Pietro Colombo

Di cani e paesaggio.

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In questi ultimi anni le problematiche conseguenti il ritorno dei lupi negli altipiani veneti sono state critiche. In più di qualche occasione infatti i lupi hanno aggredito mandrie e greggi, causando problemi alle attività di allevamento. Per questo motivo plaudiamo ai provvedimenti introdotti dalla Regione Veneto con i fondi del progetto Life Wolfalps (e ci trova estremamente contrari l'intenzione espressa da qualche politico di voler recedere dal progetto), tra cui l’acquisto di 13 maremmani-abruzzesi (con un totale di 38 esemplari censiti) per dare ausilio agli allevatori dell’Alpago, della Lessinia, di Col Visentin e delle Prealpi bellunesi nella difesa delle proprie greggi dai lupi
A partire da questa notizia vorremmo però aprire una riflessione in merito alla conoscenza del nostro territorio da parte di chi ci governa e sulle migliori modalità per la sua tutela e valorizzazione. Appena letta questa notizia ci è sorta infatti una domanda: come mai la Regione non ha approfittato dei fondi del progetto Life Wolfalps, mirati appunto a risolvere il disagio provocato da una mancanza di preparazione al ritorno del lupo in un suo ambiente storico, per scegliere come cani pastore da donare agli allevatori interessati esemplari delle razze autoctone a rischio di estinzione?
 
Sì, a molti purtroppo non è noto, ma esistono diverse razze di cane da pastore autoctone delle terre un tempo parte della repubblica serenissima; cani che, probabilmente discendenti dallo stesso ceppo originario (detto "pastore delle Alpi"), per secoli furono utilizzati nelle attività pastorali di conduzione e protezione delle greggi. Oltre al notissimo Pastore Bergamasco, più diffuso nell'area orobica (Lombardia Orientale), si conoscono almeno altri due cani: il Grisot/Griizot (la seconda è una cimbrizzazione del nome veneto, fenomeno tipico delle zone di contatto veneto - cimbro) della Lessinia e il Cane pastore del Lagorai, che nonostante le caratteristiche fisionomiche piuttosto differenti - il secondo più snello e slanciato e caratterizzato da pelo più corto, mentre il primo più massiccio e tozzo e caratterizzato da pelo più lungo - qualcuno vorrebbe classificare come appartenenti alla stessa razza.
Come già accennato queste antiche razze canine (in particolare la prima), non sono ancora riconosciute dalle associazioni cinofile italiane, si trovano in una situazione critica e rischiando l'estinzione, necessiterebbero tempestivamente di progetti di recupero, valorizzazione e salvaguardia.
 
E quale occasione migliore se non valorizzarli nella mansioni che per secoli svolgevano proprio in questi territori? La presenza del lupo, per esempio in Lessinia, era attestata fino alla prima metà del 1800 (Garbini 1898), con sporadiche presenze isolate registrate nel 1880 (Benetti 2003) tanto da essere legato a doppio filo alle tradizioni culturali della popolazione locale, come attestato da toponimi, favole, leggende, proverbi e modi di dire dedicati a questo animale. I cani pastore hanno sempre avuto il ruolo di conduttori e difensori del gregge o della mandria e sono il prodotto di un millenario lavoro di selezione operato dall'uomo per adattare al meglio l'animale all'ambiente nel quale vive e deve svolgere le sue funzioni: insomma, animali selezionati da gente di questi territori per questi territori. Saranno pure più adatti no?
 
Peraltro, la tutela di questi animali a fianco a quella delle galline grise o della pecora brogna in Lessinia o della vacca burlina in altre zone della nostra montagna, costituirebbe oltre che una forma di tutela della biodiversità anche una forma di tutela del paesaggio (che è fatto anche di chi ci vive e lo percorre). Di tutela di quella che l'associazione ambientalista inglese Common Ground chiamò distintività locale, "che ha a che fare con l'interazione tra la storia e la natura, strati e frammenti, vecchio e nuovo. Anche l'effimero e l'invisibile sono importanti: usi, dialetti, feste, ricette, storie orali, miti, leggende e simboli", di ciò che rende un luogo quel luogo e che in defintiva lo rende attraente e accogliente.
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Da Guernika a Venezia

