Blog (128)

Venetismo Arcobaleno

Qualche giorno fa siamo stati definiti Venetismo Arcobaleno. Nonostante non fosse inteso come complimento, questo tratto qualificativo ci rende particolarmente contenti, per cui lo facciamo nostro ;)

Alla vigilia del Gay Pride di Treviso, a cui parteciperemo con un centinaio di Gonfaleni, abbiamo posto cinque domande ad Antonio Monda, uno degli organizzatori del Pride con il quale siamo stati in contatto in questi mesi. Gli abbiamo posto alcune domande che speriamo possano far riflettere e avvicinare due mondi che spesso sono stati lontani, ma che condividono più di quello che sembra ad una frettolosa analisi.

Rinnovandovi l'invito a partecipare alla Parata il 18 di Giugno, vi consigliamo la lettura :)

In Scozia il movimento LGBT collabora e partecipa con gli Indipendentisti con reciproco beneficio. In veneto i due movimenti rimangono ancora distanti, tuttavia entrambi si fondano sul concetto di AUTODETERMINAZIONE, individuale e di comunità. Vorrei una vostra riflessione libera su questo principio comune.

Quando si parla di autodeterminazione in relazione alle persone, ci si riferisce a un concetto che può essere riassunto, forse in modo semplicistico, nella libertà di scegliere per se stessi in maniera autonoma ed indipendente, rivendicando la totale autonomia da interferenze esterne alla sfera individuale.

Lo stesso concetto di autodeterminazione può riferirsi ad un popolo. A volerla fare (molto) semplice, le norme internazionali sanciscono il diritto, in capo ad un popolo sottoposto a dominazione straniera, ad autodeterminarsi ottenendo l'indipendenza. Ma come si identifica un popolo? Si guarda alla storia? E se si quanto indietro nel tempo è permesso andare? Si guarda alle tradizioni? Alla lingua? A fattori genetici? Al legame con il territorio? Forse questi sono criteri tutti concorrenti. Credo però che in ultima analisi il sentimento identitario sia più soggettivo che oggettivo.

Ciò che, secondo il mio modesto parere, dovrebbe caratterizzare l'autodeterminazione della comunità LGBT e l'autodeterminazione di un popolo è la presa di distanza dalla rivendicazione di un'identità escludente: saremo anche tutti diversi nelle varie caratteristiche che ci contraddistinguono, eppure allo stesso tempo siamo tutti parte di una più grande comunità e l'obbiettivo non è la rivendicazione di spazi separati ma una società inclusiva in cui condividere lo stesso spazio. E dunque un popolo ha diritto di rivendicare la propria identità ma non di chiudersi in nuovi confini escludendo lo straniero.

Se esiste, cosa non vi piace dei movimenti autonomisti/indipendentisti veneti?

Ho scoperto recentemente che sono molti di più di quelli che conoscevo. Di alcuni di loro non mi piace la decisione di chiudersi all'altro, l'ignoranza della storia veneziana, la mancanza di un progetto politico serio: è forse il motivo per cui non si arriverà mai ad un referendum come quello scozzese e forse nemmeno ad una consultazione come quella catalana.

L'Italia è ancora un paese immaturo sul campo della parità di diritti. Appare chiaro che a porre i freni maggiori sia una minoranza e tuttavia si parla di regole che non modificheranno la vita di tutti, ma solo di chi si riconosce non etero, come si vince questa battaglia?

L'unica strada credo sia l'abbattimento del muro della diffidenza e del pregiudizio. Spronare la gente a conoscere il mondo e le persone LGBTQIA+, creare occasioni di confronto e di approfondimento, coinvolgere il maggior numero possibile di soggetti, fare rete con le associazioni. Le battaglie si vincono solo se si hanno buoni alleati e armi vincenti.

Il Veneto è un territorio per certi versi conservatore, ma vi è una rete di volontariato e di associazioni, che si occupano di sociale, molto vasta e variegata. Vorrei che sfataste o confermaste questo stereotipo: le terre marciane sono un luogo accogliente o refrattario per i gay?

Alcune delle associazioni che si occupano di sociale rappresentano una malriuscita interpretazione del principio per cui noblesse oblige da parte di chi aspira o crede di rappresentare un'élite differenziandosi dal resto dei cittadini. Quindi direi che l'essere conservatori non è sempre l'opposto dell'essere membri attivi del volontariato e dell'associazionismo. Detto ciò però non credo che il Veneto sia ancora così conservatore: abbiamo certamente beneficiato del contributo delle nuove generazioni. È anche vero che la realtà delle provincie non è la stessa delle città di capoluogo. Non credo si possa fare un discorso generico.

Nell'ipotesi di un referendum serio sull'indipendenza del Veneto, quali sono i motivi che vi spingerebbero a votare per il no?

La transizione verso l'indipendenza non sarebbe un passaggio semplice e le conseguenze economiche, sociali e politiche potrebbero verosimilmente essere disastrose. È perfino difficile fare una prognosi perché lo scenario mi sembra poco probabile. Al movimento - pardon, a gran parte del movimento - mancano le basi culturali e le conoscenze storico-politiche per far ben sperare.

 

 

Leggi tutto...

