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Vota il meno peggio!

Andrea Cordioli è il nostro consigliere comunale a Villafranca di Verona, eletto con la lista civica Borgo Libero da lui guidata. Qualche giorno fa ha voluto offrirci questa riflessione:

Pochi giorni fa ci sono state le elezioni del Presidente della Provincia di Verona. Se te lo stavi chiedendo, Sì, le Province esistono ancora ma possono votare solo i sindaci e i consiglieri comunali.

I candidati, solo due
Il vincitore (col 51,2%) è il Sindaco di Cologna Veneta, sostenuto da Lega, Fratelli d’Italia e parte di Forza Italia. L’altro invece è il Sindaco di Grezzana, sostenuto dalla restante parte di Forza Italia, dai tosiani e (non ufficialmente) dal PD.

Il peso del voto varia in base al numero degli abitanti, noi di Villa (gli unici con la scheda verde) siamo secondi dopo Verona e per convincerti a star di qua o di la si scomodano consiglieri di tutti colori, Sindaco, Presidente del Consiglio Comunale, segretari locali dei vari partiti e anche qualche consigliere regionale. 
Parole vuote, da settimane sento costantemente solo parole vuote.
Sapete cosa succede quando gli si fa capire che nessuno dei due ti piace? Risposte tristi, come “Lo so, ma vota il meno peggio” o “Ah si ma voi giovani adesso siete così, va be dai, l’altro è più brutto del nostro”. Dette con convinzione, quasi fosse la normalità.

Ammetto che ero indeciso; nonostante molte riflessioni in Sanca e in Borgo Libero e i diversi consigli di astenersi ero quasi caduto nella logica del meno peggio.

Entrato nel palazzo della provincia mi sale quel disagio che provo ogni volta che vengo squadrato da un colletto bianco incravattato. E qui c’era un bel rendezvous di pezzi grossi veronesi.
Salgo le scale e con la testa ancora indecisa arrivo al seggio. Incrocio sguardi che avrei preferito evitare, ma almeno la mente torna limpida.
Prendo la scheda, me ne vado in cabina e con un sorrisino compiaciuto scrivo una parola, simbolica ma che esprime l’amore per la mia terra, annullando così la scheda.
Esco incrociando di nuovo tutti quegli sguardi consumati, ma questa volta mi sento felice e sereno!

Ero felice perché a differenza dei musi lunghi che mi circondavano, io mi sentivo libero!
Non mi sono fatto illusioni, mi avrebbero scoperto la stessa sera. E così è stato.

Tralascio i commenti dei colleghi consiglieri come “hai fatto una cagata” “ora sei consigliere, hai delle responsabilità e devi fare delle scelte, o di qua o di la”. Capisco che a voi possa sembrar un voto sprecato o un gesto irresponsabile, ma provate a fare un passo in più.
Non si può scegliere tra uomini sostenuti da chi semina odio urlando alla pancia della gente, da chi ha già sfregiato abbastanza questa terra, da chi è stato e potrebbe tutt’ora essere colluso. Ci si può arrovellare per giorni il cervello cercando di ponderare la responsabilità del proprio voto, e ci ho provato; ma el manco pezo no lo go mia catà!

Davvero, se non riuscite a capire che un ragazzo di 25 anni, di fronte a questa scelta, compie il suo più grande atto di libertà nell’annullare la propria scheda, beh c’è un problema molto profondo da risolvere. Perché significa che avete perso il contatto con la realtà che dobbiamo rappresentare. Non potete rimanere ingessati. Domandatevi come ci siamo finiti qui, senza più un futuro in cui credere, avanzando con quel meno peggio che lentamente soffoca ogni speranza. Descanteve!

In questo percorso ho avuto e ho tutt’ora paura. Tuttavia sto capendo una cosa. La paura è normale, non si deve mollare. Senza la paura il coraggio non esiste.
Dobbiamo avere il coraggio di essere liberi. Perché per quanto grossi siano, quando intuiscono che non sei “merce in vendita”, per un attimo tremano.

Ricordatevi sempre una cosa: La libertà li spaventa!

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Buon Giorno del No!

Ogni 28 ottobre in Grecia si festeggia il "Giorno del No" (Επέτειος του Όχι), in memoria del 28 ottobre del 1940, quando il primo ministro greco Ioannis Metaxas (Ιωάννης Μεταξάς) rifiutò di lasciar entrare in Grecia le truppe del Regio Esercito sotto richiesta/imposizione di Benito Mussolini, evento che portò alla campagna di Grecia e alla famosa - ma poco profetica- frase "Spaccheremo le reni alla Grecia".

