Riorganizzare il sistema tributario in ottica federativa

 

È ora di riconoscere l'inefficienza dell'attuale regime fiscale italiano, ostile al contribuente e incapace di aiutare concretamente i territori meno abbienti. I suoi problemi non si possono risolvere mettendo l'ennesima toppa, servono invece una vasta opera di riforma in senso federale che stabilisca in modo chiaro le competenze tributarie tra i livelli amministrativi, e una lotta serrata contro evasione, corruzione e attività criminali.

Bisogna prendere atto di una realtà: la tassazione in Italia è inefficiente. Non è possibile che a fronte di una tassazione elevata, il gettito sonante rimanga insufficiente a sostenere le spese base di uno stato moderno. Vi è una sistematica elusione ed evasione degli obblighi di contribuzione tributaria, provocata dalla complicità tra la malafede del cittadino sleale e un sistema fiscale poco chiaro, ostile al contribuente onesto e poco repressivo verso il furbetto. Inoltre, l’attuale sistema perequativo non è stato in grado, in più di un secolo, di dare ricchezza e accompagnare lo sviluppo dei territori più sfortunati. Per pretendere il 43% del proprio reddito, bisogna mettere nelle condizioni il contribuente di conoscere le regole del gioco.

Una riforma tributaria del paese

È arrivato il momento di stilare seriamente una riforma tributaria del paese, interrompendo la brutta abitudine di mettere continue toppe ad un sistema impositivo che non riesce a stare al passo con l'economia moderna. Una riforma orientata verso maggiore equità e chiarezza che rimetta mano all'intero sistema del prelievo.

Bisogna insomma dare corpo ad un serio federalismo fiscale, che non è quello slogan impropriamente utilizzato da taluni come sinonimo di tenere i soldi per sé, bensì è, utilizzando le parole dell’economista Wallace E. Oates, la determinazione di quali competenze e strumenti fiscali funzionino meglio centralizzati e quali siano più efficaci nella sfera dei livelli decentrati. Insomma, si tratta semplicemente di applicare i principi di autonomia, sussidiarietà ed efficienza caratteristici del federalismo al regime fiscale.

La riforma del titolo V della Costituzione introdotta nel 2001 guardava nella giusta direzione, mirando tra le altre cose a lasciare agli enti locali le risorse necessarie per migliorare la gestione dei servizi sul territorio. Purtroppo però la riforma non è stata che una correzione parziale di un sistema di radice centralista, che ha generato confusione tra gli ambiti decisionali dello Stato e delle Regioni nella complessa dinamica di assegnazione delle funzioni amministrative. Inoltre, dopo quasi 20 anni, lo stato non ha ancora integrato pienamente la riforma, mancando di definire con chiarezza i livelli essenziali di prestazione (Lep) delle funzioni fondamentali assegnate ai comuni, tra cui rientrano, ad esempio, trasporto pubblico comunale, smaltimento dei rifiuti, servizi sociali. Senza i Lep non è possibile stabilire in modo chiaro quali comuni non riescono a garantire questi servizi, così da poter indirizzare in modo efficace i fondi perequativi.

È necessaria perciò una ridefinizione completa e puntuale delle competenze tributarie tra i vari livelli amministrativi, tra i quali dovrebbe rientrare anche l’Europa, con basi imponibili coerenti con i compiti di spesa di ciascun ente.

Bisogna inoltre insistere sulla lotta ad altri fenomeni particolarmente diffusi: l'evasione, la corruzione e la criminalità organizzata. Ogni anno l'Unione Europea perde per corruzione la cifra da capogiro di 904 miliardi di euro di prodotto interno lordo. Nella sola Italia, si stima che questi fenomeni pesino complessivamente tra il 12,6% e il 13% del PIL, ossia tra i 208 e i 236,8 miliardi di euro all'anno. Non è dunque una critica che sta sulle nuvole, ma tocca la vita concreta di ogni singolo cittadino europeo. Lottare contro di essi non solo è un atto moralmente giusto e dovuto, ma è anche economicamente vantaggioso.

 

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