HATERS GONNA HATE

In questi giorni sui nostri spazi online chi ci segue avrà sicuramente notato una reazione decisamente accesa da parte di alcuni “tradizionalisti” alla nostra operazione Gonfaleno, con cui parteciperemo numerosi al Treviso Pride 2016.

Per coloro che non avessero avuto il tempo o la voglia di seguire il vortice di retrogrado turpiloquio che si è creato sulle pagine social di Sanca e dei suoi membri, facciamo un breve riassunto.
Le principali critiche che ci vengono mosse sono:

- caldi consigli al pentimento e a calibrare il nostro comportamento secondo il gusto morale della Venezia del '400

- l'accusa di pervertire un glorioso passato prono ai dettami più rigidi della cristianità cattolica

- l'accusa di peccare contro una non meglio specificata ed immutabile tradizione della Repubblica Veneta.

Non ci dilungheremo in lunghe filippiche e ci limiteremo a rispondere punto per punto che:

- consigliarci di imitare il passato semplicemente in quanto tale, anche non fosse il lontano '400, è una cagata pazzesca.
Ciò che ha reso la Serenissima Repubblica migliore nei secoli è sempre stato il suo essere decine di anni avanti alla sua epoca ed è esattamente questa la migliore ispirazione che possiamo trarne.
Vogliamo tornare ad essere un'avanguardia dell'occidente, non la sua chiusa periferia.

- per quanto riguarda il ligio rispetto del cattolicesimo ci limitiamo a ricordare che siamo stati la nazione più scomunicata della storia umana e che, per quanto l'indiscutibile cristianità dei nostri avi non sia in discussione, essa era sempre subordinata alla pubblica ragion di stato come ci ricorda il buon papa Pio II nel 1461: 

Vogliono apparire cristiani di fronte al mondo, ma in realtà non pensano mai a Dio e, ad eccezione dello stato, che considerano una divinità, essi non hanno nulla di sacro, né di santo. Per un veneziano, è giusto ciò che è buono per lo stato, è pio ciò che accresce l'impero; misurano l'onore in base ai decreti del Senato, e non secondo un modo corretto di ragionare.

- infine opiniamo che da buoni patrioti certamente crediamo che la celebrazione di una tradizione sia di fondamentale importanza ma allo stesso modo ci ricordiamo che nessuna tradizione è immutabile e il Veneto di oggi somiglia ben poco a quello di 100 anni fa, figuriamoci prima. Ragionassimo allo stesso modo dovremmo augurarci che le prostitute si affaccino ancora a tette nude dai balconi e gli evasori fiscali siano fustigati sulla pubblica via ma abbiamo il sospetto che per queste misure il fervore sarebbe minore.

Chiudiamo dicendovi che siamo profondamente contenti di quanto ci è stato detto, perché ha un immenso valore simbolico.
Il Veneto che vogliamo costruire è fatto di un percorso comune insieme a tutti coloro che lo abitano ed oggi ci è stato dato un assaggio di quello che i nostri fratelli e sorelle omosessuali sperimentano ogni giorno.
Ringraziamo di cuore chi ci ha confermato di nuovo che siamo sulla strada giusta e ci ricorda perché marceremo tutti uniti il 18 giugno a Treviso: haters gonna hate!

Leggi tutto...

Dopo la Scozia… un'Europa Federale?

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questo articolo, che valuta la situazione europea discutendo della crescita degli indipendentismi, ed ho ritenuto sarebbe stata un ottima lettura da proporre ai lettori di Sanca. Vi accorgerete che l'articolo parte dalla risultato del referendum Scozzese per l'indipendenza e non prende in considerazione quello sulla brexit. L'articolo risale in effetti ad ottobre 2014 e vi potreste chiedere perché abbia scelto di proporvi un articolo così datato. Leggendo l'articolo vi accorgerete che rimane molto fresco ed attuale, restando dunque una valida lettura. Esso suggerisce una prospettiva che vede l'Europa superare, in senso federale, gli stati nazionali costituendosi di regioni e città indipendenti.

Dunque... la Scozia rimane nel Regno Unito, ma con poco meno della metà della popolazione che avrebbe voluto l’indipendenza. Questo potrebbe apparire come il peggior risultato possibile. Come dire alla tua sposa che la odi, ma che ci starai insieme per il bene dei bambini. Questa non è una base per una relazione molto felice. La cosa peggiore delle ultime due settimane è stata l’incertezza riguardo al futuro e questa incertezza rimarrà ad adombrare ogni decisione che le imprese faranno in futuro. Il fatto positivo, dal punto di vista della Scozia, è che ci sarà una significativa devolution di poteri nei suoi confronti. Tutti gli altri movimenti separatisti in Europa dovrebbero prendere nota: più la porta cigola forte, più lubrificante riceve.

