DI PLEBISCITO, TRUFFE E UNITÀ

INTRODUZIONE. Vogliamo commentare sulla recente distribuzione da parte della regione Veneto del libro "1866, la grande truffa" di Ettore Beggiato. Una spesa di 900 euro che ha fatto sollevare l'opposizione in regione, i mezzi di informazioni e le forze centraliste italiane più di ogni altro scandaloso project financing multimilionario o caso di corruzione. Premesse tutte le legittime critiche a Beggiato e all'istituzione regionale, che distribuisce un testo marcatamente politico (non per contenuto ma per forma), ci sembra che le forze già nominate ci abbiano fornito un classico esempio di: "non voglio che questa storia sia raccontata, non rientra nella mia narrazione" - una gran brutta figura. Allo stesso tempo, non condividiamo il torcicollo verso il passato di molta parte dell'indipendentismo tradizionale. Seppure riteniamo essenziale che si costruisca una nuova riflessione ed un più serio approfondimento relativamente alla storia veneta, crediamo che, anche come sovranisti veneti, i problemi fondamentali che oggi dobbiamo affrontare siano i problemi propri del 21esimo secolo come la crisi climatica, la gestione dei flussi migratori, la protezione dei dati personali da multinazionali e governi autoritari etc, e non certo pianificare spedizioni navali a Lepanto o cacce ai pirati uscocchi. In poche parole, occhi fissi verso il futuro con uno sguardo critico al passato.
 
A centocinquant’anni dall’annessione del Veneto all’Italia il “plebiscito” con cui si sancì l’unione di Venezia al neonato Regno d’Italia fa ancora discutere.
 
Lo abbiamo visto anche dalle decine di polemiche scaturite sui giornali, alla cui origine sta la distribuzione da parte della Regione Veneto alle biblioteche di un libro che parla di “plebiscito truffa”. A prescindere dalle fonti utilizzate e dal significato politico del libro e della sua distribuzione, è utile fare una riflessione sul 1866 e sul Risorgimento tutto.
 
Partiamo dai “plebisciti”, con i quali grandi porzioni della penisola hanno sancito o confermato la loro annessione. Come si svolgeva un plebiscito e chi votava? Si trattava di un atto di legittimazione, un atto politico e propagandistico, con il quale si confermava un accordo diplomatico già preso. A confermare ciò sono le modalità del plebiscito: il suffragio universale maschile e le dubbie modalità di voto
 
Qualcuno potrebbe pensare che si trattava di un atto di grande democrazia, ma bisogna anche tener conto che si trattava pur sempre del XIX secolo e che quindi gran parte delle masse erano analfabete. L’elite intellettuale e nobiliare si allineava all’onda romantica che aveva investito l’Europa ottocentesca, mentre il resto della massa votante era facilmente influenzabile, in quanto illetterato e ignorante. 
 
Non è un caso che le percentuali a favore dell’annessione fossero a dir poco “bulgare”, tanto che in Veneto, ad esempio, su oltre seicentomila votanti si espressero come contrari solo in sessantanove (69!). Pensare che così tante persone fossero a favore dell’unità italiana sotto la corona sabauda è decisamente irreale
Pertanto, indignarsi perché i plebisciti non erano “democratici” è inutile, visto che parliamo di un periodo in cui i valori democratici per come li conosciamo oggi non esistevano. Tuttavia, per gli stessi motivi, esaltarli è solo retorica unionista e nazionalista
 
Aggiungiamo poi il fatto che la guerra del 1866 fu una sconfitta netta per l’Italia, il Veneto fu ceduto dall’Austria alla Francia (intermediaria), che poi lo girò all’Italia. Gli Asburgo si rifiutavano di cedere territori ai Savoia, in quanto non si consideravano sconfitti da loro. In sostanza, quella guerra fu vinta dagli alleati Prussiani a Sadowa, tutto il resto per il Regno d’Italia fu una sequela di umiliazioni.
 
In secondo luogo, il Risorgimento è un fenomeno complesso, vissuto da ogni parte della penisola in maniera diversa e in tempi diversi. L’unico sentimento realmente dominante tra la popolazione a un certo punto era la delusione. E non si parla soltanto della delusione di “chi non voleva l’Italia”, ma soprattutto di “chi voleva un’Italia diversa”, a partire da chi viveva in meridione e si è visto schiacciare con le tasse sul macinato e con l’occupazione militare, passando per coloro che sono dovuti emigrare per avere una vita degna e, in particolare, i repubblicani, ovvero coloro che sognavano un’Italia unita e repubblicana, magari federale, e che alla fine si sono ritrovati sudditi di una famiglia di origine francese.
 
Tra i più critici nei confronti del Risorgimento ci furono personaggi della caratura di Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci: il primo, antifascista e federalista, si scagliò appunto contro il centralismo e contro le classi dominanti dell’Italia unita, responsabili delle distruzione del Mezzogiorno e della mancata democratizzazione del paese; il secondo, marxista, lo definiva in sostanza un’occasione persa per fare una rivoluzione agraria, denunciando ancora una volta i soprusi delle classi dominanti nei confronti di proletari e contadini, in particolare meridionali. Esaltare quel momento storico, può essere quindi definita una “cosa di sinistra”?
 
Aggiungiamo inoltre che la cosiddetta unità d'Italia era una questione che faceva gola ad una vasta rappresentanza della nascente classe industriale. Molti “imprenditori” veneti, che poi per inciso diventeranno senatori o deputati del neonato Regno d'Italia, spinsero fortemente i loro “pari classe” a votare per la stessa unità durante il plebiscito. Figure come il conte Alessandro Rossi (tanto per fare un esempio), pioniere dell'industria laniera nel Veneto, capì immediatamente che l'unità d'Italia andava fatta, non per spirito nazionalistico ma per puro calcolo finanziario ed imprenditoriale. Il liberare nuovi mercati per il nascente capitalismo italico, era un'occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire, considerando anche il fatto che saldando l'asse monarchico-borghese-finanziario, si sarebbero definitivamente messe all'angolo quelle aspirazioni fortemente democratiche (nel senso moderno del termine) e popolari, nonché quelle federaliste che comunque esistevano e resistevano durante e dopo il “risorgimento” italiano. 
 
Vien da fare un appunto critico a coloro che oggi distribuiscono un libriccino di un ex assessore della giunta regionale del Veneto, diventato oggi funzionario a tempo pieno di un movimento ondivago e compromesso con chi, gettando fumo negli occhi dei Veneti, straparla a volte di federalismo, a volte di autonomia e a volte ancora di indipendenza per lasciare, in combutta col potere romano-centrico, tutto com'è.
 
Un appunto che, a parte lo scarno supporto storico e storiografico del libro succitato, a sentir certi “storici” parlare di plebiscito ci si rende conto che gli stessi che spinsero per l'unità d'Italia nel 1866 sono molto probabilmente dietro, mutatis-mutandis, a chi fortemente detiene il potere nella nostra regione, così carica di speranze ma così povera di ideali coerenti con un sano indipendentismo culturale, politico e soprattutto sociale.
 
Renzo Vendrasco, Giovanni Novello
Ultima modifica ilMercoledì, 02 Novembre 2016 11:04

Bio

Laureando in Lingua Araba e Turca alla SOAS (School of Oriental and African Studies).

Contemporaneamente attivo nel Settore Alberghiero.

In passato Volontario per diverse associazioni venete (settore terza età e disabilità) e collaboratore per alcune Riviste Online.

Passioni

Viaggi, Lingue, Geopolitica ed Economia.

Luoghi

Momentaneamente vive a Londra.

In passato ho vissuto tra Vicenza, il nord della Francia, Bergamo e Venezia.