartenente alla propria comunità e motivo di migliore cooperazione, in altri termini: “Una lingua comune è un importante mezzo attraverso il quale creare un senso di solidarietà tra i cittadini, al fine di costruire una cittadinanza attiva, ma è anche uno strumento chiave per la costruzione dell’identità e del senso di appartenenza” (Hepburn 2011: 8). Nella nostra terra un’ ampia percentuale dei cittadini ha il Veneto come lingua madre, e «anche negli uffici statali e comunali, come nell’industria, nel commercio e nelle banche, spesso si ricorre all’italiano solo se si ha a che fare con dei ‘foresti’, provenienti da altre regioni. Pure i professionisti e i medici per lo più usano il dialetto, parlando coi clienti e i pazienti, non solo per farsi capire meglio, ma anche – e non raramente – perché in questo modo tutti si trovano maggiormente a proprio agio. Il rapporto è sentito come più cordiale, più sincero, più vero» (Canepari 1986). In tale situazione, non fornire la possibilità ai nuovi arrivati di accedere agli strumenti linguistici in cui una buona parte della popolazione si riconosce in prima istanza significa porre degli ostacoli difficili da superare al processo di integrazione. Come osservato da Santipolo la lingua veneta è indispensabile «per ridurre la distanza sociolinguistica e culturale e quindi integrarsi in modo profondo» (2004: 23).

Qualcuno potrebbe ribattere che sarebbe inopportuno ed ingiusto imporre “il nostro dialetto” ai nuovi cittadini, che di certo hanno di meglio da fare. Gli chiederei gentilmente di non arrogarsi il diritto di esprimersi per persone che evidentemente non conoscono, se è vero che «il dialetto veneto (sic) è oggetto di desiderio da parte degli adolescenti stranieri, considerato come strumento per l’integrazione e tramite per la socializzazione, essendo parlato sia in contesto scolastico che extrascolastico anche dal gruppo dei pari, oltre che dagli interlocutori presenti in diversi contesti quotidiani» (Gallina 2009: 133).

Morale della favola? Per quanto possa sembrare anti-intuitivo, il Veneto dovrebbe essere riconosciuto ed insegnato a scuola proprio perché siamo e vogliamo essere una società multiculturale.

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Il Circo di Quinta Colonna a Valdagno

Ieri sera ho dovuto assistere a un tragicomico spettacolo su Rete 4. Valdagno, la città dell’Alto Vicentino dove vivo e nella quale sono cresciuto è stata protagonista di una diretta televisiva dove al centro dell’attenzione è stato posto il terribile pericolo dell’accoglienza di 9 profughi. Valdagno per la cronaca è un comune con più di 26mila abitanti.
 
La trasmissione non poteva che essere Quinta Colonna, la morte del giornalismo d’inchiesta dove l’obiettivo palese non è diffondere informazione attraverso il dibattito, ma creare indignazione grazie a uno spettacolo di propaganda e regalando visibilità a personaggi che senza questi imbarazzanti teatrini sarebbero ininfluenti nella vita politica delle comunità.
 
Chi se non Alex Cioni poteva essere il maestro che tirava le fila di questa puntata. Se qualcuno non lo conoscesse stiamo parlando di un personaggio da sempre è in prima fila nella militanza politica dell’estrema destra nazionalista italiana, fedele ad Alessandra Mussolini e all’area di estrema destra vicina a Berlusconi. Quasi sicuramente questo è il motivo principale per cui un politico così insignificante a livello nazionale (e locale) riesce a farsi regalare così tante presenze sulle reti Mediaset e puntualmente senza alcun tipo di contradditorio credibile.
 
La situazione che da subito mi ha fatto sorridere, se non piangere, è la scelta della location: un noto bar collocato in una zona periferica della città frequentato quasi esclusivamente da qualche nostalgico di estrema destra, in quanto il titolare non si vergogna di auto dichiararsi fascista. Se visitaste il locale in una giornata qualsiasi verrete accolti da uno sfarzosissimo tricolore, dal calendario di Mussolini, targhette e varia oggettistica molto probabilmente proveniente da qualche gita a Predappio.
Questo locale è spesso frequentato dal capogruppo dei due consiglieri di minoranza della Lega Nord: Marco Randon, per questo mi viene da pensare che sia stato scelto come luogo adatto per metter su un teatrino di propaganda populista, circondati da amici e sostenitori.
 
Iniziata la trasmissione mi ha particolarmente stupito la vista di numerosi gonfaloni di San Marco. Eppure durante una sera invernale proprio in quel bar mi sono trovato a discutere di indipendenza con il consigliere Randon, ma il titolare era intervenuto in modo solenne “in questo bar non si discute di indipendentismo” e indicando il tricolore “questo se non l’hai capito è un bar fascista” (ndr. per la cronaca fu la seconda e ultima volta che ci misi piede). Evidentemente I gonfaloni sono utili come addobbi fashion per un locale grigio e sentendosi in minoranza i nazionalisti hanno pensato bene di star in silenzio e accogliere festosamente I creduloni che hanno portato le bandiere Venete in un bar fascista.
 
La parte tragica della trasmissione non è stata la mancanza di argomenti e le imbarazzanti dichiarazione del capogruppo locale di Forza Italia, secondo cui il pericolo sarebbero i mendicanti al mercato di Valdagno (vorrei capire tra l’altro quanto il fenomeno sia legato ai profughi visto che personalmente io li vedo dagli anni 90, quando il nonno mi accompagnava al mercato il venerdì mattina), ma il fatto che i consiglieri leghisti che solo pochi mesi fa erano gli unici politici valdagnesi schierati a favore della chiusura di alcuni reparti dell’ospedale di Valdagno (che copre un bacino di 60mila abitanti) adesso ci vengono a dire che il pericolo deriverebbe dalla presenza di qualche profugo.
 
Noi di Sanca Veneta ci dissociamo dal delirio di chi utilizza le bandiere del popolo Veneto per fare populismo e per alimentare meccanismi di discriminazione verso le persone che fuggono da guerra e povertà, facendosi peraltro manipolare da personaggi di estrema destra storicamente fedeli al centralismo romano e nostalgici di uno dei momenti più drammatici per il popolo veneto. Indipendenza per noi non è solo la libertà di gestire le risorse, ma anche la possibilità di far uscire il nostro territorio dalla periferia alla quale è stato relegato, per farlo tornare al centro dell’Europa e del dialogo internazionale. Vorremmo anche che la nostra terra, in un tempo in cui il mondo sta cadendo in mano alla paura e all'odio (un tempo dominato dall'Isis, Trump, Putin), potesse tornare ad essere un porto sicuro - fedele all'eredità della storia repubblicana veneta - dove si può continuare a pensare, costruire, arricchire l'umanità. 
 
Ma indipendenza per noi è anche lo strumento per far ritornare città come Valdagno e la vicina Recoaro, che troppo spesso vivono all’ombra degli interessi e delle scelte dei grandi centri della pianura, protagoniste nella vita politica, industriale e culturale. Sanca Veneta rimarrà sempre un punto di riferimento per tutti i cittadini che sono stufi della retorica di una politica che ha causato e sta causando solamente danni per il tessuto sociale. Noi stiamo lavorando per un Veneto accogliente che sappia sostenere tutti i cittadini che necessitano di lavoro, sanità e un educazione di eccellenza senza adottare come criterio di esclusione la classe sociale, la "razza" o la provenienza delle persone.
 
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