Il dibattito sull’indipendenza si è configurato come una battaglia tra emozione e ragione: cuore vs. Testa. La campagna del si è appellata al senso nazionale scozzese, mentre la campagna del no ha schierato argomentazioni economiche riguardo la valuta, il debito bancario ed il commercio ed argomentazioni economiche riguardo le costituzioni e l’appartenenza all’Unione Europea. Questi due schieramenti potrebbero essere rozzamente classificate come una comunità locale libera influenzata dal populismo e una distante elite metropolitana che crede che “nanny knows best”[1]

La situazione ha qualche parallelo con quello che sta avvenendo in Thailandia nella battaglia tra le camicie rosse e le camicie gialle. Le camicie rosse sono i numericamente superiori poveri delle campagne i cui voti sono fortemente influenzati dalle misure populiste e dalla “pork barrel politic”. Le camicie gialle rappresentano l’elite urbana ben-educata che crede di sapere cos’è meglio per il paese. Loro chiamano se stessi Democratici, ma ancora faticano ad accettare il parere della maggioranza perché credono che il voto sia stato pregiudicato da voto di scambio e corruzione. Le proteste di piazza di entrambi i fronti e il completo blocco del governo hanno condotto ad un colpo di stato militare nel maggio di quest’anno.

Nell’Atene del V° secolo, luogo di nascita della democrazia, non c’era nessun conflitto di questo tipo, perché non c’era il suffragio universale; solo il dieci per cento della popolazione aveva il diritto di voto. Le tue opinioni contavano solo se eri un cittadino maschio, oltre i 35 anni e proprietario di terra. Schiavi, stranieri, donne e giovani erano tutti esclusi. In effetti, se si cerchi lo stato moderno che si avvicina maggiormente all’ideale della Democrazia Ateniese oggi, si giunge sorprendentemente alla Cina. Attorno al dieci percento della popolazione sono membri del Partito Comunista che conduce un vigoroso dibattito interno prima di decidere sul futuro destino del paese. Inoltre, se si osserva la crescita economica, questo sistema sembrerebbe funzionare.

Nonostante ciò, è un errore vedere le aspirazione dei nazionalisti scozzesi come emozionalismo irrazionale. In realtà, ci sono delle ottime argomentazioni razionali per l’indipendenza scozzese e per tutti gli altri movimenti separatisti in Europa, che potrebbe essere riassunto come “eliminare l’uomo nel mezzo”, che in questo caso è il tradizionale Stato Nazione.

L’essenza del conflitto sta proprio nel nome, che congiunge due differenti concetti in un singolo termine descrittivo. La parola “nazione”, dal Latino natio (essere nato), implica una comunità interrelata;  una tribù di famiglie intrecciate. La parola “stato” è derivata dal participio passato di sto ossia "stare fermo", e dunque vale per "ciò che sta fermo" e per estensione "ciò che non cambia". Il termine riassume in sè le caratteristiche di "stabilità" ma anche di "patrimonio". Lo stato nazione sta venendo demolito nelle componenti territoriali. C’è una spinta verso unità regionali più piccole che meglio riflettano le identità comunitarie. Ciò da una voce più forte alle culture locali che si sentono escluse dalla politica a livello nazionale come evidenziato dal precipitare della partecipazione al voto in Europa. C’è anche una spinta verso l’alto nella direzione di un entità sovranazionale, in questo caso l’UE. Molti dei problemi del mondo d’oggi hanno natura globale e non possono essere risolti su base nazionale. Considera la seguente lista: riscaldamento globale, elusione fiscale delle corporation, la regolamentazione bancaria, gli accordi globali di libero commercio, l’esplosione dell’epidemia di Ebola e le minacce dell’islamismo radicale come l’ISIS. Tutti questi problem si possono risolvere al meglio solo a livello sovranazionale. Si può sostenere con forza che le competenze di difesa e sicurezza siano gestite meglio al livello europeo che nazionale. La corrente crisi in Ucraina potrebbe venire risolta meglio con una vigorosa risposta  di tutta la UE che dai singoli paesi.

In questa struttura a tre livelli, il livello di base conferisce un grado di rappresentazione democratica più grande mentre quello più in alto costituisce migliori economie di scala e sicurezza come gruppo. Che necessità c’è dunque per il livello di mezzo –lo stato nazione- che non adempie efficacemente a nessuna delle funzioni?

Questa visione delle nazioni d’Europa smembrate in più piccole entità regionali sotto il cappello globale dell’UE è stato guardato con orrore dal Regno Unito con la sua tradizione di forte controllo da parte di Westminster. Siccome è simile all’attuale modello tedesco di stati federati o lander, viene spesso descritto dalla frase “Europa Federale”.

Ma che aspetto avrebbe una tale Europa Federale? Potrebbe sorprendere scoprire che essa esiste già, almeno nella mente dei burocrati degli uffici di statistica dell’Unione. Se vai online ad esaminare il database dell’Eurostat scoprirai che la UE ha raccolto dati economici su base federale già dal 2000. Il Regno Unito è stato diviso in 12 regioni federali (tre delle quali sono Scozia, Galles e Irlanda del Nord) sotto uno schema progettato dalla UE conosciuto come “Nomenclatura delle Unità Territoriali Statistiche” che sono spesso abbreviate nell’acronimo NUTS.