E' importante ricordare e festeggiare questo giorno per noi cittadini dello Stato italiano, perché ci riporta alla mente il colonialismo e imperialismo italiano, che non si è attuato solo in Etiopia ed Eritrea, con nefandezze che non dovremmo mai dimenticare, ma anche molto vicino a noi: sulle sponde del Mediterraneo, in Libia, e ancor più vicino, nei Balcani, in Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, l'Eptaneso, il Dodecaneso e i tentativi d'invasione in Anatolia e nella Grecia continentale.

Ma ancor più importante è per noi Veneti, perché quello che fece l'Italia fu riuscire a imporci la finale rottura dei nostri millenari rapporti con i Balcani e il Mediterraneo orientale. 
Ad allontanarci da popoli con cui la convivenza e lo scambio culturale era la normalità, prima dell'esasperazione nazionalista e dell'imposta identità italiana che prevaricava e negava una fratellanza con i popoli di questi territori. 
Fu con il fascismo e i suoi orrori che ci fu strappata la nostra comune identità, usata dagli italiani per reclamare territori che non appartenevano a nessuno se non alle comunità che vi vivevano.

Sotto la Repubblica Veneta non vi erano istanze nazionalistiche e di omologazione etnica, e quindi si aveva una vera e propria fratellanza di comunità sotto la stessa istituzione statale.
L'italia fascista affiancò al mito anacronistico e assurdo del nuovo Impero romano una versione mitizzata dei territori di San Marco, strappandoci una parte importante della nostra eredità e stravolgendola in uno strumento di pretesa territoriale etnica.

In questi territori gli italiani non sono stati i "buoni occupanti", come ci vuole far credere un mito nazionalistico costruito ad arte per dimenticare le proprie responsabilità. 
La bislacca frase "eh ma abbiamo costruito strade e nuove infrastrutture" è di un'insensibilità disumana
L'occupazione italiana fu violenta. Imposta. Non desiderata.
Ed infatti è questo che rimase nel ricordo di queste popolazioni.

Significativa per quanto riguarda l'occupazione italiana nei Balcani è quella foto di un soldato italiano che a Pljevlja, tra una rastrellata e un altra, prende a calci un civile montenegrino.

E come possiamo dimenticare l'esistenza dei campi di lavoro e di concentramento in Istria e Dalmazia, come quello dell'isola di Arbe? 
In Italia pochi sanno che in questi campi sono morti di fame e di fatica donne, vecchi e bambini, perché "allogeni" -come li definiva il governo fascista- letteralmente "d'altra stirpe", nel senso di etnia diversa da quella maggioritaria.
Sloveni, Croati, Bosniaci e Montenegrini morti perché gente diverse dalla "maggioranza", dalla cultura imposta dallo Stato.

Uccisi perché considerati dei parassiti. 
Cosa curiosa che spesso mi capita di notare è che più ti allontani dai confini con i Balcani, e quindi dal Nord-est italia, e meno gli italiani sanno di queste storie. Ma ovviamente anche fin troppi veneti non sanno di questo passato, perché se lo conoscessero la smetterebbero di credere al mito dell' identità nazionale e a vedere e volere muri ovunque.

Ed è un peccato. E' un peccato pensare che per colpa di tali esasperazioni nazionaliste italiane, quello che per noi veneti fu un ponte -perché questo fu l'Adriatico, congiunzione di popoli, culture e lingue- sia diventato un muro.
Processo già iniziato con l'unità d'italia, ma che ha conosciuto le fasi peggiori durante il fascismo.
Un muro che alzandosi ha lasciato in queste comunità del mediterraneo profonde ferite, dopo secoli di convivenza e rispetto.
Un ponte che vorremmo tornasse, specialmente attraverso il sogno europeo di superare gli stati nazionali e mettere in comunicazione le comunità europee. 

In Sanca crediamo veramente in un nuovo ponte che sappia mettere in comunicazione noi veneti, popolazioni dell'alto adriatico, con tutti i Balcani e la Grecia. Per questo vogliamo proporre a ogni veneto - ma anche a ogni italiano- di cominciare a ricordare, e festeggiare insieme agli amici greci chi si è alzato e ha detto "no" a chi voleva colonizzare e togliere libertà in nome del nazionalismo e delle sue esasperazioni.

