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Sanità - Non tutto è oro quel che luccica!

 

Non tutto è oro quello che luccica.

Anche nel lustro della sanità veneta ci sono aspetti opachi che meritano una riflessione seria. Il Piano Socio Sanitario Regionale 2019 – 2023 in discussione in questo periodo a palazzo Balbi dà l’occasione per evidenziare alcune criticità che non possono essere cancellate né da indicatori molto buoni rispetto alla media nazionale, né da costanti autocelebrazioni che Zaia, Mantoan e Coletto praticano, in consonanza con la politica dell’annuncio di matrice italiana. La promozione dell’Assessore Regionale Coletto – in origine uomo del garante della sanità privata veneta Tosi - a Sottosegretario alla Sanità è stata un’altra occasione di autoincensazione: siamo talmente bravi che chiamano i nostri a mettere a posto le cose a Roma. Questa l’ormai ripetitiva antifona.

Eppure i problemi ci sono. Innanzitutto manca, un paio d’anni dopo la genesi del nuovo assetto sanitario regionale, un bilancio credibile. L’accorpamento delle Ulss e l’istituzione dell’Azienda Zero dovevano essere più o meno la panacea di tutti i mali, ciò che avrebbe permesso alla Sanità veneta il risparmio di una quantità spropositata di danaro da reinvestire (qualcuno all’epoca si azzardò a menzionare risparmi di 70 milioni l’anno).

All’oggi invece di quello sbandierato efficentamento non si vede traccia. Dovevano essere accorpate o tolte delle poltrone – in ottemperanza alla lotta alla casta da tempo in voga a parole – e invece la creazione del carrozzone “Azienda Zero” ne ha create di nuove, con l’aggravante che le funzioni che dovevano essere arrogate a quest’ultima sono sostanzialmente rimaste in capo alle singole Aziende ULSS. Guai a mettere in discussione il Governatore, perciò è passato quasi in sordina l’operazione assurda che anziché rendere provinciali le ULSS ne ha lasciate due in più (nel veneziano e nel vicentino), probabilmente come pagamento dell’obolo ad alcuni feudi e rappresentanti politici (Finco e Donazzan nel bassanese, Forcolin nel sandonatese).

Grande è la confusione sotto il cielo, e il PSSR non contribuirà a dipanarla. Anzi. Quei buoni intenti predicati nel precedente Piano sono rimasti lettera morta. La territorializzazione della cura e dell’assistenza sono poco più che una buona intenzione, nonostante l’impegno a realizzare l’80% delle strutture intermedie entro il 2018. La Giunta Regionale infatti non ha cantierato quasi nulla di quanto preventivato: né l’istituzione delle medicine di gruppo integrate (salvo qualche raro caso), né i cosiddetti ospedali di comunità o le Unità di Riabilitazione Territoriale. Tutto rimasto tra i buoni propositi di umanizzazione delle cure che avrebbero dovuto portare ad una istituzione di 1,2 posti letto in strutture intermedie ogni 1000 abitanti, sgravando così sull’ospedalizzazione acuta. E invece no: non si territorializza la sanità ma si producono schede che tagliano comunque il numero di posti letto ospedalieri per acuti un po’ ovunque.

Non sono banalità queste, specie a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione e di quello scenario sociale che dice che ci ammaliamo di più, riusciamo a guarire di più, viviamo più tempo di vita in condizioni di disabilità rispetto ad un tempo. Una questione sì sanitaria, ma non di meno una questione sociale, che imporrebbe la salvaguardia dello storico modello veneto, quello che teneva legate sanità e sociale, mettendo al centro i bisogni della persona. Un modello messo però a rischio da più parti, a partire dal disinvestimento sul personale per continuare su alcuni discutibili pezzi della riforma sulle IPAB.

Infine, non di meno, va ricordato che la sanità veneta sta in piedi grazie al suo personale. L'ultimo sciopero dei medici è un sintomo del disagio presente tra gli operatori sanitari. Più della metà dei camici bianchi veneti hanno più di 50 anni, il loro numero complessivo è diminuito nel corso degli anni aumentando non poco il carico di lavoro e deteriorando l’efficacia della cura e dell’assistenza. Per di più la Regione – alla faccia dell’Autonomia – non mette un centesimo delle cosiddette RAR (Risorse Aggiuntive Regionali) ad integrazione dei salari dei lavoratori, ringraziati da Zaia ad ogni occasione. Così si impongono TAC di notte e prelievi alla domenica, ma senza mettere un centesimo di euro in più ad integrazione degli straordinari. Solo pacche sulle spalle e ringraziamenti che fanno il paio ad annunci ed autocelebrazioni.

I problemi, invece, basta fingere di non vederli.

 
Ultima modifica ilMartedì, 15 Gennaio 2019 12:39
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