Dai un occhiata alla mappa qui sotto. Mostra le regioni federali d’Europa (NUTS 1) rappresentate secondo il loro PIL. In altre parole, la dimensione di ogni regione corrisponde alla dimensione della sua economia mentre il colore mostra il tasso di crescita media tra il 2000 e il 2011. Ci sono alcune cose interessanti da notare:

1. I tassi di crescita del Regno Unito appaiono relativamente bassi rispetto al resto d'Europa. Queste proiezioni sono calcolate in euro e la svalutazione del 20% della sterlina nel 2008 ha avuto un impatto negativo. 

2. Le cose più piccole tendono ad essere verdi. In altre parole, le regioni più piccole tendono a crescere più velocemente. Questo potrebbe essere legato al fatto che un mercato comune tende a trascinare verso l’alto i ritardatari e questo è ulteriormente esagerato dal fatto che i fondi UE di sviluppo tendono ad essere canalizzati alla regioni più povere.

3. Non si tratta solo della Scozia. Ci sono molte altre regioni che vorrebbero essere indipendenti in Europa. Tutte le regioni con un movimento separatista esistente sono state evidenziate con un bordo viola.

4. Molti degli stati potenziali sono unità economiche più grandi di paesi UE esistenti, cosa che offre supporto alla loro credibilità.

5. I nomi delle regioni sono stati talvolta cambiati da una sterile definizione burocratica a qualcosa di più culturalmente sensato. Per esempio, l’Inghilterra del Sud Est diventa Wessex, Regione 1 Romania diventa Transylvania e la Regione Polonia Nord diventa Pomerania.

  

E’ facile respingere tale mappa come una fantasia di burocrati sognata da statistici che vorrebbero che il disordine del mondo reale potesse essere ordinato con semplicità in appropriati schedari. Le linee di divisione sono arbitrarie e in molti casi sono meramente disegnate per creare unità amministrative di dimensione simile. La resistenza a un qualsiasi tipo di devolution in questo senso da parte delle nazioni esistenti sarebbe così grande da essere quasi insormontabile. Molte entità importanti che hanno investito nel corrente status quo avrebbero moltissimo da perdere. Ma allo stesso tempo, paesi che lamentano l’ingerenza dell’ “ineletta” UE come un aggressione nei confronti della democrazia potrebbero trovare la stessa argomentazione rivolta contro di loro. Dopo il sorprendente voto scozzese, quanti altri paesi europei permetteranno un referendum indipendentista? E se non lo faranno, le loro credenziali democratiche ne saranno macchiate?

C’è un altro modo di leggere i dati che evita la segmentazione artificiale in regioni burocratiche. Esso va un livello più in basso ed osserva le città invece che le regioni. Le città, specialmente in un economia dei servizi, sono i veri motori della crescita economica. Qualche decade fa, era opinione comune che le industrie manifatturiere avessero causato l’agglomerazione a causa del loro bisogno di avere i fornitori in prossimità. In contrasto, si pensava che l’industria dei servizi, liberatasi dalla fatica del pendolarismo quotidiano grazie alle teleconferenze, internet e le comunicazioni mobili, avrebbe rifiutato le città in favore di una migliore qualità della vita nella campagna. In realtà è successo il contrario. Il settore dei servizi, specialmente per quanto riguarda l'hi-tech, causa agglomerazione nelle città più di quanto non facesse la manifattura. Ciò soprattutto a causa di un mix tra convenienza ed edonismo. Per il settore dei servizi, le persone sono prodotti, e dunque i meeting con clienti e fornitori sono finanche più importanti. Nelle città i meeting sono più facili da organizzare (convenienza), ci sono ottimi ristoranti (edonismo) e la conessione internet è molto più veloce (entrambi!).

Se osservi la seconda mappa, vedrai una mappa dell’Europa per città, questa volta basata sulla popolazione. La dimensione di ogni cerchio è proporzionale al numero delle persone che vivono nella zona metropolitana (sia la città che le periferie). Ogni centro urbano al di sotto del milione d’abitanti è stato omesso. In questa prospettiva Londra e Parigi sono in posizione dominante mentre Brussels e Amsterdam stanno mostrando la crescita più veloce. La Turchia non fa correntemente parte dell’UE, anche se, se verrà ammessa in qualche momento del futuro, ciò avrà un grande impatto.

Queste due mappe, dunque, mostrano due possibili futuri dell’Europa. Uno dove un incremento della devolution favorisce le comunità regionali più piccole e una in cui l’Europa post-industriale fa eco a quella pre-industriale, al passato medioevale in cui potenti città stato giocavano un ruolo determinante. O potrebbero essere entrambi. In ogni caso le prospettive per gli stati nazione tradizionali non sono affatto rosee.

 

[1] La tata conosce ciò che è meglio per i bambini.

Leggi tutto...

Sanca Veneta @ Treviso Pride

Cari amici e amiche di Sanca,

come da qualche felice anno a questa parte, anche questo giugno il nostro Paese avrà la sua parata del Gay Pride, collegata a tutte le altre manifestazioni programmate in Italia.
Dopo il grande successo ottenuto l'anno scorso a Verona, quest'anno è la volta della bella Treviso, il 18 giugno a partire dalle 15.00 con partenza davanti alla Stazione Centrale.

A seguito della nostra partecipazione al Verona Pride 2015, dove il nostro amato gonfaleno ha riscosso grande successo, abbiamo deciso di rilanciare col botto: quest'anno saremo presenti con ben 100 GONFALENI!

