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DI PLEBISCITO, TRUFFE E UNITÀ

INTRODUZIONE. Vogliamo commentare sulla recente distribuzione da parte della regione Veneto del libro "1866, la grande truffa" di Ettore Beggiato. Una spesa di 900 euro che ha fatto sollevare l'opposizione in regione, i mezzi di informazioni e le forze centraliste italiane più di ogni altro scandaloso project financing multimilionario o caso di corruzione. Premesse tutte le legittime critiche a Beggiato e all'istituzione regionale, che distribuisce un testo marcatamente politico (non per contenuto ma per forma), ci sembra che le forze già nominate ci abbiano fornito un classico esempio di: "non voglio che questa storia sia raccontata, non rientra nella mia narrazione" - una gran brutta figura. Allo stesso tempo, non condividiamo il torcicollo verso il passato di molta parte dell'indipendentismo tradizionale. Seppure riteniamo essenziale che si costruisca una nuova riflessione ed un più serio approfondimento relativamente alla storia veneta, crediamo che, anche come sovranisti veneti, i problemi fondamentali che oggi dobbiamo affrontare siano i problemi propri del 21esimo secolo come la crisi climatica, la gestione dei flussi migratori, la protezione dei dati personali da multinazionali e governi autoritari etc, e non certo pianificare spedizioni navali a Lepanto o cacce ai pirati uscocchi. In poche parole, occhi fissi verso il futuro con uno sguardo critico al passato.
 
A centocinquant’anni dall’annessione del Veneto all’Italia il “plebiscito” con cui si sancì l’unione di Venezia al neonato Regno d’Italia fa ancora discutere.
 
Lo abbiamo visto anche dalle decine di polemiche scaturite sui giornali, alla cui origine sta la distribuzione da parte della Regione Veneto alle biblioteche di un libro che parla di “plebiscito truffa”. A prescindere dalle fonti utilizzate e dal significato politico del libro e della sua distribuzione, è utile fare una riflessione sul 1866 e sul Risorgimento tutto.
 
Partiamo dai “plebisciti”, con i quali grandi porzioni della penisola hanno sancito o confermato la loro annessione. Come si svolgeva un plebiscito e chi votava? Si trattava di un atto di legittimazione, un atto politico e propagandistico, con il quale si confermava un accordo diplomatico già preso. A confermare ciò sono le modalità del plebiscito: il suffragio universale maschile e le dubbie modalità di voto
 
Qualcuno potrebbe pensare che si trattava di un atto di grande democrazia, ma bisogna anche tener conto che si trattava pur sempre del XIX secolo e che quindi gran parte delle masse erano analfabete. L’elite intellettuale e nobiliare si allineava all’onda romantica che aveva investito l’Europa ottocentesca, mentre il resto della massa votante era facilmente influenzabile, in quanto illetterato e ignorante. 
 
Non è un caso che le percentuali a favore dell’annessione fossero a dir poco “bulgare”, tanto che in Veneto, ad esempio, su oltre seicentomila votanti si espressero come contrari solo in sessantanove (69!). Pensare che così tante persone fossero a favore dell’unità italiana sotto la corona sabauda è decisamente irreale
Pertanto, indignarsi perché i plebisciti non erano “democratici” è inutile, visto che parliamo di un periodo in cui i valori democratici per come li conosciamo oggi non esistevano. Tuttavia, per gli stessi motivi, esaltarli è solo retorica unionista e nazionalista
 
Aggiungiamo poi il fatto che la guerra del 1866 fu una sconfitta netta per l’Italia, il Veneto fu ceduto dall’Austria alla Francia (intermediaria), che poi lo girò all’Italia. Gli Asburgo si rifiutavano di cedere territori ai Savoia, in quanto non si consideravano sconfitti da loro. In sostanza, quella guerra fu vinta dagli alleati Prussiani a Sadowa, tutto il resto per il Regno d’Italia fu una sequela di umiliazioni.
 
