Venezia e Mestre

Uno dei temi che probabilmente coloreranno la scena politica veneziana nel 2015 sarà quasi sicuramente il Referendum per la separazione Venezia e Mestre.

L’argomento è comunque noto al pubblico locale in quanto sarebbe la quinta volta che i cittadini vengono chiamati a dire la loro in merito; la prima fu nel 1979 (si: 27,61%, no: 72.39%), la seconda nel 1989 (si: 42.2%, no: 57.8%), la terza nel 1994, dove i si arrivarono al 44.43% contro i no che si stabilizzarono su un 55,57%; l'ultima volta, nel 2003, il tema venne fatto passare sotto silenzio e non si raggiunse il quorum partecipativo.

 

Analizzando queste cifre è evidente che la percentuale di favorevoli all'autonomia è sempre cresciuta negli anni, nell'ultima consultazione, inoltre, la percentuale di partecipanti è sempre diminuita, tale scarsa affluenza, dimostra la poca fiducia dei cittadini nei confronti delle proposte delle forze politiche contrarie all'autonomia, dall'altro dimostra che i cittadini non hanno ancora piena coscienza dell’importanza di un referendum di questo genere per Venezia. Tutti i mass media locali hanno sempre presentato l'autonomia come una volontà della terraferma di separarsi da Venezia, ignorando che esiste una forte percentuale di abitanti della città storica che si vuole liberare della terraferma (il movimento è nato proprio nella città insulare) e nel penultimo referendum la voglia di autonomia è stata clamorosamente stoppata a Mestre (-0.35 punti ), mentre a Venezia è aumentato di oltre 6 punti in soli 5 anni.

"Ho ritenuto di non esprimere un giudizio di meritevolezza sul referendum – ha dichiarato Zappalorto - proprio perché il commissario straordinario non deve assumersi una responsabilità preminentemente politica e quindi non può dire sì o no alla separazione di un comune, poiché questa decisione non appartiene al novero degli atti che possono essere fatti da un commissario."

Questa la frase del commissario che lascia presagire tempi non proprio risicati per la data del quinto referendum, anche perché è stato sostenuto dal Commissario e da uno degli uffici tecnici del consiglio regionale che la legge regionale sulla separazione del comune non sia possibile in un contesto di città metropolitana che invece è regolamentato dalla legge dello stato centrale. Tesi, questa, smentita dal Comitato del Sì e dal Consiglio Regionale, in attesa del pronunciamento di autorevoli costituzionalisti e della Corte costituzionale.

Sanca Veneta sostiene questo referendum, come quello consultivo proposto con la legge regionale n°16 del 19 Giugno 2014, perché questi esercizi di democrazia DEVONO essere i punti il più alti della politica, oramai dedita a meri interessi oligarchici e privatistici. 

Sanca Veneta, però, non vuole esprimere un parere in merito alla separazione, ma intende con due interviste, una al rappresentante del movimento per il SI, Stefano Chiaromanni e l’altra al giovanissimo consigliere comunale Simone Venturini, approfondire quali potrebbero essere i pro e i contro di una separazione storica non solo per la città stessa ma per tutto il Veneto.

La realtà è che Mestre e Venezia non hanno alcunché in comune, essendo l'una città di terraferma, l'altra lagunare. Al contrario, unite, si sono sempre annullate e depotenziate a vicenda, omologandosi verso il basso. Venezia deve tornare ad essere la città unica, patrimonio mondiale, che è sempre stata, non più sfruttata dal solo turismo mordi e fuggi e spopolata, necessitando di serie politiche per favorire la residenzialità, oggi in preoccupante e continuo calo, possibilmente anche con l'attribuzione di uno Statuto speciale.

Venezia continuerà a essere capoluogo regionale perché tale attributo non dipende dal numero di abitanti, come testimoniato da Trentino-Alto Adige, Abruzzo e Calabria.

Mestre, dal canto suo, ha enormi potenzialità, a partire dalla sua vocazione ad essere intersezione di scambi e delle principali direttrici e strade del Nordest. E, invece, Mestre è sempre stata male amministrata, essendo spesso relegata in secondo piano rispetto ad una vicina straordinaria e unica al mondo ma, proprio per questo, ingombrante, quale Venezia.

L'attuale situazione necessita, quindi, di una rapida inversione di tendenza. È il momento giusto. Come testimoniano le oltre 9.000 firme raccolte dalla proposta autonomista (mai così numerose le volte precedenti), tanti cittadini e cittadine hanno superato inconsistenti pregiudizi ideologici. Mestre e Terraferma desiderano un sindaco che si dedichi a tempo pieno alla città e che potrà finalmente affrontare i gravi problemi di degrado, di assenza di strutture culturali e sportive accoglienti, di carenza di identità storica, culturale e sportiva, di mancanza di servizi e indicazioni utili ai turisti.

La Città metropolitana di Venezia, ente sovracomunale pienamente compatibile con il referendum autonomista, avrà poco senso senza un Comune di Mestre unito e forte al proprio interno, assieme agli altri 44 della provincia. Parliamo di un Comune di Terraferma perché autosufficiente per omogeneità interna e risorse e perché non esiste, allo stato, alcun'altra proposta di legge, ma nulla osterebbe a valutare forme di autonomia, ad esempio per Marghera.