Ma cento bandiere hanno bisogno di almeno cento persone: invitiamo quindi tutti i nostri sostenitori, amici, conoscenti e, ci auguriamo, detrattori pentiti a partecipare insieme a noi come uomini dotati di coscienza, prima ancora che di ideali, a una marcia che ci ricordi che il primo dovere di un cittadino che desidera un Paese libero è lottare ogni giorno per i diritti di tutti.

Segnaliamo inoltre che una bella iniziativa di questa portata ha bisogno di tutto l'aiuto possibile, anche economico: chiunque ha a cuore questa bella iniziativa può sostenere gli amici organizzatori del Treviso Pride a questo link.



Naltri la nostra parte a la femo, dasìne na man fioi!

Leggi tutto...

Alle ortiche!

Qualche giorno fa ci siamo recati, a seguito di una segnalazione, nei pressi di Lavagno, a visitare il monastero di corte Lepia.
Nel 1176 il notabile veronese Bòzolo degli Avvocati concesse la chiesa ed il terreno ivi presenti a Gemma e Realda. Le due donne si votarono alla regola di San Benedetto e costruirono a Lepia un monastero di clausura, mettendosi sotto la diretta protezione di Papa Urbano III. Il complesso rimarrà in uso, con alterne vicende, fino al 1771, quando il monastero verrà soppresso definitivamente dalla repubblica Veneta.
Gli edifici, generalmente molto antichi, custodiscono alcuni affreschi altomedioevali.

Negli anni più recenti l’area è stata al centro di diverse speculazioni edilizie. Nel 2000, gli allora proprietari tantarono invano di ottenere un autorizzazione da parte del Comune di Lavagno per abbattere gli edifici del convento, risparmiando la chiesetta e il campanile. Volevano sfruttare la cubatura della parte demolita per erigere un grosso complesso condominiale. Ebbe successo invece la costruzione di alcuni enormi capannoni nell’area subito prossima al complesso monastico, che dovevano essere utilizzati a fini commerciali ma sono stati abbandonati a pochissimi anni dalla loro costruzione.

Nel 2010 la proprietà del monastero passò al Comune. Esso promise che avrebbe indetto, con la collaborazione di Legambiente, un concorso di idee per la riqualificazione del paesaggio di Corte Lepia, mai realizzato. Nonostante dall’acquisto dell’area siano passati già sei anni il monastero versa ancora in uno stato vergognoso di abbandono, le tombe presenti nella chiesa sono state profanate sfondando le due grandi pietre sepolcrali che si trovavano al centro della navata ed il tempio è stato saccheggiato dei marmi che lo decoravano, nelle cantine, negli essiccatoi e nei depositi agricoli si trovano giacigli di fortuna, auto, televisori e materiale di ogni genere. In precedenza sono stati rubati il pozzo al centro del chiostro e le due campane dalla torre. La Soprintendenza ha fatto i suoi sondaggi archeologici, ma non ha dato il buon esempio: ci sono scavi aperti da anni e lasciati in totale abbandono e incuria.

Finché vivremo all'interno di un sistema che non si cura del nostro patrimonio culturale, materiale o immateriale, lasciandolo solo nelle mani di cittadini coraggiosi, come speriamo di poter costruire un vero futuro per i nostri figli?

Non sarebbe opportuno ispirare la politica culturale regionale agli ottimi esempi offertici dal lavoro del National Trust for Scotland, che cura il recupero, la gestione, la valorizzazioni di parti importanti del patrimonio culturale scozzese, o su altri fronti al sistema de museus de Catalunya? D'altra parte ci pare, basterebbe sviluppare il lavoro già intrapreso con l'Istituto Regionale Ville Venete ed il "neo - varato" progetto regionale per i musei.

Intanto, per quello che può servire, vi chiediamo di votare il Monastero di Lepia nel censimento dei "Luoghi del Cuore 2016" del FAI, chissà che non serva.

 

Leggi tutto...

El di de San Mai

Recentemente il primo ministro italiano ha dichiarato come non contempli la possibilità di alcun tipo di cambiamento dell'attuale assetto di governo del Veneto, fatta salva una generica riforma di tutte le regioni ragionevolmente prevista per il giorno di San Mai.
Sanca Veneta non trova nulla da obiettare ed anzi, fa i propri migliori auguri al presidente e al suo team: è un ingrato mestiere essere il capo di un governo che fino ad oggi non ha prodotto alcun tangibile risultato positivo in campo sociale, politico o economico e il cui unico obiettivo pare essere quello di ridurre in ogni modo il controllo dei cittadini sul putrido cadavere della pubblica amministrazione centrale. Le parole volano ma la volontà popolare si può reprimere, deviare o distrarre solo temporaneamente: ciò che il popolo davvero vuole, prima o poi, ottiene.