In secondo luogo, il Risorgimento è un fenomeno complesso, vissuto da ogni parte della penisola in maniera diversa e in tempi diversi. L’unico sentimento realmente dominante tra la popolazione a un certo punto era la delusione. E non si parla soltanto della delusione di “chi non voleva l’Italia”, ma soprattutto di “chi voleva un’Italia diversa”, a partire da chi viveva in meridione e si è visto schiacciare con le tasse sul macinato e con l’occupazione militare, passando per coloro che sono dovuti emigrare per avere una vita degna e, in particolare, i repubblicani, ovvero coloro che sognavano un’Italia unita e repubblicana, magari federale, e che alla fine si sono ritrovati sudditi di una famiglia di origine francese.
 
Tra i più critici nei confronti del Risorgimento ci furono personaggi della caratura di Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci: il primo, antifascista e federalista, si scagliò appunto contro il centralismo e contro le classi dominanti dell’Italia unita, responsabili delle distruzione del Mezzogiorno e della mancata democratizzazione del paese; il secondo, marxista, lo definiva in sostanza un’occasione persa per fare una rivoluzione agraria, denunciando ancora una volta i soprusi delle classi dominanti nei confronti di proletari e contadini, in particolare meridionali. Esaltare quel momento storico, può essere quindi definita una “cosa di sinistra”?
 
Aggiungiamo inoltre che la cosiddetta unità d'Italia era una questione che faceva gola ad una vasta rappresentanza della nascente classe industriale. Molti “imprenditori” veneti, che poi per inciso diventeranno senatori o deputati del neonato Regno d'Italia, spinsero fortemente i loro “pari classe” a votare per la stessa unità durante il plebiscito. Figure come il conte Alessandro Rossi (tanto per fare un esempio), pioniere dell'industria laniera nel Veneto, capì immediatamente che l'unità d'Italia andava fatta, non per spirito nazionalistico ma per puro calcolo finanziario ed imprenditoriale. Il liberare nuovi mercati per il nascente capitalismo italico, era un'occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire, considerando anche il fatto che saldando l'asse monarchico-borghese-finanziario, si sarebbero definitivamente messe all'angolo quelle aspirazioni fortemente democratiche (nel senso moderno del termine) e popolari, nonché quelle federaliste che comunque esistevano e resistevano durante e dopo il “risorgimento” italiano. 
 
Vien da fare un appunto critico a coloro che oggi distribuiscono un libriccino di un ex assessore della giunta regionale del Veneto, diventato oggi funzionario a tempo pieno di un movimento ondivago e compromesso con chi, gettando fumo negli occhi dei Veneti, straparla a volte di federalismo, a volte di autonomia e a volte ancora di indipendenza per lasciare, in combutta col potere romano-centrico, tutto com'è.
 
Un appunto che, a parte lo scarno supporto storico e storiografico del libro succitato, a sentir certi “storici” parlare di plebiscito ci si rende conto che gli stessi che spinsero per l'unità d'Italia nel 1866 sono molto probabilmente dietro, mutatis-mutandis, a chi fortemente detiene il potere nella nostra regione, così carica di speranze ma così povera di ideali coerenti con un sano indipendentismo culturale, politico e soprattutto sociale.
 
Renzo Vendrasco, Giovanni Novello
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SANCA @ Budapest co Consejo d'Europa, EFAy e UNPO par discorar de zoventù e migrassioni

Come membri oservadori de EFAy (European Free Alliance Youth - Aleansa Libara Europea Zoveni) gavemo tolto parte int'e la conferensa "Breaking barriers: Youth perspective on migration" (Sbregar le bariere: prospetive dei zoveni Sora la migrassion) a Budapest in Ongaria dal 22 al 26 Agosto.

Gavemo discoresto sora el tema de le migrassion, spesialmente quele de ancuo in Europa. Credemo che el xe fondamental inte sto periodo storego de pensar oltre le solussioni fazili e emossionali che le domina sta cuestion. 

Gavemo intentà de portar na prospetiva veneta e sanchista inte el debatito e de aprendar mejo da le esperiense profesionali e direte dei profesionisti presenti inte la conferensa.