L'attuale Comune unico di Venezia, invece, è indebitato fino al collo e nel 2015, come ha affermato il Commissario Straordinario Zappalorto, rischia il default. Non ci sono più risorse per gestire una struttura così elefantiaca e dispersiva, che costa 11.700.000 € per le sei municipalità, 4.500.000 € per la giunta e 9.000.000 € per il consiglio comunale. Un recente studio patrocinato dalla Provincia su dati Unioncamere- Eurosportello ha dimostrato che due Comuni di 180.000 e 90.000 abitanti consentiranno un risparmio annuo di 119.000.000 €, per struttura e personale politico, rispetto all'attuale Comune Unico.

Tutto questo senza contare l'auspicata miglior amministrazione e la maggiore attenzione di cui godranno, giocoforza, gli abitanti di ciascuna delle due realtà omogenee. Ormai abbiamo l'esempio di Cavallino-Treporti, resosi autonomo da Venezia con un analogo referendum nel 1998, e che ha già un bilancio invidiabile, tanto da poter intervenire con Actv per abbassare i costi degli abbonamenti ai propri abitanti rispetto a quelli di Venezia (Gazzettino 31/12/2014) e da essere, nel 2014, il terzo Comune italiano per capacità di attrarre fondi per l'edilizia scolastica. I cittadini di Cavallino, da noi intervistati, hanno dichiarato che mai tornerebbero in Comune di Venezia, perché hanno, ora, un sindaco più vicino, più servizi e meno tasse. Inoltre, Cavallino-Treporti ha vinto tre gradi di giudizio contro il Comune di Venezia e avrà diritto ad una percentuale dell'avanzo di esercizio degli ultimi bilanci.

Come a Cavallino, se voteremo sì, due città, Mestre e Venezia, ci ringrazieranno.

Stefano Chiaromanni

No alla separazione: Perché?

Sono vari i motivi che mi portano a sostenere l'inutilità della separazione amministrativa tra Venezia e Mestre. Cerco di elencarli molto sinteticamente.

Le spinte alla separazione arrivano sia da Mestre che da Venezia. Molti mestrini ritengono che Venezia riceva più soldi e sia privilegiata rispetto alla terraferma. Molti Veneziani sostengono esattamente il contrario, è Venezia ad essere penalizzata nella distribuzione delle risorse con la terraferma. Di fatto, ognuno di noi ritiene di essere penalizzato rispetto al vicino di casa ma nessun dato lo conferma. Questo "campanilismo" non si risolverebbe nemmeno con la separazione. Sicuramente gli abitanti della Cipressina lamenteranno di essere penalizzati, indicando gli abitanti di via Poerio come privilegiati. Idem per i cittadini di Cannaregio nei confronti dei residenti di Dorsoduro.

Spesso, si corrobora la tesi della separazione elencando numerosi episodi di cattiva gestione del Comune o scelte amministrative sbagliate (Il Tram, Calatrava, l'Ovovia, Il degrado etc.). La risposta in questi errori viene individuato nella separazione. Tutto ciò rappresenta un errore. Si sovrappone il piano della geografia amministrativa al piano della qualità degli amministratori. Se i comuni fossero stati divisi, probabilmente, il personale politico sarebbe stato presumibilmente lo stesso, solo ripartito in due enti. I nomi, i partiti, la classe dirigente non sparisce se si cambiano i confini geografici. Per comprenderlo basta studiare la composizione delle Municipalità e i nomi dei rispettivi presidenti e delegati.

Due comuni, inoltre, significano più spese, duplicazione di funzioni, di uffici.

La separazione amministrativa implicherebbe, inoltre, numerosissime criticità relative alla separazione del Patrimonio Comunale (basta pensare alle controversie ancora in atto con il Cavallino) alla ripartizione delle partecipazioni nelle società di servizi (ACTV, Veritas etc).

Esistono poi tre questioni più profonde che mi fanno propendere per il no.

In primis, non è chiaro chi dovrebbe far parte del Comune di Mestre. Marghera può identificarsi sotto le insegne del Comune di Mestre? E Favaro Campalto? E se non dovessero identificarsi? Creiamo 5 comuni?

In secundis, la separazione amministrativa significherebbe anche mettere a rischio lo status di capoluogo (dal punto di vista sostanziale). Con la separazione Venezia perderebbe la popolazione necessaria per essere considerata grande città (già oggi ai minimi) e Mestre perderebbe il prestigio derivante dalla Monumentalità e storia Veneziana. Come si riuscirebbe a giustificare la permanenza delle principali sedi di rappresentanza e non degli enti statali, delle Corti d'Appello, delle aziende private in uno dei due comuni? Sedi che da tempo fanno gola a Padova e ad altri capoluoghi provinciali?

Infine, esiste un problema di scala. Le principali scelte strategiche che il Comune di Venezia deve compiere, spesso, riguardano questioni di scala provinciale, regionale o nazionale. Già oggi, il Comune di Venezia è paradossalmente troppo piccolo. Venezia e Mestre ospitano infrastrutture, realtà economiche, aree produttive e commerciali che richiedono degli orizzonti ben più ampi dei confini municipali. Separare ulteriormente i comuni significa rinunciare alla capacità di questo territorio di essere protagonista delle scelte di un'intera regione. E se finora non lo è stato, non è di certo per colpa dei confini amministrativi comunali, ma per la qualità della classe politica e quest'ultima non cambia modificando i confini.

Simone Venturini

Emanuele Bòrasca

Ultima modifica ilGiovedì, 29 Gennaio 2015 16:41

Bio

Laureato in Architettura allo IUAV di Venezia.

Architetto libero professionista.

Passioni

Viaggi, Moto, Cultura, Storia e Geopolitica.

Luoghi 

Vive a Mestre.