Con il lento avvicinarsi del referendum regionale sull'autonomia indetto dal Governatore Zaia vediamo farsi sempre più folte le schiere di chi sostiene per l'ennesima volta un disegno dall'alto, sia esso una macroregione o un potenziamento delle competenze venete da decidersi nelle stanze chiuse dei palazzi, probabilmente romani. A costoro, particolarmente diffusi a sinistra come spiace constatare, Sanca Veneta vuole dare un consiglio: il malcontento popolare origina sempre dalla sensazione di frustrazione di chi vive il doppio sopruso di non avere potere decisionale e sentirsi dire che non lo avrà neanche domani.
Un momento di pura e sincera democrazia come l'indizione di un referendum va sostenuto in ogni modo e colto come trampolino per un progetto che non sia nuovamente il parto di menti lontane ma il prodotto della volontà dei cittadini che saranno soggetti a queste nuove regole. Una casa traballante va rifatta dalle fondamenta secondo il gusto degli abitanti, non partendo dal tetto secondo il gusto dei vicini.

p.s. La vignetta è del grande Paolo Miante.

Leggi tutto...

No passaran!

Sanca ha partecipato, questo finesettimana, all’incontro organizzato da EFAy e Junge Süd-Tiroler Freiheit: “State Populism! The re-emergence of the Far Right in Europe”. Abbiamo trascorso quattro giorni in Sudtirolo durante i quali, oltre che esplorare le cicatrici che il regime fascista ha lasciato nella città di Bolzano, abbiamo lavorato alla preparazione di una dichiarazione unitaria contro il fascismo e la crescita dei populismi di destra a cui stiamo assistendo in Europa. Viviamo con preoccupazione il consenso che l’estrema destra ha saputo raccogliere negli ultimi anni attraverso il continente. Nonostante questo fenomeno assuma caratteristiche e forme diverse nelle diverse regioni d’Europa esso risponde alle stesse cause. L’incapacità dei governi a confrontarsi con la diversità, l’idea che esista un limite all’applicazione dei Diritti Umani e la necessità di molte persone di una risposta aggressiva alle loro paure per il terrorismo.

Sanca ha offerto uno sguardo sulla situazione veneta, parlando di come i neo fascisti abbiano tradizionalmente costruito legami di ferro con l’estrema destra istituzionale e di come questi partiti si siano, negli anni, impadroniti dei nostri simboli nazionali. Abbiamo parlato dunque di come sia necessario oggi mettere in campo una lotta simbolica di riappropriazione dei nostri simboli e della nostra storia. Abbiamo anche affermato, insieme ai rappresentanti delle altre realtà presenti in EFAy, l’idea che il diritto di autodeterminazione, come atto di democrazia radicale e di rivoluzione democratica in grado di cambiare le nostre comunità e l’Europa, costituisca di fatto un vaccino contro i fascismi

Leggi tutto...

25 Aprile 2016

 

Scusate l'Ardore e l'Ardire.

Ciò che mi spinge a scrivere a margine della manifestazione indipendentista di quest'anno è il clima di contrapposizione, a tratti pure offensivo, che ha fatto da preludio ed epilogo a questa giornata. Altri si occuperanno di criticare chi ha imbracciato il gonfalone, io mi rivolgerò al mondo progressista - lo stesso dove, modestamente, mi colloco.

Non mi dedicherò alle contrapposizioni, lo scherno e i motivi delle critiche, sono sempre i soliti, ma mi soffermerò su alcuni temi che credo la sinistra non abbia mai curato.

Un primo punto è accettare che lo Stato e la Nazione possano non coincidere. L'Italia è un paese giovane ed occupa il territorio di nazioni storiche che hanno saputo (e sanno) esprimere grandi culture e tradizioni politiche. Considerare i soli elementi di prossimità culturale ci fa perdere la ricchezza enorme delle diversità che caratterizzano i popoli d'Italia. La sinistra attuale, seguendo un'impostazione che è stata monarchica prima e fascista poi, sostiene l'idea di una presunta superiorità italiana sulle culture locali. Continuare su questa strada fa perdere contatto con la società, che trova sponda solo nel versante opposto, con tutto quel che ne consegue.

Il secondo aspetto che mi piacerebbe venisse affrontato senza più veti e paure, è il decentramento delle competenze. Qui la maggior critica che imputo al variegato mondo progressista è la paura di consegnare ai conservatori (anch'essi variegati) strumenti migliori di lavoro. La reazione tipica è quella di demandare ad organi superiori, il governo italiano nella fattispecie, la priorità amministrativa, dimenticando che è molto più socialista prendersi cura del territorio anche mettendosi in contrapposizione ad istituzioni centrali ( e centraliste), che sacrificare sull'altare delle proprie idee la voce delle comunità e dei cittadini. Se la sinistra non si occupa di proteggere tutte le minoranze, di quale progresso si fa portatrice?

L'ultimo punto è di mero atteggiamento. Noi di Sanca Veneta siamo molto critici nei confronti dei movimenti indipendentisti e autonomisti classici. Non ci piace l'impostazione esclusivista, il razzismo strisciante, la visione individualista del diritto e crediamo che la riappropriazione del residuo fiscale debba essere un elemento di riscatto per tutta la comunità veneta e non possa essere guidato da interessi egoistici. Tuttavia abbiamo deciso di combattere questa visione dandone una alternativa, poiché è inconcludente minimizzare e rifiutare, ma è necessario riscattare il nostro territorio partendo dai suoi simboli e dalle richieste che la popolazione pone. Crediamo sia essenziale farlo in termini europei, pensando in modo globale ma agendo sul locale.