Ringrasiemo EFAy, UNPO, i zoveni de la sanca finlandese e el Consejo de Europa par la organisassion de sto evento e tuti i partii europei e organisassion che i ga tolto parte int'e l'evento e int'e 'na setimana de pratega de chel internazionalismo che ne ispira tuti nialtri sanchisti.

Michele Bodo - Presidente de Sanca Veneta
Stefano Zambon - Rapresetante Interasionale de Sanca Veneta

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EL GOERNO EL TAJA LA SCOLA, MA ZAIA EL LOTA SOLO PAL TIRAMISU

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EL GOERNO EL TAJA SU LA SCOLA, MA ZAIA EL LOTA SOLO PAL TIRAMISU

Xe notisia de calche dì pasà che manca cuasi 3000 profesori rento i organeghi de fato del Veneto par l'ano scolastego che vien. 

Intanto che i studenti veneti i cresse, el numaro de profesori el se reduze, par risultà de la riforma Gelmini e poi de la Bona Scola renziana. Dal 2015 i profesori sparii dal Veneto i xe pì de 4200. 

A pagar i efeti de le sielte del goerno sentral italian le xe sempre fameje e studenti veneti. Da le clasi-punaro a l'amanco de suporto par i studenti disabili, le sielte de i diversi goerni italiani le xe drio metar a riscio la sostenibilità del sistema educativo veneto. 

Da la so parte, gavemo da condenar el silensio de l'aministrassion rejonal. A parte anunsi spaizeghi de l'asesora Donazzan, nisuni rento de la aministrassion veneta el gà denunsià publicamente sti fati. 

In particolar el goernador Luca Zaia no el xe parvenuo. El par che l’educassion no la sia una de le so priorità de l’aministrassion Zaia, e che la so vera lota la riman quela par el tiramisu. 

 

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Il Paraculismo degli "intelligenti" sulla Scozia

 

La schizofrenia delle elite cultural-intellettuali italiane ha raggiunto un nuovo traguardo. 

La Scozia ha votato in modo compatto per rimanere nell’Unione Europea. Un voto in linea con il programma del partito nazionale scozzese, che da decenni combatte per l’indipendenza della Scozia in Europa.

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Il Pride, il Gonfaleno e i Veneti del Terzo Millennio

 

Ringraziamo di questo contributo William Antonello, veronese da sempre impegnato nel riconoscimento dei diritti individuali e dell'autodeterminazione per tutt*

Sabato 18 giugno, siamo stati al gay pride di Treviso. Una giornata molto sentita specialmente dopo la strage avvenuta al Pulse locale gay di Orlando - Florida. La bandiera arcobaleno garriva a chiusura corteo insieme a quella degli Stati Uniti d’America.

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Venetismo Arcobaleno

Qualche giorno fa siamo stati definiti Venetismo Arcobaleno. Nonostante non fosse inteso come complimento, questo tratto qualificativo ci rende particolarmente contenti, per cui lo facciamo nostro ;)

Alla vigilia del Gay Pride di Treviso, a cui parteciperemo con un centinaio di Gonfaleni, abbiamo posto cinque domande ad Antonio Monda, uno degli organizzatori del Pride con il quale siamo stati in contatto in questi mesi. Gli abbiamo posto alcune domande che speriamo possano far riflettere e avvicinare due mondi che spesso sono stati lontani, ma che condividono più di quello che sembra ad una frettolosa analisi.

Rinnovandovi l'invito a partecipare alla Parata il 18 di Giugno, vi consigliamo la lettura :)

In Scozia il movimento LGBT collabora e partecipa con gli Indipendentisti con reciproco beneficio. In veneto i due movimenti rimangono ancora distanti, tuttavia entrambi si fondano sul concetto di AUTODETERMINAZIONE, individuale e di comunità. Vorrei una vostra riflessione libera su questo principio comune.

Quando si parla di autodeterminazione in relazione alle persone, ci si riferisce a un concetto che può essere riassunto, forse in modo semplicistico, nella libertà di scegliere per se stessi in maniera autonoma ed indipendente, rivendicando la totale autonomia da interferenze esterne alla sfera individuale.