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Terminate ormai le festività per il 25 aprile, giorno di San Marco e della Liberazione dal nazifascismo, quest'anno non prive di fermenti e spunti che pongono i presupposti per l'inizio di un nuovo indipendentismo veneto, più ricco, forte e trasversale, vorremmo spendere del tempo per ricordare un altro anniversario, al quale non siamo riusciti a dare il giusto spazio, svoltosi ieri, il 26 aprile, che interessa noi tutti, indipendentisti e non. 
 
In Euskal Herria (Paesi Baschi) il 26 aprile 1937, ottant'anni fa, si compie un massacro.
 
Parliamo di un'azione di guerra la cui sistematica esecuzione, innovativa per il tempo, diverrà prassi nella storia immediatamente successiva (la Seconda Guerra Mondiale), fino ai giorni nostri, tanto da essere tutt'ora tristemente contemporanea: parliamo infatti del bombardamento di Gernika. E' il primo bombardamento su popolazione civile, il primo bombardamento terroristico.
Questo massacro è importante da ricordare non solo per la sua contemporaneità (pensiamo agli orrori di Aleppo), ma anche perché l'Italia fu direttamente coinvolta. L'Italia si sporcò le mani con la polvere degli edifici distrutti e il sangue dei civili ammazzati: l'incursione aerea fu infatti compiuta dalla "Legione Condor" tedesca e dall'"Aviazione Legionaria" italiana, entrambe in appoggio degli sforzi bellici nazionalisti franchisti. Uno dei tanti episodi che sfata il nazionalistico e assurdo adagio "italiani brava gente". Subito dopo il bombardamento e la reconquista i moros di Franco usarono la città come accampamento, obbligando la popolazione civile a ripulire la città in segno di umiliazione, negando e smentendo ogni tipo di responsabilità del governo. 
 
Nello stesso anno, Pablo Picasso realizzò "Guernica", una delle sue opere più importanti e celebri: nata con l’intento di rappresentare, alla sua maniera, la guerra civile spagnola, allora in pieno svolgimento. 
Col tempo l’imponente quadro è diventato un simbolo universale contro la brutalità della guerra e un manifesto dell'opposizione alla violenza.
Quest'anno la festa nazionale del popolo basco, l'Aberri Eguna (il giorno della patria) è stata festeggiata proprio a Gernika, in ricordo dell'anniversario di questo terribile evento e Sanca, invitata da Gazte Abertzaleak, ha partecipato con una delegazione alle celebrazioni.
 
Il sottoscritto ha partecipato ai festeggiamenti a Gernika, e ci tiene a porre una veloce riflessione in parallelo alla nostra festa di San Marco, patrono dei veneti, specialmente riguardo a chi ha criticato la presenza dei ragazzi e delle ragazze dei centri sociali del nordest. A tutti quegli indipendentisti che si sono sentiti osteggiati o addirittura minacciati nel vedere facce nuove in piazza tengo a sottolineare la pluralità e varietà dei gruppi baschi che partecipavano all'Aberri Eguna, dai più moderati ai più progressisti, e tra questi non mancavano ovviamente i collettivi anti-fascisti.
 
Questa varietà di idee si incanalava pacificamente nel comune obbiettivo di autogoverno e autodeterminazione dei popoli. Varietà che si vedeva, per altro, dalle stesse bandiere portate in alla festa: dalla Ikurriña più classica (quella disegnata da Sabino Arana) a bandiere in sostegno dei rifugiati (ongi etorri errefuxiatuak, "benvenuti rifugiati"); dalle varie bandiere del regno Navarra (dallo Scudo all'Arano beltza) alle semplici bandiere dell'evento stesso.
 
Ed è proprio a partire dal ricordo di quel terribile bombardamento che Sanca vuole ricordare come l'opposizione a qualsiasi forma di nazionalismo e di fascismo sia l'unica strada possibile verso l'autodeterminazione dei popoli e la libertà.
 
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