Giovanni Masarà

Bio

Laureato in Filosofia presso l’università degli studi di Padova, studia Antropologia culturale ed Etnolinguistica a Ca’Foscari.

In passato Attivista in alcuni collettivi veronesi ha molto a cuore il rispetto dell’ambiente e del paesaggio e non sopporta le prevaricazioni.

Nel tempo rubato allo studio, balla danze popolari. Tra le altre si interessa particolarmente a quelle della tradizione Veneta.

Passioni

Viaggi, Lingue, Culture e danze popolari, la Montagna.

Luoghi

Vive tra Venezia e Verona, dove è cresciuto, in passato ha vissuto qualche anno a Padova.

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Gonfalone o BabyBox?

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Come c'era da aspettarsi, la proposta dell'assessore regionale Gabriele Micheletto di regalare a partire dal 2019 a ogni nuovo nato in Veneto un gonfalone di San Marco su ispirazione di un iniziativa presa dal sindaco di Santa Lucia di Piave, ha provocato molte reazioni indignate. Non conto il numero di amici appartenenti alle frange più tradizionalmente nazionaliste del centro sinistra e della sinistra veneta che hanno urlato allo scandalo nel leggere di tale iniziativa. Alcuni suggeriscono che sia una spesa inutile, altri che sia becera propaganda indipendentista, altri ancora che sia un provvedimento contro le persone di altre culture che vivono in Veneto. 
 
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Le Resistenze del Residuo Fiscale

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Con ampio ritardo sullo svolgimento del Referendum per l'Autonomia e la lunga trattativa che ne è seguita, nell'ultimo mese hanno cominciato a levarsi una serie di voci dal di fuori del Veneto che si oppongono al più o meno cospicuo trasferimento di competenze e risorse da parte dello stato italiano che si sta prospettando all'orizzonte.

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Veneti par lengua!

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Quante volte avete sentito dire che “il Veneto non deve essere riconosciuto e non va insegnato a scuola perché siamo una società multiculturale”? Io tante, ed ogni volta che sento pronunciare questa frase mi viene sinceramente l’urticaria. Trovo che denoti una scarsissima conoscenza degli studi sulla realtà delle lingue regionali in Europa, cosa che mi aspetterei da un politico che si prende l’impegno di valutare il tema, oltre che della situazione linguistica della nostra terra.

Come Sanca insiste da tempo a dire, la nostra lingua può e deve diventare uno dei primi e più importanti strumenti al processo di integrazione dei nuovi cittadini. Uno dei maggiori scogli che ostacolano una migliore integrazione, è infatti quello che potremmo definire della “diffidenza linguistica”. Come evidenziato da Nettle & Dunbar (1997), la funzione di marcatore sociale esercitata dalla lingua la rende elemento essenziale nel riconoscimento dell’altro come appartenente alla propria comunità e motivo di migliore cooperazione, in altri termini: “Una lingua comune è un importante mezzo attraverso il quale creare un senso di solidarietà tra i cittadini, al fine di costruire una cittadinanza attiva, ma è anche uno strumento chiave per la costruzione dell’identità e del senso di appartenenza” (Hepburn 2011: 8). Nella nostra terra un’ ampia percentuale dei cittadini ha il Veneto come lingua madre, e «anche negli uffici statali e comunali, come nell’industria, nel commercio e nelle banche, spesso si ricorre all’italiano solo se si ha a che fare con dei ‘foresti’, provenienti da altre regioni. Pure i professionisti e i medici per lo più usano il dialetto, parlando coi clienti e i pazienti, non solo per farsi capire meglio, ma anche – e non raramente – perché in questo modo tutti si trovano maggiormente a proprio agio. Il rapporto è sentito come più cordiale, più sincero, più vero» (Canepari 1986). In tale situazione, non fornire la possibilità ai nuovi arrivati di accedere agli strumenti linguistici in cui una buona parte della popolazione si riconosce in prima istanza significa porre degli ostacoli difficili da superare al processo di integrazione. Come osservato da Santipolo la lingua veneta è indispensabile «per ridurre la distanza sociolinguistica e culturale e quindi integrarsi in modo profondo» (2004: 23).