Lo stesso concetto di autodeterminazione può riferirsi ad un popolo. A volerla fare (molto) semplice, le norme internazionali sanciscono il diritto, in capo ad un popolo sottoposto a dominazione straniera, ad autodeterminarsi ottenendo l'indipendenza. Ma come si identifica un popolo? Si guarda alla storia? E se si quanto indietro nel tempo è permesso andare? Si guarda alle tradizioni? Alla lingua? A fattori genetici? Al legame con il territorio? Forse questi sono criteri tutti concorrenti. Credo però che in ultima analisi il sentimento identitario sia più soggettivo che oggettivo.

Ciò che, secondo il mio modesto parere, dovrebbe caratterizzare l'autodeterminazione della comunità LGBT e l'autodeterminazione di un popolo è la presa di distanza dalla rivendicazione di un'identità escludente: saremo anche tutti diversi nelle varie caratteristiche che ci contraddistinguono, eppure allo stesso tempo siamo tutti parte di una più grande comunità e l'obbiettivo non è la rivendicazione di spazi separati ma una società inclusiva in cui condividere lo stesso spazio. E dunque un popolo ha diritto di rivendicare la propria identità ma non di chiudersi in nuovi confini escludendo lo straniero.

Se esiste, cosa non vi piace dei movimenti autonomisti/indipendentisti veneti?

Ho scoperto recentemente che sono molti di più di quelli che conoscevo. Di alcuni di loro non mi piace la decisione di chiudersi all'altro, l'ignoranza della storia veneziana, la mancanza di un progetto politico serio: è forse il motivo per cui non si arriverà mai ad un referendum come quello scozzese e forse nemmeno ad una consultazione come quella catalana.

L'Italia è ancora un paese immaturo sul campo della parità di diritti. Appare chiaro che a porre i freni maggiori sia una minoranza e tuttavia si parla di regole che non modificheranno la vita di tutti, ma solo di chi si riconosce non etero, come si vince questa battaglia?

L'unica strada credo sia l'abbattimento del muro della diffidenza e del pregiudizio. Spronare la gente a conoscere il mondo e le persone LGBTQIA+, creare occasioni di confronto e di approfondimento, coinvolgere il maggior numero possibile di soggetti, fare rete con le associazioni. Le battaglie si vincono solo se si hanno buoni alleati e armi vincenti.

Il Veneto è un territorio per certi versi conservatore, ma vi è una rete di volontariato e di associazioni, che si occupano di sociale, molto vasta e variegata. Vorrei che sfataste o confermaste questo stereotipo: le terre marciane sono un luogo accogliente o refrattario per i gay?

Alcune delle associazioni che si occupano di sociale rappresentano una malriuscita interpretazione del principio per cui noblesse oblige da parte di chi aspira o crede di rappresentare un'élite differenziandosi dal resto dei cittadini. Quindi direi che l'essere conservatori non è sempre l'opposto dell'essere membri attivi del volontariato e dell'associazionismo. Detto ciò però non credo che il Veneto sia ancora così conservatore: abbiamo certamente beneficiato del contributo delle nuove generazioni. È anche vero che la realtà delle provincie non è la stessa delle città di capoluogo. Non credo si possa fare un discorso generico.

Nell'ipotesi di un referendum serio sull'indipendenza del Veneto, quali sono i motivi che vi spingerebbero a votare per il no?

La transizione verso l'indipendenza non sarebbe un passaggio semplice e le conseguenze economiche, sociali e politiche potrebbero verosimilmente essere disastrose. È perfino difficile fare una prognosi perché lo scenario mi sembra poco probabile. Al movimento - pardon, a gran parte del movimento - mancano le basi culturali e le conoscenze storico-politiche per far ben sperare.

 

 

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HATERS GONNA HATE

In questi giorni sui nostri spazi online chi ci segue avrà sicuramente notato una reazione decisamente accesa da parte di alcuni “tradizionalisti” alla nostra operazione Gonfaleno, con cui parteciperemo numerosi al Treviso Pride 2016.