In ultima istanza invitiamo tutti quelli che temono le derive più becere del venetismo a farsi portatori attivi di politiche di valorizzazione storica, linguistica, culturale e politica. Li sfidiamo a imbracciare i gonfaloni ed a partecipare, in questa con in altre occasioni, con le proprie idee e motivazioni. Aumentando il numero di coloro che curano in maniera sana il Veneto, Venezia e la sua popolazione, ciò che ora da fastidio finirà per essere solo una folcloristica minoranza, allo stesso modo in cui capita con quelli che vanno alle feste dell'Unità solo per mangiare le salsicce.

Matteo Visonà Dalla Pozza

P.S. A corredo di questo articolo, potete leggere ciò che publicammo in merito alla liberazione e a San Marco negli anni precedenti QUI e QUA, mentre LI potete trovare una interessante storia di un Partigiano Venetista. Grazie

 
Leggi tutto...

Voi tornar casa!

Fin dalla prima legislatura (1970 - 1975) è stata oggetto di discussione il luogo in cui avesse dovuto riunirsi il Consiglio Regionale. Visto dai padri dello Statuto, fin dalla prima edizione, come in continuità politica con gli organi di governo della Repubblica Veneta, venne presa in considerazione più volte l’opzione “Palazzo Ducale”. Già allora però molte furono le resistenze da parte del comune che non vedeva di buon occhio che gli fosse strappata l’amministrazione di un palazzo tanto importante e della sovraintendenza che ne occupava e occupa una parte significativa con i suoi uffici.

Ma l’opzione, con un andamento carsico, riemerse più volte e da parti diverse nel corso degli anni. Se ne discusse di nuovo durante il quinto mandato, sotto la presidenza del socialista Umberto Carraro. Allora erano stati messi gli occhi su Punta della Dogana, area da tempo inutilizzata: ci furono contatti con il ministero e fu perfezionato un contratto di concessione per 99 anni in cambio della ristrutturazione degli ambienti. Alla fine non se ne fece nulla, ma l’idea del Palazzo Ducale riemerse in qualche dibattito.

Il tema rientrò nel dibattito politico una decina di anni fa, grazie alla proposta di Marino Finozzi, allora presidente del Consiglio Regionale. All’interno della sala del Piovego in occasione del convegno "Il patrimonio linguistico veneto: tutela e valorizzazione" non si lasciò sfuggire l’occasione per affermare:

Credo che il consiglio del Veneto, il massimo organo rappresentativo dell'istituzione regionale, dovrebbe avere sede in questo palazzo per restituire questo luogo alla sua originaria funzione e dare continuità a ciò che esso rappresenta nella storia e nell'identità del nostro Veneto.

I sostenitori si contavano nelle fila di entrambi gli schieramenti. Oltre ai colleghi leghisti di Finozzi la proposta venne sostenuta da Daniele Comerci, consigliere comunale veneziano del PD. Egli affermò che:

Palazzo Ducale fu storicamente la sede delle istituzioni politiche veneziane, quindi la sede del governo della città. Un luogo importante e prestigioso simbolo del potere e della grandezza di Venezia, uno spazio che teoricamente potrebbe ritornare ad essere al centro della moderna politica locale. Se Palazzo Ducale può essere la sede della Soprintendenza ai beni culturali ambientali, se al suo interno si possono svolgere convegni e congressi e comunque essere visitato da migliaia di vacanzieri culturali, perché non potrebbe diventare la sede del Consiglio regionale? Oltretutto se consideriamo l'attuale frazionamento del potere veneto e veneziano, disperso per tutta la città, si otterrebbero persino importanti vantaggi economici.

Massimo Cacciari, allora sindaco della capitale, non fu però dello stesso avviso: «Forse sembra che io non abbia di meglio da fare che occuparmi di queste sciocchezze» disse.

Infine, l'utilizzo del Palazzo come sede d'amministrazione, venne evocata anche da Renato Brunetta nel 2010. L'allora candidato, limitandosi alle istituzioni comunali, affermò pubblicamente:

È mia ferma intenzione portare la governance di Venezia a Palazzo Ducale: Consiglio comunale e Giunta. Questo senza nulla togliere al turismo e alla cultura. Voglio riportare a Piazza San Marco il centro della vita veneziana.

Sono un convinto sostenitore della necessità di porci in continuità con le istituzioni che la nostra storia repubblicana ci consegna, anche sul piano simbolico. Credo che sarebbe necessario riaprire oggi una discussione su questo tema, che sarebbe importante allacciarlo alla battaglia per il conseguimento dell’autogoverno e che potrebbe risultare un elemento simbolico importante nella costruzione di una nuova repubblica. Credo sarebbe essenziale inserirlo all’interno di un percorso di riscoperta e recupero della ritualità pubblica della tradizione politica Veneta.

Qualcuno potrebbe opporre a questa proposta i considerevolissimi flussi turistici che interessano il sito. Come conciliare un luogo istituzionale con la sua funzione museale?