Quindi, anche se in ritardo: buona festa del No!

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Domande e Risposte sulla Cultura Veneta a scuola

 
Martedì 16 ottobre, nella scuola grande di San Rocco a Venezia, Il presidente Zaia e il ministro all'istruzione Marco Bussetti hanno firmato un protocollo per l'ingresso dell'insegnamento della storia veneta nelle scuole del nostro paese. 
La posizione di Sanca, come potete immaginare, è quella di sincero apprezzamento e anche di un certo stupore, visto che in diversi anni di governo leghista del Veneto mai si erano visti interventi di questo genere, e c'eravamo abituati a sentire solo sterili proclami. 
Purtroppo, come c'era da aspettarsi, alcune (fortunatamente sparute) voci nella sinistra italiana si sono levate a sollevare opposizioni e dubbi a questi provvedimenti. Vorremmo provare ad offrirgli delle risposte:
 
    
Cultura Veneta e Migrazioni
 
Domanda - La Rete degli Studenti Medi e l’Unione degli Universitari del Veneto, due associazioni studentesche molto vicine al Partito Democratico e alla CGIL, hanno organizzato un flash mob in occasione della firma della convenzione tra MIUR e Regione del Veneto e durante una conferenza stampa hanno affermato che:
«Zaia promuove lo studio delle migrazioni venete per comprendere meglio i flussi migratori? Ci sembra una gigantesca ipocrisia, da parte di una Regione e di un partito che da sempre discriminano i migranti, e che oggi lo fanno più che mai con il provvedimento razzista e discriminatorio che, similmente a quello di Lodi con le mense, limita l’accesso al Buono Libri agli studenti migranti».
 
Risposta - Noi crediamo che se è ipocrita per la lega promuovere lo studio di migrazioni, per noi è ipocrita che la sinistra si opponga allo studio della storia del nostro territorio, in particolar modo se essa è caratterizzata da istanze anti-nazionalistiche, cosmopolitismo e scambi culturali che permettono riflessioni sulla nostra modernità.
Non sarebbe infatti un bene studiare le migrazioni venete in relazione ai flussi migratori odierni? Non sarebbe interessante riscoprire l'identità veneta offerta dalla Serenissima, identità di ampio respiro e mai esasperata da etnocentrismo - come negli stati nazionali europei - ma che anzi, faceva della sua natura commerciale e della commistione fra popoli del mediterraneo orientale il suo punto di forza?
Non sarebbe interessante studiare i secolari legami con le popolazioni del mediterraneo orientale, che con molte personalità "ultramarine", sono state parte integrante della storia del Veneto?
Non potrebbe essere tutto questo un'interessantissima lezione, da osservare nel nostro contesto storico, sull'integrazione tra diverse comunità?
Non può essere la storia stessa del Veneto, data la sua ampiezza temporale e geografica, strumento di integrazione in veneto e, da un altro punto di vista, strumento per una maggior integrazione del veneto in Europa?
Facendo un semplice esempio: scoprire la partecipazione attiva degli albanesi nella nostra storia, come marinari e condottieri non può far sentire un ragazzo di famiglia albanese (una di quelle giunte qua a fine anni '90) meno straniero ma anzi parte integrante della nostra comunità? Non può essere una personalità come Mercurio Bua Spata / Mërkur Bua Shpata simbolo degli albanesi veneti e quindi dell'integrazione veneta?
Non può la storia del legame tra cultura greca e cultura veneta, in veneto come nelle isole greche, essere motivo di promozione culturale e riscoprire la storia di una paese a noi molto vicino ma che di cui il veneto medio (come anche l'italiano medio) non sa nulla se non riguardo al mondo classico e alla crisi odierna?
Non può la fitta rete di legami con l'Impero Ottomano offrirci altrettante possibilità di eventi culturali con la Turchia?
 
 
Cultura Veneta e Cultura Italiana
 
Domanda - La stessa CGIL regionale ha espresso dei dubbi analoghi, affermando che a loro parere: 
«Colpisce che dalle dichiarazioni di Zaia non vi sia il benché minimo accenno al fatto che la storia e la cultura del Veneto siano da sempre legati alla storia e alla cultura dell’Italia [...] Per fortuna il testo del protocollo richiama un qualche legame tra il patrimonio storico e culturale nelle sue dimensioni nazionali e locali ma sembra un nesso poco solido e poco convinto»
 
Risposta - Pensiamo che questa paura per il legame "poco solido e convinto" sia significativa.
A quanto pare a Viotto non imporata il dato oggettivo che il nostro territorio, sotto l'istituzione della Serenissima abbia avuto una polarizzazione maggiore verso la Mitteleruopa, i Balcani e il Mediteraneo Orientale.
Non importa parlare degli intrecci secolari con le comunità slave nè della collaborazione attiva degli albanesi nella storia della Serenissima, meno che meno è importante parlare degli scambi culturali con i greci e con gli ottomani; dopotutto è importante solo ribadire un mito nazionale.
Sostanzialmente l'ampia veduta dell'identità e storia veneta, che ci collega ad almeno altri 6 Stati (Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, Turchia), è scomoda perchè si allontana dal legame con la storia nazionale Italiana.
La possibilità quindi di riscoprire un'identità sovranazionale, una fratellanza del mediterraneo orientale (territori, che ricordiamo, dall'irridentismo e fascismo italiano prima, e dal dopoguerra poi, hanno perso i secolari legami con il Veneto, come del resto, anche con l'Italia) storica, che può essere d'aiuto a costruire l'identità europea, non vale la pena, perchè ci allontana dalla dimensione "nazionale" con l'Italia.
 
 
Cultura Veneta, isolazionismo e leghismo.
 
Domanda - Infine vorremmo rispondere ad alcune osservazioni espresse da un'articolo pubblicato da Left nei giorni scorsi. L'autore sostiene che l'intesa tra Veneto e MIUR sarebbe figlia di un' «antistorica visione della realtà, per cui l’identità culturale dei cittadini dipenderebbe dal luogo dove vivono, sempre più stretto da confini, sempre più ridotto a soffocante microcosmo» e che l'accordo risponderebbe solo alla volontà di «utilizzare il sapere e chi lo eroga per rinsaldare il sistema di valori di chi governa un territorio».
 
Risposta - Come abbiamo già fatto notare altrove, noi crediamo che quando si parli di cultura veneta si possano prendere due strade. La prima è quella dell’identitarismo, dell’appartenenza a una comunità definita dall’alto secondo canoni astratti. Questa, ci pare, è la posizione che fino ad oggi è stata portata avanti da forze politiche come la Lega le quali si sono trincerate dietro un astratta difesa di non meglio definiti valori veneti, facendo pochissimo per valorizzare realmente la lingua e la cultura locale ma utilizzandoli come un muro per escludere i nuovi cittadini. La seconda strada, quella che da sempre cerchiamo di percorrere e che ci pare che emerga dall'intesa in qeustione, è quella delle radici e del radicamento, di una cultura veneta promossa e vissuta, che nell’essere accessibile a tutti diventa strumento di ricucitura delle comunità, l’inizio di un cammino comune. Pensiamo che, se una comunità è salda sui suoi piedi, se sa da dove viene e conosce il terreno su cui cammina, non ha difficoltà ad incontrarsi con culture e modi di vita nuovi ed è in grado di accogliere i nuovi arrivati in un processo di mutuo arricchimento.
 
 
Per concludere
 
Ora vorremmo porre noi delle domande:
    
- Perchè la sinistra italiana non vuole sottrarre dal monopolio leghista la battaglia per la tutela della cultura locale, specialmente se questa appunto ci insegna una lezione contro l'isolazionismo, il nazionalismo, la xenofobia?
 
- Perché la sinistra italiana ci accusa di isolazionismo per poi non riuscire a vedere come altri territori, anche solo in Europa, abbiano dimostrato come l'attenzione per la cultura locale e una società più coesa siano processi strettamente collegati?
 
- Perchè la sinistra italiana si riempie la bocca di valori europei, per poi dimenticarsi le indicazioni dell'Unione in materia di culture locali e finanche il suo motto: United in Diversity?

 

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Gonfalone o BabyBox?

 
Come c'era da aspettarsi, la proposta dell'assessore regionale Gabriele Micheletto di regalare a partire dal 2019 a ogni nuovo nato in Veneto un gonfalone di San Marco su ispirazione di un iniziativa presa dal sindaco di Santa Lucia di Piave, ha provocato molte reazioni indignate. Non conto il numero di amici appartenenti alle frange più tradizionalmente nazionaliste del centro sinistra e della sinistra veneta che hanno urlato allo scandalo nel leggere di tale iniziativa. Alcuni suggeriscono che sia una spesa inutile, altri che sia becera propaganda indipendentista, altri ancora che sia un provvedimento contro le persone di altre culture che vivono in Veneto. 
 
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L'insipida reazione di PD e sinistre in Veneto

 

Zombie dell'autonomia.

Mentre le trattative per l'autonomia continuano, la voce del piu grande partito d'opposizione in consiglio regionale è scomparsa. Se al referendum per l'autonomia il PD ha scelto un tiepido si [nonostante larga parte del partito nazionale e regionale contro], nel post referendum è andato in completa ibernazione

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Le Resistenze del Residuo Fiscale

 

Con ampio ritardo sullo svolgimento del Referendum per l'Autonomia e la lunga trattativa che ne è seguita, nell'ultimo mese hanno cominciato a levarsi una serie di voci dal di fuori del Veneto che si oppongono al più o meno cospicuo trasferimento di competenze e risorse da parte dello stato italiano che si sta prospettando all'orizzonte.

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Residuo rimane Residuo

 

Il confronto [1] tra il ministro Erika Stefani [Lega] e il presidente del Consiglio Veneto Luca Zaia [Lega] che si è tenuto qualche giorno fa al Bo ha riportato a galla una delle questioni più delicate quando si parla di Autonomia: il criterio di calcolo delle risorse con le quali si gestiscono le materie devolute dallo stato alla regione.

Zaia ha in questa sede ribadito un concetto già ripetuto in altre occasioni dai rappresentanti Veneti [2], il fatto che il criterio della spesa storica punisce la nostra terra. Se lo chiedeste a Sanca, saremmo dello stesso avviso.

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Muoversi per il Veneto

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Analizzando la geografia del territorio veneto, si possono identificare due poli principali: un'area centrale ormai densamente popolata e industrializzata (Area metropolitana di Venezia - Mestre, Padova, Treviso e Castelfranco) e la città metropolitana di Verona (centro importantissimo e densamente abitato), decentrata rispetto all'area centrale e relativamente distante da Venezia. Queste due aree sono circondate e separate da territori meno abitati come il Vicentino, il Basso Veronese, il Polesine, il Bellunese. Tale fisionomia fa si che, al fine di implementare una rete di trasporto pubblico che sia all'altezza dei bisogni dei cittadini, siano necessari diversi strumenti.

Innanzitutto serve uno "scheletro", un servizio ferroviario rapido e frequente che colleghi le due aree.

Affiora poi la necessità di dotare le due aree delineate di reti di TPL proprie. Il tanto discusso e mai terminato progetto dell'SFMR  avrebbe potuto essere forse il miglior modo per servire il Veneto Centrale. Ivi  si hanno infatti quattro centri abitati medi invece che uno grande, più frequente in Europa, e non si può contare quindi su un solo nodo centrale dal quale, a raggiera, partono tutte le linee che si diramano verso l'esterno, ma bisogna tenere in considerazione l'interazione tra quattro centri abitati e l'area popolosa al centro di essi. Il progetto SMFR prevedeva un sistema di trasporto pubblico integrato "ferro-gomma", dove il sistema ferroviario era integrato da autolinee che avrebbero dovuto collegare tutti i centri abitati maggiori e minori alla più vicina stazione, luogo atto al trasbordo dei passeggeri che, in questo modo, avrebbero potuto raggiungere la destinazione desiderata. Un più tradizionale sistema di ferrovia suburbana potrebbe invece servire la città di Verona e la sua area metropolitana, da costituirsi a partire dalla riapertura delle piccole stazioni che si trovavano nei quartieri periferici della città (come Parona), e riaprendo tratti di ferrovie minori come la Verona-Caprino. In entrambi i nodi risulta essenziale al miglioramento del trasporto pubblico urbano la creazione di stazioni ferroviarie secondarie all'interno dei centri abitati più grandi, e l'integrazione delle tratte ferroviarie cittadine con il trasporto pubblico urbano (bus e tram). Tale integrazione potrebbe prendere a modello l'esempio della città di Karlsruhe, nel Baden-Württemberg, dove è stato sviluppato il sistema del Tram-Treno.

Prendiamo ad esempio Padova, il cui comune fa circa 210.000 abitanti, ma che contando i comuni contermini arriva a quasi 400.000 formando forse il più grosso agglomerato del Veneto. Attualmente il capoluogo euganeo ha una sola stazione nel territorio comunale, quella di Padova; e tre nei comuni limitrofi: Vigodarzere (sulla linea Padova - Castelfranco), Busa di Vigonza (sulla linea Verona - Venezia) e Abano (sulla Padova - Bologna). Per permettere alla popolazione padovana di usufruire di queste linee all'interno della città sarebbe necessario creare delle piccole fermate nel territorio comunale su queste tre linee, che potrebbero essere quelle di Padova - Brusegana (sulla linea Padova - Bologna), Padova - San Bellino (sulla Padova - Castelfranco), Padova - San Lazzaro e Padova Montà (sulla Verona - Venezia) da integrare successivamente al servizio urbano cittadino. In questo modo si va a creare un sistema di treni suburbani integrati al trasporto urbano sul modello delle "S-Bahn" tedesche e austriache presenti anche in città di medie dimensioni.

Al fine di servire invece le aree meno abitate come il Polesine, il Basso Veronese e il Basso Vicentino risulta essenziale il potenziamento dei treni locali, quelli che sostano in tutte le stazioni, affiancato al servizio ferroviaro rapido ed integrato da un servizio su gomma extraurbano, che permetta di raggiungere con facilità anche i centri più remoti.

Resta infine il caso di Belluno, zona anch'essa molto decentrata, che a differenza di Verona, ha la particolarità di essere interamente montuosa. Questa zona finora è stata ignorata e trascurata dal punto di vista dei collegamenti a scapito del benessere della popolazione, anche dal punto di vista dello sviluppo turistico. Risulta una priorità migliorare il collegamento tra Belluno e Feltre con la pianura. La linea va elettrificata e sdoppiata e devono essere aumentate le corse, soprattutto quelle dirette a Venezia. Inoltre è essenziale realizzare il progetto della linea ferroviaria Calalzo - Cortina - Dobbiaco, al fine di servire il Cadore e l'importantissimo centro turistico di Cortina d'Ampezzo, che al momento resta isolato.

Samuele Segala


Qualche altra, più datata, idea sul TPL Veneto: qui.

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Veneti par lengua!

Quante volte avete sentito dire che “il Veneto non deve essere riconosciuto e non va insegnato a scuola perché siamo una società multiculturale”? Io tante, ed ogni volta che sento pronunciare questa frase mi viene sinceramente l’urticaria. Trovo che denoti una scarsissima conoscenza degli studi sulla realtà delle lingue regionali in Europa, cosa che mi aspetterei da un politico che si prende l’impegno di valutare il tema, oltre che della situazione linguistica della nostra terra.

Come Sanca insiste da tempo a dire, la nostra lingua può e deve diventare uno dei primi e più importanti strumenti al processo di integrazione dei nuovi cittadini. Uno dei maggiori scogli che ostacolano una migliore integrazione, è infatti quello che potremmo definire della “diffidenza linguistica”. Come evidenziato da Nettle & Dunbar (1997), la funzione di marcatore sociale esercitata dalla lingua la rende elemento essenziale nel riconoscimento dell’altro come appartenente alla propria comunità e motivo di migliore cooperazione, in altri termini: “Una lingua comune è un importante mezzo attraverso il quale creare un senso di solidarietà tra i cittadini, al fine di costruire una cittadinanza attiva, ma è anche uno strumento chiave per la costruzione dell’identità e del senso di appartenenza” (Hepburn 2011: 8). Nella nostra terra un’ ampia percentuale dei cittadini ha il Veneto come lingua madre, e «anche negli uffici statali e comunali, come nell’industria, nel commercio e nelle banche, spesso si ricorre all’italiano solo se si ha a che fare con dei ‘foresti’, provenienti da altre regioni. Pure i professionisti e i medici per lo più usano il dialetto, parlando coi clienti e i pazienti, non solo per farsi capire meglio, ma anche – e non raramente – perché in questo modo tutti si trovano maggiormente a proprio agio. Il rapporto è sentito come più cordiale, più sincero, più vero» (Canepari 1986). In tale situazione, non fornire la possibilità ai nuovi arrivati di accedere agli strumenti linguistici in cui una buona parte della popolazione si riconosce in prima istanza significa porre degli ostacoli difficili da superare al processo di integrazione. Come osservato da Santipolo la lingua veneta è indispensabile «per ridurre la distanza sociolinguistica e culturale e quindi integrarsi in modo profondo» (2004: 23).

Qualcuno potrebbe ribattere che sarebbe inopportuno ed ingiusto imporre “il nostro dialetto” ai nuovi cittadini, che di certo hanno di meglio da fare. Gli chiederei gentilmente di non arrogarsi il diritto di esprimersi per persone che evidentemente non conoscono, se è vero che «il dialetto veneto (sic) è oggetto di desiderio da parte degli adolescenti stranieri, considerato come strumento per l’integrazione e tramite per la socializzazione, essendo parlato sia in contesto scolastico che extrascolastico anche dal gruppo dei pari, oltre che dagli interlocutori presenti in diversi contesti quotidiani» (Gallina 2009: 133).

Morale della favola? Per quanto possa sembrare anti-intuitivo, il Veneto dovrebbe essere riconosciuto ed insegnato a scuola proprio perché siamo e vogliamo essere una società multiculturale.

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Tassare Meno, Tassare Meglio

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La tassazione, assieme alle inefficienze della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, è una delle principali preoccupazioni di molti cittadini veneti. Il livello di tassazione e la gestione burocratica che ne segue sono ostacoli che, per chi ha una partita IVA o gestisce un’azienda, richiedono centinaia di ore di lavoro extra ogni anno, sottraendo tempo alla produzione di ricchezza e danneggiando l'occupazione.

Per chi è dipendente, i fatti qui riportati, potranno sembrare storie assurde alla Lewis Carroll ma ricordiamoci che, oltre a stilare il 730, nulla è più richiesto a chi ha deciso di intraprendere una strada professionale differente dal mettersi in proprio, con i pro e contro che tale scelta comporta. Chiunque decida la via imprenditoriale sa che rischia personalmente, principio che vale ovunque nel mondo. Nello stato italiano però, la situazione è molto differente. Per le imprese italiane, la tassazione è di 25 punti più alta della media UE/EFTA. Nessun imprenditore Veneto si sentirebbe in diritto di criticare così pesantemente questo stato italiano, se si trovasse in qualsiasi altro paese EU. E sì, sono un progressista e sì, non temo di dire che lo stato italiano sia burocrate e ladro.

Sono convinto che sia totalmente errata l’idea che "se tutti pagassero le tasse, le si potrebbero abbassare". A mio parere è spesso vero il contrario:

Prendiamo un esempio da qualcosa che sta a cuore a tutti noi: la casa. L’aliquota IVA sulla prima casa è agevolata al 4%, questo fa sì che pochissimi rischieranno di commettere un crimine per così poco e lo stesso vale per una ristrutturazione per cui l’IVA è al 10%. Con questo non si vuole dire che non esista evasione su ristrutturazione o prima casa, ma è certo che la percentuale è molto bassa e quando si parla di evasione e abusivismo, invece, questa spesso riguarda gli oneri, ossia tasse comunali o semplicemente divieti legati alla zona in cui si vuole edificare. L’evasione è sicuramente un problema, ma è un fatto che il fenomeno sia decisamente eterogeneo. In Veneto i dati parlano chiaro, l’evasione è sotto la media UE, 21% contro i 22.1%. Purtroppo saliamo al 25.1% in centro Italia e arriviamo alla mastodontica cifra di 43.5% nel mezzogiorno.

Lo Stato italiano,perennemente in ritardo con i pagamenti verso i suoi fornitori, porta i boiardi di stato a ingegnarsi su sistemi sempre più arzigogolati di tassazione. Inoltre, se un azienda o un libero professionista deve incassare una somma dallo stato, quest’ultimo difficilmente riconoscerà gli interessi, dato che perfino la Corte di Cassazione ha decretato che è nel pieno diritto dello stato non pagare interessi per il proprio ritardo. Se invece è un azienda ad essere in ritardo con i pagamenti delle tasse, gli interessi lo stato italiano li applicherà con velocità ed efficienza. Si arriva poi all’assurdo, con aziende che ricevono cartelle dall’agenzia per le entrate per fatture che lo stato stesso non ha pagato. Quando si tratta di pagamenti, una regola vige per lo stato, e un’altra per le aziende.

Il caso di qualche anno fa, del deposito auto in provincia di Vicenza che gestisce i fermi amministrativi, è emblematico. L’azienda avanzava circa 374'000,00 € dallo Stato da anni e si è vista arrivare cartelle esattoriali per pagare imposte, anche e soprattutto inerenti a quel fatturato mai realmente realizzato.Più in generale, se un libero professionista o un’azienda emette una fattura che, per vari motivi, il cliente non riesce ad onorare, comunque le imposte legate a tale fattura dovranno essere versate con ovvie conseguenze di liquidità.

Altro grosso problema è l’asseverazione dell’IVA, abbassata da 15’000€ a 5’000€, un impedimento che lo Stato mette soprattutto nei confronti dei piccoli artigiani. Questo è un modo - non tanto gentile – da parte dell’agenzia delle entrate di suggerire agli imprenditori di non provare a chiedere di compensare con lo stato centrale le imposte da versare con i crediti posseduti, perché si riserva il diritto di farvi un controllo. Si potrebbe dire che se un'azienda è in regola non deve temere nulla, ma non è così, molti professionisti, artigiani e aziende sono in difficoltà quando devono dimostrare la propria correttezza a causa della quantità mostruosa di norme presenti. Capita spesso che perfino tra dirigenti pubblici non ci sia una unica valutazione; in più, per fare l’asseverazione, bisogna pagare un professionista per motivi di certificazione, ad un costo di circa 1000/1300 €.

Ci sarebbero moltissimi altri esempi di quanto questo stato porti all'esasperazione i contribuenti.

Il versamento anticipato dell’iva è un’altro esempio di come lo stato italiano possa portare all’esasperazione partite iva e piccole-medie imprese. Una tassa che lo Stato chiede su un ipotetico fatturato per l’anno successivo, un assurdo tutto italiano. Immaginate che un dipendente, a novembre 2018, debba versare anticipatamente una parte delle tasse sull'intero anno lavorativo 2019. Speriamo che non perda il posto di lavoro, perché se così fosse, avrà dato soldi non dovuti allo stato per i mesi che non ha lavorato. Lo stato compenserà con il dipendente solo quando troverà lavoro, non prima, ovviamente se rimane in Italia, non se trovasse lavoro all’estero.

Credo che Sanca debba ripensare il modello di tassazione per il Veneto. Va studiato un sistema equilibrato per tutti i soggetti fiscali e che preveda livelli minori di tassazione.

Credo che Sanca debba considerare l’eliminazione di tutti bonus fiscali che non fanno altro che aumentare la schizofrenia del sistema fiscale. La possibilità invece di detrarre il più possibile aiuterebbe a far emergere il sommerso, dato che tutti sarebbero incentivati a chiedere ricevute, per esempio al maestro che fa ripetizione (sempre nero è), all'artigiano che lavora con i privati e lo scontrino al bar o ristorante.

Sono convinto che l'ideale, anche dal punto di vista “psicologico”, sarebbe che il livello di tassazione complessivo non superasse una percentuale di circa un terzo.

Lo Stato non dovrebbe essere, come nel caso dell’Italia, un socio alla pari o addirittura di maggioranza in una organizzazione imprenditoriale o di liberi professionisti. Esso dovrebbe fare da controllore nel sistema e punire severamente chi evade, chi corrompe o chi fa concorrenza sleale; in altre parole, lo Stato dovrebbe essere arbitro imparziale e severo e non un giocatore fra gli altri. Il giocatore lo dovrebbe fare solo dove il privato non riesce o non può arrivare, o per garantire alcuni servizi fondamentali ai cittadini.

Per far si che il nostro sistema dia margine di movimento agli imprenditori, sopratutto a quei giovani che vogliono ideare nuovi prodotti e servizi, e innovare il mondo che ci circonda, servono poche regole, ma chiare. Oggi come oggi, in Italia è una vera impresa fare impresa.

Considerazione finale, la speranza di tutti noi è che si raggiunga una autonomia fiscale per tutte le regioni italiane, non solo per il Veneto, perché così si potrà creare competizione tra PA, facendo sì che migliori l'efficienza per i cittadini. L'autonomia fiscale deve però anche significare responsabilità, senza uno stato che ripiana continuamente i debiti delle regioni meno virtuose.

Emanuele Maria Dal Lago


Per approfondire:

La Stampa: La mappa dell'evasione fiscale in Italia.

Il Sole 24 ore: Corte conti: in Italia cuneo fiscale 10 punti sopra la media Ue. Tasse sulle imprese 25 punti sopra la media Ue.

Il Sole 24 ore: Con il modello TR sottoscrizione rigorosa.

Radio 24: Sicilia, 52 miliardi di tasse non pagate.

Corriere del Veneto: Lo stato non paga il deposito "mi devono 400 mila euro".

Economia Italia: Evasione fiscale nel mondo: i paesi dove si evadono più tasse.

Rischio Calcolato: Evasione Fiscale: stima del livello di ogni Regione Italiana e degli Stati Europei.

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