Per coloro che non avessero avuto il tempo o la voglia di seguire il vortice di retrogrado turpiloquio che si è creato sulle pagine social di Sanca e dei suoi membri, facciamo un breve riassunto.
Le principali critiche che ci vengono mosse sono:

- caldi consigli al pentimento e a calibrare il nostro comportamento secondo il gusto morale della Venezia del '400

- l'accusa di pervertire un glorioso passato prono ai dettami più rigidi della cristianità cattolica

- l'accusa di peccare contro una non meglio specificata ed immutabile tradizione della Repubblica Veneta.

Non ci dilungheremo in lunghe filippiche e ci limiteremo a rispondere punto per punto che:

- consigliarci di imitare il passato semplicemente in quanto tale, anche non fosse il lontano '400, è una cagata pazzesca.
Ciò che ha reso la Serenissima Repubblica migliore nei secoli è sempre stato il suo essere decine di anni avanti alla sua epoca ed è esattamente questa la migliore ispirazione che possiamo trarne.
Vogliamo tornare ad essere un'avanguardia dell'occidente, non la sua chiusa periferia.

- per quanto riguarda il ligio rispetto del cattolicesimo ci limitiamo a ricordare che siamo stati la nazione più scomunicata della storia umana e che, per quanto l'indiscutibile cristianità dei nostri avi non sia in discussione, essa era sempre subordinata alla pubblica ragion di stato come ci ricorda il buon papa Pio II nel 1461: 

Vogliono apparire cristiani di fronte al mondo, ma in realtà non pensano mai a Dio e, ad eccezione dello stato, che considerano una divinità, essi non hanno nulla di sacro, né di santo. Per un veneziano, è giusto ciò che è buono per lo stato, è pio ciò che accresce l'impero; misurano l'onore in base ai decreti del Senato, e non secondo un modo corretto di ragionare.

- infine opiniamo che da buoni patrioti certamente crediamo che la celebrazione di una tradizione sia di fondamentale importanza ma allo stesso modo ci ricordiamo che nessuna tradizione è immutabile e il Veneto di oggi somiglia ben poco a quello di 100 anni fa, figuriamoci prima. Ragionassimo allo stesso modo dovremmo augurarci che le prostitute si affaccino ancora a tette nude dai balconi e gli evasori fiscali siano fustigati sulla pubblica via ma abbiamo il sospetto che per queste misure il fervore sarebbe minore.

Chiudiamo dicendovi che siamo profondamente contenti di quanto ci è stato detto, perché ha un immenso valore simbolico.
Il Veneto che vogliamo costruire è fatto di un percorso comune insieme a tutti coloro che lo abitano ed oggi ci è stato dato un assaggio di quello che i nostri fratelli e sorelle omosessuali sperimentano ogni giorno.
Ringraziamo di cuore chi ci ha confermato di nuovo che siamo sulla strada giusta e ci ricorda perché marceremo tutti uniti il 18 giugno a Treviso: haters gonna hate!

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Dopo la Scozia… un'Europa Federale?

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questo articolo, che valuta la situazione europea discutendo della crescita degli indipendentismi, ed ho ritenuto sarebbe stata un ottima lettura da proporre ai lettori di Sanca. Vi accorgerete che l'articolo parte dalla risultato del referendum Scozzese per l'indipendenza e non prende in considerazione quello sulla brexit. L'articolo risale in effetti ad ottobre 2014 e vi potreste chiedere perché abbia scelto di proporvi un articolo così datato. Leggendo l'articolo vi accorgerete che rimane molto fresco ed attuale, restando dunque una valida lettura. Esso suggerisce una prospettiva che vede l'Europa superare, in senso federale, gli stati nazionali costituendosi di regioni e città indipendenti.