Io credo che la strada ci sia mostrata con evidente chiarezza da molte esperienze già praticate in giro per l’Europa come il Palazzo di Westminster a Londra. Palazzo la cui parte più antica risale al 1097, ospita le due camere del Regno Unito (speriamo, presto, solo quello Inglese). Se il suo esterno è una delle attrazioni turistiche più visitate a Londra, anche l’interno del palazzo viene visitato da moltissime persone, attraverso diverse modalità.

Innanzitutto, il palazzo è liberamente visitabile in tutte le occasioni in cui non vi siano sessioni parlamentari, ovvero durante tutto il periodo di chiusura estiva, nei finesettimana e in numerose giornate infrasettimanali. Attraverso un intelligente sistema di prenotazione è anche possibile visitare il palazzo tutte le mattine, mentre le camere vengono preparate per i lavori parlamentari. Inoltre attraverso i deputati è possibile organizzare visite per gruppi durante le sessioni parlamentari e finanche assistere ai lavori del parlamento e delle commissioni, opzione molto utilizzata dalle scuole e dai gruppi di studenti.

Figuriamoci dunque se non sarebbe possibile provare a percorrere una strada di questo tipo a Palazzo Ducale. Soprattutto nel momento in qui le sale del palazzo vengono periodicamente utilizzate per congressi, mostre ed eventi, vi si tengono le riunioni della Commissione di Venezia, organo del consiglio d'Europa, e vi sono collocati i già nominati uffici della sovraintendenza. Tutte cose che hanno molto meno a che fare con quello che quel palazzo significa per i veneti ed in particolare per i veneziani.

Immaginate di poter visitare all’interno degli appartamenti dogali o delle prigioni un percorso permanente sulla storia della repubblica veneta e sul funzionamento delle sue istituzioni, raccogliendo ivi tutto il materiale oggi disperso tra il Correr e numerose altre sedi museali cittadine. Immaginate una gestione del palazzo organizzata come quella di Westminster, che offrirebbe al visitatore un esperienza se possibile ancora più interessante ed importante di quella che può essere offerta dalla visita odierna. Immaginate infine un palazzo vivo, animato dal dibattito sulle sorti di un popolo che lo ha reso il gioiello inestimabile che è oggi.

p.s. a proposito di ritualità pubblica ed utilizzo di palazzi storici, guardate cosa succede quando il capo di governo Basco giura all'inizio del suo mandato:

Leggi tutto...

Battiquorum

Ci eravamo schierati contro le trivelle in tempi non sospetti e domenica siamo andati a votare Si al referendum, memori dell’alluvione del ’51 in Veneto. Oggi, invece di cercare di sventolare una discutibile bandiera della vittoria (come si è fatto da più parti), vorremmo fare qualche valutazione sullo strumento referendario in generale e sul ruolo che crediamo dovrà avere in un Veneto Futuro.

Innanzitutto, se ci sono dei veri sconfitti in questo referendum, sono i cittadini della Basilicata. In Basilicata non solo è stato superato il quorum, ma il 96,40% degli elettori ha votato Si. Nonostante ciò, anche davanti alle loro coste, si continueranno ad effettuare trivellazioni oltre la naturale scadenza della concessione. Come offrire dunque una possibilità affinchè la loro volontà sia rispettata?

Noi crediamo che bisognerebbe dare più forza ai referendum regionali e che almeno per alcuni temi dovrebbe essere vincolante il risultato referendario in ogni singola regione.

Inoltre crediamo sia essenziale mettere in discussione il sistema del quorum. L’esistenza del quorum all’interno della legge sul referendum in Italia è un elemento più unico che raro. Esso ne vizia inevitabilmente il risultato. Chi sostiene il no infatti ha un grandissimo incentivo a fare campagna per l’astensione, potendo così sfruttare la base di assenteismo sempre presente che niente ha a che fare con un giudizio relativo al quesito. Spesso anche chi sostiene il si è incentivato a sostenere il voto in se e per se senza entrare nel merito di ciò per cui si vota; entrambi gli schieramenti tendono così a non parlare del contenuto del referendum.

Come ricorda Thomas Benedikter, studioso degli strumenti della democrazia diretta:

 il quorum scaturisce dalla sfiducia nei cittadini. Siccome la partecipazione diretta è sempre stata vista solo come uno strumento di difesa dei cittadini dalle istituzioni, all'epoca della Costituente anche le attività politiche al di fuori dei partiti non venivano considerate un correttivo prezioso del lavoro istituzionale e un momento di partecipazione civica, ma erano guardate con sospetto. La legittimità di un tale atto di difesa contro le istituzioni - la Costituente - andava pertanto comprovata da una maggioranza di elettori. (T. Bendikter, Democrazia diretta. Più potere ai cittadini, 2008) 

Crediamo dunque che sia essenziale inserire questo tema all’interno della nostra riflessione su un Veneto futuro, affinchè la nostra terra possa davvero collocarsi di nuovo, per attenzione alla democrazia e all’interesse dei cittadini, nel novero delle più avanzate democrazie in Europa.

Crediamo che questo cammino dovrebbe essere già imboccato da chi oggi governa il nostro Veneto, eliminando il quorum dai referendum regionali e restituendo lealtà e credibilità all’istituto referendario.

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS