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In Francia, le lingue regionali entrano nella scuola pubblica

Pochi giorni fa l’Assemblea nazionale francese ha definitivamente approvato una legge che facilita e favorisce l’ingresso delle lingue regionali all’interno della scuola pubblica. Nonostante si tratti forse del paese più centralista d’Europa, a differenza dell’Italia, in Francia già da qualche anno tutte le lingue regionali sono state riconosciute all’interno della costituzione come ‘patrimonio nazionale’. Le lingue in questione sono: Fiammingo, Alsaziano, Arpitano, Occitano, Lingue d’Oil, Bretone, Catalano e Basco. Fra queste lingue c’è anche il Ligure che ‘curiosamente’ è riconosciuto in Francia ma non in Italia. Per chiarire i propositi e la storia della nuova legge francese, abbiamo tradotto in Italiano questo articolo di franceinfo, che delinea bene la situazione.

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 Che cosa contiene la proposta di legge sulle lingue regionali adottata dal Parlamento?
Il parlamento ha definitivamente adottato giovedì una proposta di legge per proteggere e promuovere le lingue regionali, a seguito di un voto favorevole dell’Assemblea nazionale alla seconda lettura.


Per Paul Molac, questa scelta “non ha precedenti nella storia storia della quinta repubblica”. Il deputato di Morbihan così saluta l’adozione, giovedì 8 aprile, della proposta di legge riguardante le lingue regionali che ha proposto all’Assemblea nazionale. Le due novità di maggiore importanza introdotte da questa legge saranno: l’introduzione dell’insegnamento immersivo (effettuato per la gran parte del tempo in una lingua diversa rispetto a quella dominante) e la creazione di un contributo scolastico per le scuole private che offrano la didattica in lingua regionale.
Facente parte del programma del gruppo Libertà e Territori [ndr. che comprende i partiti facenti parte di EFA operanti nello stato francese], questa proposta era stata svuotata della sua sostanza nell’Assemblea, quando era stata adottata all’inizio del 2020, salvo riprendere forza al Senato a dicembre, attraverso l’introduzione di nuove misure educative che riguardano sia il finanziamento che la pedagogia. Nonostante un emendamento del governo prima della sessione, questo disegno di legge è stato ampiamente adottato con 247 voti a favore, 76 contrari e 19 astensioni. Questo voto dunque sancisce l’adozione definitiva del provvedimento da parte del Parlamento.

Un insegnamento immersivo

La legge inserisce l’insegnamento immersivo delle lingue regionali all’interno del Codice dell’educazione [nfr. che regola le scuole pubbliche]. Lo definisce come un insegnamento effettuato per la maggior parte dell’orario scolastico “in una lingua altra rispetto a quella dominante”. Ad oggi, questo metodo è già applicato all’interno delle scuole associative di diritto privato. All’interno delle scuole associative Diwan (in cui studiano 4.200 dei 20.000 studenti bretoni), la formazione è offerta nella sola lingua regionale e il francese è introdotto progressivamente, a partire dalla scuola primaria. Questo è anche il caso delle Ikastola basche e delle Calandreta in Occitania. Il testo precisa che questa immersione dovrà essere effettuata “senza pregiudicare l’obbiettivo di una buona conoscenza della lingua francese”.
“Questo è un riconoscimento importante”, spiega a franceinfo Rémi Toulhoat, professore in una scuola bilingue all’interno dell’educazione pubblica (entro cui studiano la metà degli studenti di bretone) e presidente dell’associazione Div yezh Breizh. "Questo testo consentirà alle classi bilingue nelle scuole pubbliche di superare il 50% [ndr. di allocazione delle ore rispetto a ciascuna lingua] nell’insegnamento” e dunque permetterà di avvicinarsi ai metodi utilizzati all’interno delle scuole Diwan. Esistevano già sperimentazioni in questo senso all’interno delle scuole pubbliche Corse e dei Paesi Baschi. Ad oggi, 300 comuni bretoni su più di 1500 offrono un percorso bilingue all’interno dell’insegnamento pubblico, per un totale di 9000 alunni. Ma non sappiamo quanti potrebbero scegliere di aumentare ulteriormente la quota di insegnamento in bretone.
Il governo si era opposto a tale articolo e il ministro dell’Educazione nazionale, Jean-Michel Blanquer, aveva evocato un rischio “se noi vogliamo che tutti i bambini apprendano il francese”, nei decenni a venire. “La linea rossa del ministero, era mai più del 50%” ricorda il deputato Paul Molac, che ha proposto la legge, interpellato da franceinfo. “Questa legge vuole semplicemente dire al ministro di non irrigidirsi. L’idea è di fare il meglio affinché entrambe le lingue siano insegnate”.
“Non c’è alcun rischio in questo apprendimento precoce, visto che l’ambiente degli alunni è prevalentemente francofono sia a casa, che per strada, che in tutta il resto della la società” aggiunge Rémi Toulhoat. “Noi non siamo autonomisti o indipendentisti. Noi difendiamo la scuola della Repubblica, laica e gratuita per tutti”.

 Un contributo scolastico

Un articolo prevede che la partecipazione finanziaria dei comuni alla scolarizzazione degli allievi in lingua regionale in un altro comune “sia dovuta” fintanto chè nel comune di residenza non vi siano scuole che offrano questo insegnamento. Ad oggi, nella maggior parte dei casi esistono accordi tra i sindaci, ma questa nuova legge rende obbligatoria la partecipazione del comune, a pena di essere portati davanti a un tribunale amministrativo. “Questo assegno scolastico obbligherà dunque i sindaci ad accordarsi”, ritiene Rémi Toulhoat.
Gli avversari del testo ritengono che questa misura presenti il rischio di appesantire finanziariamente alcuni comuni rurali, costretti a farsi carico della scolarizzazione di un alunno all’interno di un altro comune meno ricco, che offre l’insegnamento in una lingua regionale. “Ma sarà sufficiente che questo comune proponga un introduzione alla lingua bretone, per esempio di un’ora alla settimana”, risponde Rémi Toulhoat. Secondo il deputato Paul Molac, che ha proposto la legge, questo contributo non riguarderà che lo 0,02% dei bambini, per un totale quasi irrilevante.

Una generalizzazione degli insegnamenti

La legge prevede anche di estendere, all’interno del Codice dell’educazione, le disposizioni “esistenti ad oggi per la sola scuola in lingua corsa e per le sole scuole materne ed elementari”. L’obbiettivo è di “proporre l’insegnamento della lingua regionale a tutti gli studenti” che lo richiedano, in maniera facoltativa e all’interno dei normali orari scolastici. “Lo stato è obbligato ad offrire l’insegnamento di queste lingue” ritiene Paul Molac, “visto che esse sono già incluse nella costituzione come patrimonio nazionale. In Bretagna stimiamo che il 7% di tutti gli alunni di un dato anno siano parte di una classe bilingue, e questo è insufficiente per assicurare la sopravvivenza della lingua, mentre il 40% dei genitori ‘in età fertile’ vorrebbe potervi accedere”. Il deputato fa riferimento a un sondaggio realizzato nel 2018 dall’istituto TMO su commissione della Regione Bretagna.
Queste convenzioni specifiche sulle lingue regionali sono oggetto di aspre discussioni tra lo Stato e le collettività territoriali, ma la legge dovrebbe in futuro dare più forza ai difensori delle lingue regionali per ottenere crediti al fine di formare insegnanti e aumentare il numero di opportunità di apprendimento. Questa generalizzazione delle lezioni sarà oggetto di future discussioni. Paul Molac insiste sulla necessità, "nel mondo che vogliamo, si padroneggia una lingua regionale, il francese e una o due lingue internazionali".

(da franceinfo)

EL VENETO E L’EGUAJANSA DE ZÈNAR: LA RILEVANSA DE L’ISTORIA LOCAL

Questo articolo uscì per la prima volta in lingua Veneta e in lingua Inglese
per il Centre Maurits Coppieters nel 2017, con il titolo di:
FEMINISM ON THE PERIPHERIES OF EUROPE
AN INCLUSIVE AND INTERSECTIONAL YOUTH APPROACH

L’eguajansa de zènare la xe in obligo moral e sosial. Drìo cuanto el dize UNFPA, la pol èsar definìa cofà “el conpagno godimento de done e òmeni de beni, oportunità, resorse e corisponsion”. Promovarlo e laorar par la só realizasion l’è fondamentale inte la nostra sosietà del 21° segolo.