Dunque... la Scozia rimane nel Regno Unito, ma con poco meno della metà della popolazione che avrebbe voluto l’indipendenza. Questo potrebbe apparire come il peggior risultato possibile. Come dire alla tua sposa che la odi, ma che ci starai insieme per il bene dei bambini. Questa non è una base per una relazione molto felice. La cosa peggiore delle ultime due settimane è stata l’incertezza riguardo al futuro e questa incertezza rimarrà ad adombrare ogni decisione che le imprese faranno in futuro. Il fatto positivo, dal punto di vista della Scozia, è che ci sarà una significativa devolution di poteri nei suoi confronti. Tutti gli altri movimenti separatisti in Europa dovrebbero prendere nota: più la porta cigola forte, più lubrificante riceve.

Il dibattito sull’indipendenza si è configurato come una battaglia tra emozione e ragione: cuore vs. Testa. La campagna del si è appellata al senso nazionale scozzese, mentre la campagna del no ha schierato argomentazioni economiche riguardo la valuta, il debito bancario ed il commercio ed argomentazioni economiche riguardo le costituzioni e l’appartenenza all’Unione Europea. Questi due schieramenti potrebbero essere rozzamente classificate come una comunità locale libera influenzata dal populismo e una distante elite metropolitana che crede che “nanny knows best”[1]

La situazione ha qualche parallelo con quello che sta avvenendo in Thailandia nella battaglia tra le camicie rosse e le camicie gialle. Le camicie rosse sono i numericamente superiori poveri delle campagne i cui voti sono fortemente influenzati dalle misure populiste e dalla “pork barrel politic”. Le camicie gialle rappresentano l’elite urbana ben-educata che crede di sapere cos’è meglio per il paese. Loro chiamano se stessi Democratici, ma ancora faticano ad accettare il parere della maggioranza perché credono che il voto sia stato pregiudicato da voto di scambio e corruzione. Le proteste di piazza di entrambi i fronti e il completo blocco del governo hanno condotto ad un colpo di stato militare nel maggio di quest’anno.

Nell’Atene del V° secolo, luogo di nascita della democrazia, non c’era nessun conflitto di questo tipo, perché non c’era il suffragio universale; solo il dieci per cento della popolazione aveva il diritto di voto. Le tue opinioni contavano solo se eri un cittadino maschio, oltre i 35 anni e proprietario di terra. Schiavi, stranieri, donne e giovani erano tutti esclusi. In effetti, se si cerchi lo stato moderno che si avvicina maggiormente all’ideale della Democrazia Ateniese oggi, si giunge sorprendentemente alla Cina. Attorno al dieci percento della popolazione sono membri del Partito Comunista che conduce un vigoroso dibattito interno prima di decidere sul futuro destino del paese. Inoltre, se si osserva la crescita economica, questo sistema sembrerebbe funzionare.

Nonostante ciò, è un errore vedere le aspirazione dei nazionalisti scozzesi come emozionalismo irrazionale. In realtà, ci sono delle ottime argomentazioni razionali per l’indipendenza scozzese e per tutti gli altri movimenti separatisti in Europa, che potrebbe essere riassunto come “eliminare l’uomo nel mezzo”, che in questo caso è il tradizionale Stato Nazione.

L’essenza del conflitto sta proprio nel nome, che congiunge due differenti concetti in un singolo termine descrittivo. La parola “nazione”, dal Latino natio (essere nato), implica una comunità interrelata;  una tribù di famiglie intrecciate. La parola “stato” è derivata dal participio passato di sto ossia "stare fermo", e dunque vale per "ciò che sta fermo" e per estensione "ciò che non cambia". Il termine riassume in sè le caratteristiche di "stabilità" ma anche di "patrimonio". Lo stato nazione sta venendo demolito nelle componenti territoriali. C’è una spinta verso unità regionali più piccole che meglio riflettano le identità comunitarie. Ciò da una voce più forte alle culture locali che si sentono escluse dalla politica a livello nazionale come evidenziato dal precipitare della partecipazione al voto in Europa. C’è anche una spinta verso l’alto nella direzione di un entità sovranazionale, in questo caso l’UE. Molti dei problemi del mondo d’oggi hanno natura globale e non possono essere risolti su base nazionale. Considera la seguente lista: riscaldamento globale, elusione fiscale delle corporation, la regolamentazione bancaria, gli accordi globali di libero commercio, l’esplosione dell’epidemia di Ebola e le minacce dell’islamismo radicale come l’ISIS. Tutti questi problem si possono risolvere al meglio solo a livello sovranazionale. Si può sostenere con forza che le competenze di difesa e sicurezza siano gestite meglio al livello europeo che nazionale. La corrente crisi in Ucraina potrebbe venire risolta meglio con una vigorosa risposta  di tutta la UE che dai singoli paesi.

In questa struttura a tre livelli, il livello di base conferisce un grado di rappresentazione democratica più grande mentre quello più in alto costituisce migliori economie di scala e sicurezza come gruppo. Che necessità c’è dunque per il livello di mezzo –lo stato nazione- che non adempie efficacemente a nessuna delle funzioni?

Questa visione delle nazioni d’Europa smembrate in più piccole entità regionali sotto il cappello globale dell’UE è stato guardato con orrore dal Regno Unito con la sua tradizione di forte controllo da parte di Westminster. Siccome è simile all’attuale modello tedesco di stati federati o lander, viene spesso descritto dalla frase “Europa Federale”.

Ma che aspetto avrebbe una tale Europa Federale? Potrebbe sorprendere scoprire che essa esiste già, almeno nella mente dei burocrati degli uffici di statistica dell’Unione. Se vai online ad esaminare il database dell’Eurostat scoprirai che la UE ha raccolto dati economici su base federale già dal 2000. Il Regno Unito è stato diviso in 12 regioni federali (tre delle quali sono Scozia, Galles e Irlanda del Nord) sotto uno schema progettato dalla UE conosciuto come “Nomenclatura delle Unità Territoriali Statistiche” che sono spesso abbreviate nell’acronimo NUTS.

Dai un occhiata alla mappa qui sotto. Mostra le regioni federali d’Europa (NUTS 1) rappresentate secondo il loro PIL. In altre parole, la dimensione di ogni regione corrisponde alla dimensione della sua economia mentre il colore mostra il tasso di crescita media tra il 2000 e il 2011. Ci sono alcune cose interessanti da notare:

1. I tassi di crescita del Regno Unito appaiono relativamente bassi rispetto al resto d'Europa. Queste proiezioni sono calcolate in euro e la svalutazione del 20% della sterlina nel 2008 ha avuto un impatto negativo. 

2. Le cose più piccole tendono ad essere verdi. In altre parole, le regioni più piccole tendono a crescere più velocemente. Questo potrebbe essere legato al fatto che un mercato comune tende a trascinare verso l’alto i ritardatari e questo è ulteriormente esagerato dal fatto che i fondi UE di sviluppo tendono ad essere canalizzati alla regioni più povere.

3. Non si tratta solo della Scozia. Ci sono molte altre regioni che vorrebbero essere indipendenti in Europa. Tutte le regioni con un movimento separatista esistente sono state evidenziate con un bordo viola.

4. Molti degli stati potenziali sono unità economiche più grandi di paesi UE esistenti, cosa che offre supporto alla loro credibilità.

5. I nomi delle regioni sono stati talvolta cambiati da una sterile definizione burocratica a qualcosa di più culturalmente sensato. Per esempio, l’Inghilterra del Sud Est diventa Wessex, Regione 1 Romania diventa Transylvania e la Regione Polonia Nord diventa Pomerania.

  

E’ facile respingere tale mappa come una fantasia di burocrati sognata da statistici che vorrebbero che il disordine del mondo reale potesse essere ordinato con semplicità in appropriati schedari. Le linee di divisione sono arbitrarie e in molti casi sono meramente disegnate per creare unità amministrative di dimensione simile. La resistenza a un qualsiasi tipo di devolution in questo senso da parte delle nazioni esistenti sarebbe così grande da essere quasi insormontabile. Molte entità importanti che hanno investito nel corrente status quo avrebbero moltissimo da perdere. Ma allo stesso tempo, paesi che lamentano l’ingerenza dell’ “ineletta” UE come un aggressione nei confronti della democrazia potrebbero trovare la stessa argomentazione rivolta contro di loro. Dopo il sorprendente voto scozzese, quanti altri paesi europei permetteranno un referendum indipendentista? E se non lo faranno, le loro credenziali democratiche ne saranno macchiate?

C’è un altro modo di leggere i dati che evita la segmentazione artificiale in regioni burocratiche. Esso va un livello più in basso ed osserva le città invece che le regioni. Le città, specialmente in un economia dei servizi, sono i veri motori della crescita economica. Qualche decade fa, era opinione comune che le industrie manifatturiere avessero causato l’agglomerazione a causa del loro bisogno di avere i fornitori in prossimità. In contrasto, si pensava che l’industria dei servizi, liberatasi dalla fatica del pendolarismo quotidiano grazie alle teleconferenze, internet e le comunicazioni mobili, avrebbe rifiutato le città in favore di una migliore qualità della vita nella campagna. In realtà è successo il contrario. Il settore dei servizi, specialmente per quanto riguarda l'hi-tech, causa agglomerazione nelle città più di quanto non facesse la manifattura. Ciò soprattutto a causa di un mix tra convenienza ed edonismo. Per il settore dei servizi, le persone sono prodotti, e dunque i meeting con clienti e fornitori sono finanche più importanti. Nelle città i meeting sono più facili da organizzare (convenienza), ci sono ottimi ristoranti (edonismo) e la conessione internet è molto più veloce (entrambi!).

Se osservi la seconda mappa, vedrai una mappa dell’Europa per città, questa volta basata sulla popolazione. La dimensione di ogni cerchio è proporzionale al numero delle persone che vivono nella zona metropolitana (sia la città che le periferie). Ogni centro urbano al di sotto del milione d’abitanti è stato omesso. In questa prospettiva Londra e Parigi sono in posizione dominante mentre Brussels e Amsterdam stanno mostrando la crescita più veloce. La Turchia non fa correntemente parte dell’UE, anche se, se verrà ammessa in qualche momento del futuro, ciò avrà un grande impatto.

Queste due mappe, dunque, mostrano due possibili futuri dell’Europa. Uno dove un incremento della devolution favorisce le comunità regionali più piccole e una in cui l’Europa post-industriale fa eco a quella pre-industriale, al passato medioevale in cui potenti città stato giocavano un ruolo determinante. O potrebbero essere entrambi. In ogni caso le prospettive per gli stati nazione tradizionali non sono affatto rosee.

 

[1] La tata conosce ciò che è meglio per i bambini.

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Sanca Veneta @ Treviso Pride

Cari amici e amiche di Sanca,

come da qualche felice anno a questa parte, anche questo giugno il nostro Paese avrà la sua parata del Gay Pride, collegata a tutte le altre manifestazioni programmate in Italia.
Dopo il grande successo ottenuto l'anno scorso a Verona, quest'anno è la volta della bella Treviso, il 18 giugno a partire dalle 15.00 con partenza davanti alla Stazione Centrale.

A seguito della nostra partecipazione al Verona Pride 2015, dove il nostro amato gonfaleno ha riscosso grande successo, abbiamo deciso di rilanciare col botto: quest'anno saremo presenti con ben 100 GONFALENI!

Ma cento bandiere hanno bisogno di almeno cento persone: invitiamo quindi tutti i nostri sostenitori, amici, conoscenti e, ci auguriamo, detrattori pentiti a partecipare insieme a noi come uomini dotati di coscienza, prima ancora che di ideali, a una marcia che ci ricordi che il primo dovere di un cittadino che desidera un Paese libero è lottare ogni giorno per i diritti di tutti.

Segnaliamo inoltre che una bella iniziativa di questa portata ha bisogno di tutto l'aiuto possibile, anche economico: chiunque ha a cuore questa bella iniziativa può sostenere gli amici organizzatori del Treviso Pride a questo link.



Naltri la nostra parte a la femo, dasìne na man fioi!

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