Qualcuno potrebbe ribattere che sarebbe inopportuno ed ingiusto imporre “il nostro dialetto” ai nuovi cittadini, che di certo hanno di meglio da fare. Gli chiederei gentilmente di non arrogarsi il diritto di esprimersi per persone che evidentemente non conoscono, se è vero che «il dialetto veneto (sic) è oggetto di desiderio da parte degli adolescenti stranieri, considerato come strumento per l’integrazione e tramite per la socializzazione, essendo parlato sia in contesto scolastico che extrascolastico anche dal gruppo dei pari, oltre che dagli interlocutori presenti in diversi contesti quotidiani» (Gallina 2009: 133).

Morale della favola? Per quanto possa sembrare anti-intuitivo, il Veneto dovrebbe essere riconosciuto ed insegnato a scuola proprio perché siamo e vogliamo essere una società multiculturale.

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Un SI per Belluno, verso un Veneto federale.

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L'Autonomia, come abbiamo già evidenziato in un recente articolo sul mancato referendum veneziano, dovrebbe essere attuata a tutti i livelli; nella relazione del Veneto con lo stato italiano e l'Europa, ma anche tra il Veneto ed i territori che lo compongono. Quando si ragiona di Autogoverno nel nostro paese si tralascia spesso la questione della redistribuzione delle competenze agli enti locali, che altro non sono che Autonomie dentro l'Autonomia. 
 
Probabilmente è superfluo ricordare che il 22 ottobre avremmo l'occasione di poterci esprimere in un referendum sull'autonomia della nostra regione. Quello che invece è probabilmente sfuggito alla maggioranza dei Veneti, eccetto ovviamente i diretti interessati, è che nella stessa data i bellunesi saranno chiamati a rispondere a un secondo quesito. Esso recita: “Vuoi che la specificità della Provincia di Belluno venga ulteriormente rafforzata con il riconoscimento di funzioni aggiuntive e delle connesse risorse finanziarie e che ciò venga recepito anche nell’ambito delle intese Stato/Regione per una maggiore autonomia del Veneto ai sensi dell’art. 116 della Costituzione?”
 
Ma questo quesito è in opposizione al referendum sull'autonomia del Veneto, come qualche politico sembra aver fatto trasparire? Secondo noi la risposta è no. Noi crediamo infatti che questo referendum tracci in maniera sostanziale la direzione che il governo veneto dovrebbe percorrere nel riorganizzare il funzionamento della regione in virtù dei maggiori spazi di autonomia ottenuti. Pensiamo che il governo dovrebbe avere il coraggio di ridistribuire tutti quei poteri che possono essere esercitati con maggiore efficacia nei diversi territori del nostro paese, con particolare attenzione a quelle aree, come il Bellunese ed il Cadore, che hanno caratteristiche economiche e geografiche particolari.
 
D'altra parte, ancora una volta, varrebbe probabilmente la pena prendersi la briga di studiare la storia della nostra terra. La Repubblica Veneta, nel corso di tutta la sua storia, ha sempre seguito un modello di governo profondamente decentralizzato, lasciando ai territori la possibilità di mantenere le proprie istituzioni e le proprie leggi e garantendone l'autonomia. Qualcuno potrebbe obbiettare che una prospettiva di decentralizzazione non abbia senso in un contesto geografico così piccolo e che tutto sommato i nostri tempi non sono in alcun modo comparabili a quelli repubblicani. Crediamo che il successo del modello svizzero risponda da se.
 
Se il voto sull'autonomia del Veneto rappresenta uno strumento per costruire un Veneto nuovo, il voto sull'autonomia di Belluno rappresenta un primo passo programmatico per il Veneto del futuro. L'obbiettivo è quello di costruire un'amministrazione veneta nel segno del decentramento di poteri e attenta alle particolarità localispecialmente per quanto riguarda le montagne venete, che oggi più che mai hanno bisogno di un'amministrazione pubblica vicina.
 
Per questo motivo Sanca sostiene la battaglia dei cittadini bellunesi e il SI in entrambi i referendum del 22 ottobre! Ci auguriamo che questo possa essere un primo passo per riformare il modo in cui ci prendiamo cura della nostra terra e una via per renderla migliore!

 

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