Anpò, sibèn che i xe stà fati sforsi da governi e sosietà sivile, el par ciaro che no s’a rivà a l’eguajansa de zènare, né inte l’Europa né inte’l mondo in zenaral. Se se vol vénsar sta bataja contro la dezeguajansa, se ga da atuar asion polìteghe, econòmeghe e culturai par la valorizasion de la dona e del so rolo inte la sosietà. Sto artigolo el discorarà de st’ultimo aspeto de la lota contra la dezeguajansa de zènare, fermàndose in partigolar sora la situasion del Vèneto. Volemo menar el letor conosar la situasion d’ancó de i deriti de la dona in Vèneto e darghe na prospetiva istòrega de sta cuestion. De pì, sercaremo de mostrar come la conprension de la istòria vèneta,    co ezenpi istòreghi, la podarìa judar a sagomar el rajonamento sora la dezeguajansa de zènare. Par serar, sto artìgolo el sostegnarà che insegnar l’istoria local, de la dona, inte le scole la pol èsar na maniera fondamentale par darghe susta a la nostra càuza.

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UNA BATTAGLIA PER LA GIUSTIZIA SOCIALE

 

Spesso sentiamo parlare di promozione dei diritti delle donne, lotte al sessismo e alla misoginia e altre azioni che hanno il nostro totale supporto; l’azione politica che ne segue però spesso sbatte contro l’iceberg dei freddi conti economici.

Il tema che vogliamo trattare qui è la fiscalità dei prodotti igienici femminili, non considerati beni di prima necessità dal sistema fiscale italiano ma prodotti tutt’altro che facoltativi per milioni di donne. Non concepiamo dunque come sia possibile che assorbenti e tamponi siano tassati come un bene non necessario. Questa è una battaglia che si deve fare perché tali campagne di sensibilizzazione non rimangano belle parole o annuali ricorrenze ma diventino terreno fertile per azioni politiche concrete in nome della giustizia sociale e della libertà della donna.

Alcuni paesi si sono spinti oltre

Considerato che si tratta di un bene di prima necessità, perché non offrirlo gratuitamente attraverso il sistema sanitario? Pur comprendendone le buone intenzioni, noi ravvediamo una problematica in questa proposta. Infatti, gli assorbenti usa e getta costituiscono una significativa fonte di rifiuti: gli assorbenti esterni sono costituiti per il 90% da plastica, mentre i tamponi ne sono costituiti per il 6%. A livello italiano, il loro utilizzo produce circa 900 mila tonnellate annue di rifiuto solido. Fornire gratuitamente questi prodotti significherebbe scoraggiare le consumatrici dall’utilizzo di alternative. Esistono infatti sul mercato diverse opzioni alternative, decisamente migliori in quanto a produzione dei rifiuti ed impatto ambientale. Innanzitutto esistono versioni degli assorbenti e dei tamponi tradizionali che sono prodotte per essere 100% biodegradabili. Pur avendo un certo costo di smaltimento, questi assorbenti sono decisamente più sostenibili delle loro controparti tradizionali. Esistono inoltre assorbenti lavabili e coppette mestruali, le quali sono progettate per essere riutilizzate per lunghi periodi ed offrono un’opzione rifiuti zero. Le coppette sono un tipo di assorbente interno progettato per essere completamente riutilizzabile per lunghi periodi, mentre gli assorbenti lavabili sono assorbenti fatti di materiali resistenti e lavabili che possono essere messi in lavatrice. Alla luce di questa considerazione ci sentiamo di avanzare le seguenti proposte.

Per cominciare, crediamo si dovrebbe abbassare l’IVA sugli assorbenti usa e getta biodegradabili. Pensiamo dovrebbe essere portata al 4% in linea con i beni di prima necessità. A nostro parere potrebbe essere interessante discutere anche di una totale detassazione di tali assorbenti, tuttavia crediamo che un provvedimento di questo tipo richiederebbe una riflessione molto più ampia che metta in discussione l’IVA anche per quanto riguarda gli altri beni essenziali, come alimenti e medicinali. Pensiamo che si potrebbero escludere da tale riduzione gli assorbenti usa e getta non biodegradabili, la cui tassazione dovrebbe rimanere invariata all’aliquota normale, al fine di incentivare l’adozione di soluzioni eco sostenibili da parte delle consumatrici; ovviamente questa riflessione abbraccia un programma di riforme dell’intero sistema di utilizzo delle materie prime e del packaging che dovrà infatti disincentivare l’utilizzo di materiali non riciclabili promuovendo dunque un’economia circolare basata sul riutilizzo e sulla sostenibilità.

In aggiunta, pensiamo che il sistema sanitario dovrebbe offrire gratuitamente coppette mestruali e assorbenti lavabili. Crediamo che offrire molte opzioni diverse sia un elemento importante di una politica di questo tipo: non è detto infatti che tutte le donne si trovino bene con ciascuna di queste soluzioni, per i motivi più svariati, e crediamo che offrire una maggiore varietà di soluzioni possa aiutare a rispondere alle scelte e alle necessità di tutte. A nostro parere tali proposte devono essere accompagnate da un rafforzamento dell’educazione sessuale e al proprio corpo all’interno delle scuole, al fine di accompagnare le giovani donne nella scoperta del loro corpo ed introdurle ai diversi modi in cui possono prendersene cura. Crediamo che una proposta educativa in tal senso all’interno delle scuole dovrebbe anche prefiggersi anche di rompere il tabu sul tema fra i loro compagni maschi, al fine di una maggiore conoscenza e comprensione reciproca fra i generi. Pensiamo che i provvedimenti proposti sopra, accompagnati da un’educazione in tal senso all’interno delle scuole, permetterebbero di fare un passo importante di rafforzamento della parità di genere ed al tempo stesso di abbattere la quantità di rifiuti prodotti dalle nostre comunità.

Come realizzare queste proposte? Purtroppo qualsiasi proposta riguardante l’IVA richiederebbe maggiore autonomia fiscale per poter essere realizzata in Veneto, visto che tale tassa viene imposta dallo Stato Italiano. Nell’attesa che tale autonomia venga realizzata, crediamo che il consiglio ed il governo Veneto dovrebbero fare pressione sul governo italiano affinché la tassazione sugli assorbenti biodegradabili venga variata. La proposta riguardante coppette mestruali e assorbenti lavabili potrebbe invece rientrare già all’interno dei poteri già esercitati a Venezia, avendo a che fare con le competenze relative alla sanità.

Vogliamo quindi lanciare una sfida a chi ci governa: saprete offrire alle donne venete uno strumento che le aiuti a prendersi cura del proprio corpo e della propria terra?

 

Parità di Genere

 

Come già abbiamo detto in un nostro recente articolo, crediamo che essere a favore dell'Autogoverno, significhi porsi domande fondamentali sulla nostra situazione e sul nostro futuro. E queste domande non posso che sfociare in battaglie profonde.

In un tempo in cui le diseguaglianze, di qualsiasi tipo, aumentano, e in corrispondenza della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, crediamo sia necessario soffermarsi sulla disuguaglianza di genere. Una delle realtà forse più sottovalutate e gravi delle nostre società.

Questo tipo di disuguaglianza non solo rappresenta uno dei maggiori insulti ai principi di pari dignità e uguaglianza. Non è solo un fenomeno maligno, ma un problema le cui conseguenze toccano tutti noi.

Molti analisti, infatti, si sono soffermati sulle conseguenze economiche della disparità di genere. I risultati, dimostrano come la disuguaglianza di genere sia uno degli ostacoli maggiori allo sviluppo economico. Come infatti ci ricorda il documento firmato FMI "Women, Work and the Economy" essa è un ostacolo fondamentale alla crescita economica. Inoltre, l'IFC (International Finance Corporation), sottolinea come le disuguaglianze di genere rallentino i tassi di produttività del settore privato e pubblico.

Sappiamo già come, di fronte a questa espressione, alcuni storceranno il naso. Quasi a considerare questo fenomeno come sorpassato.

Dispiace constatare pero come ciò non sia assolutamente vero, specialmente in Veneto. La nostra terra, infatti, ha un indice di uguaglianza di genere al di sotto della media italiana. Una media, quella italiana, che già latita nelle ultime posizioni europee - gender-equality.

Crediamo dunque che la battaglia per l'indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dalla battaglia per una società più giusta. Una società in cui il sesso di una persona non discrimini le opportunità e libertà sociali, politiche ed economiche dell'individuo. Una società dove la realizzazione personale non dipenda dall'essere nati nel 50% giusto/fortunato dell'umanità.

Questo è vero sopratutto se consideriamo la nostra battaglia anche come una riabilitazione e riscoperta della nostra storia. Ricordiamoci infatti di come la prima donna laureata al mondo abbia conseguito questo titolo proprio in Veneto. Elena Lucrezia Cornaro Loredan Piscopia, nobildonna veneziana, segno infatti questo evento storico, laureandosi all'università di Padova nel 1678. (P.S. la prima donna laureata all'università di Oxford, per esempio, si laureo nel 1920).

Se come abbiamo sostenuto in un articolo che dobbiamo batterci per un nuova identità veneta capace di confrontarsi con il mondo odierno, riscoprendo aspetti della tradizione e storia Veneta, la storia di Elena Cornaro e della sua conquista non può che dirigerci verso una battaglia: quella per l'uguaglianza di genere.

 
 

L’importanza di chiamarla violenza

 

In questo periodo di emergenza è tornato a galla un problema che è sempre stato presente nella nostra società, ma ora si sente più forte, la violenza sulle donne.

Gli episodi violenti dentro le mura domestiche sono in crescita e quest’anno, durante il lockdown si è verificato un picco di chiamate ai centri antiviolenza e richieste d’aiuto da parte delle donne. Nei primi tre mesi di confinamento, aggressioni e femminicidi sono incrementati del 20% in tutti gli stati membri UE, secondo uno studio dell’Onu entro la fine di quest’anno potrebbero esserci 15 milioni di casi di abuso in più.

Manuela Ulivi1, avvocato, è Presidente della Casa di accoglienza delle Donne maltrattate di Milano (Cadmi), racconta al Magazine di Fondazione Umberto Veronesi che le telefonate d’aiuto sono aumentate dopo la campagna La violenza non si ferma. In un mese hanno contattato il numero messo a disposizione per le donne in difficoltà 179 contatti nuovi.

Si potrebbero elencare una serie infinita di dati sulla violenza domestica e sulla violenza sulle donne, fino alla nausea, ma il primo passo necessario per comprendere le dinamiche che portano a queste violenze è analizzare la narrativa sul tema e come si sviluppa sui vari mezzi d’informazione. In tutti questi luoghi e sedi del discorso pubblico, noi di Sanca abbiamo riscontrato un problema diffuso: sembrano in pochi a saper dare il giusto nome alle cose.

Proprio in questi giorni abbiamo assistito ad una serie di correzioni di titoli di giornale dopo la spinta di commenti social o da parte delle istituzioni.

Non si tratta di una novità: anche in altri momenti del recente passato si sono verificati casi di denuncia dei titoli o contenuti di differenti articoli, riguardanti casi di cronaca nera e violenza sulle donne.

 

Torniamo dunque al problema centrale:

CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME

Violenza di genereogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria privazione della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata. (Art. 1, Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, Vienna, 1993).

Femminicidio: qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morteUccisione di una donna o di una ragazza. (Dizionario Accademia della Crusca)

Non è più accettabile che si utilizzino termini inappropriati per parlare di femminicidio, come non è accettabile che molte vicende vengano raccontate come episodi fattuali, o che altri giornalisti minimizzino il gesto sino a rovesciare la situazione e far passare la vittima come carnefice.

Le parole sono importanti e hanno un ruolo fondamentale nella lotta contro la violenza sulle donne.

I giornalisti e le persone che possono influenzare l’opinione pubblica, tutti coloro che hanno un ruolo istituzionale o di potere, devono combattere con tutte le loro f

orze e gli strumenti in loro possesso questa battaglia ardua. Una delle armi principali in loro possesso è proprio l’uso della terminologia corretta e la denuncia dei fatti in maniera attenta e rispettosa.

Usare le parole giuste da parte dei giornalisti o commentatori, aiuta non soltanto i parenti e gli affetti della vittima, ma tutte le donne, a evitare che si possano perpetrare ancora momenti di violenza.

Il non riuscire ad esprimere il concetto che la donna è solamente una vittima, il cercare continuamente di sottointendere che quella violenza sia stata provocata - se l’è cercata - è esso stesso un gesto di violenza, forse ancor più pesante, benché non passibile di nessun reato, ma ha la forza di una pietra scagliata addosso a tutte le femmine. Il non rispettare il ruolo che ha la persona nella vicenda di sopruso e il minimizzare gli eventi è un’espressione del panorama culturale in cui viviamo ed è ancor più pericoloso se a scrivere o a utilizzare le parole sbagliate sia una persona di rilievo e che fa informazione.

USARE LE PAROLE GIUSTE

Noi di Sanca in questo, come in tutti gli altri temi che ci stanno a cuore, ci proponiamo di farlo: usare le parole giuste, chiamare la violenza col proprio nome. Pensiamo che questo sia il punto di partenza necessario per un dibattito aperto che porti a nuove soluzioni, e nuovi modi di stare insieme. Ammettere che le donne sono vittime significa riconoscere le difficoltà che le donne hanno vissuto e vivono quotidianamente, ma è anche un riconoscimento della condizione di tutti coloro che si trovano a essere vittime di violenza o abusi.

Sanca sta dalla parte delle vittime, contro la loro colpevolizzazione, per costruire con loro un Veneto più giusto, più aperto -- e sì, diciamolo! Un po’ più femminista.

 


Repubblica: Violenza sulle Donne 

Emilia Romagna News 24: Un programma online

Repubblica: Aumento della violenza con il Coronavirus


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